15mila croceristi in una Napoli “nascosta”

Angelo Forgione - È approdata oggi a Napoli, la città che ha inventato le navi da crociera (il Francesco I del 1831), la nave da crociera più grande del mondo. L’Oasis of the Seas della compagnia Royal Caribbean ha solo un eguale, la gemella Allure of the Seas (che debutterà in Italia nel 2015), e fa registrare 362 metri di lunghezza, 225.282 tonnellate lorde di stazza e 16 ponti. Può accogliere fino a 6.296 passeggeri e vi lavorano 2.165 membri dell’equipaggio di 65 diverse nazionalità.
Proveniente dal porto romano di Civitavecchia, il gigante del mare è giunto contemporaneamente ad altre due grandi crociere, portando a un totale di oltre 15mila persone il traffico di passeggeri ed equipaggi previsto in sbarco per la giornata. 15mila turisti che scendono dalle navi e non possono vedere tutti i palazzi storici di Napoli. Troppi quelli transennati e nascosti dalle impalcature per i noti crolli recenti. Ancora una volta la città si fa trovare impreparata. Peccato.

clicca qui per visitare la Oasis of the Seas a 360°

Napoli città “unica” per l’Icomos

Angelo Forgione - L’ICOMOS, International Council on Monuments and Sites, è un’organizzazione internazionale non governativa il cui scopo è promuovere la conservazione e la valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale nel mondo. Lo fa con l’autorevole contributo di oltre settemila tra architetti, archeologi, storici dell’arte, antropologi, urbanisti, geografi e storici di diversi paesi che ne studiano le caratteristiche e presentano delle accurate relazioni consultive al Comitato del Patrimonio Mondiale, affinché ne decida l’eventuale inclusione nella sua lista. Quando il Centro Storico di Napoli, nel 1995, è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per la sua “cultura unica al mondo che diffonde valori universali per un pacifico dialogo tra i popoli”, è stata presentata una decisiva relazione dall’ICOMOS, in cui era inclusa una valutazione che chiarisce l’unicità della Città in Italia e in Europa:

“È difficile identificare una o più città con cui Napoli potrebbe essere confrontata. Le sue radici culturali sono così completamente diverse da quelle di qualsiasi altra città italiana che il confronto sarebbe inutile. È altrettanto difficile equiparare Napoli con altre grandi città mediterranee come Barcellona o Marsiglia. L’unicità è una qualità che è difficile da definire, ma Napoli sembra avvicinarsi tantissimo a rappresentarla.”

(L’argomento è approfondito nel libro Made in Naples a pagina 34)

È napoletano il cinturino in pelle dell’Apple-Watch

Apple è pronta a lanciare gli Apple-Watch, sul mercato dal 2015. Tanti modelli con diversi materiali per i cinturini: acciaio, maglia metallica saldata al laser (in Italia), gomma, pelle nera olandese, pelle “Granada” francese e pelle “Venezia” napoletana. Si, perché il cinturino “Loop” è realizzato con una pelle “prodotta artigianalmente a Napoli da una conceria che vanta cinque generazioni di esperienza e una lunga storia di collaborazioni con alcune delle più note case di moda”. Il modello, sulle pagine ufficiali (clicca qui), è presentato così: “la tradizione artigianale incontra il design più innovativo”.

Carditello: appalto assegnato

Angelo Forgione - È stata designata la ditta che si occuperà del restauro della Real Tenuta di Carditello, individuata tra le 65 che avevano presentato le offerte alla direzione regionale del MiBACT. Il nome verrà comunicato appena saranno completati gli adempimenti burocratici, e allora potranno partire i lavori che restituiranno la reggia al suo splendore, previsti nell’arco di 365 giorni. L’appalto è bandito per 2 milioni e 654.867 euro più iva, stanziati dall’ex ministro Massimo Bray.

“Piedigrotta”, cos’era e chi l’ha uccisa

Origine e fine della festa più antica d’Occidente

Angelo Forgione per napoli.com - Cos’è questa “Piedigrotta” silente, riesumata qualche anno fa per offrirla agli operatori turistici snaturandola sempre più del suo significato? Esplose persino il “botto” di Elton John, il baronetto-meteora che, per un compenso record, in una mezza giornata giunse a Napoli, suonò per i suoi fans al Plebiscito e ripartì al volo. Così si è ucciso l’ultimo ricordo oltre che la tradizione, ormai sbiadita e difficilmente recuperabile alle nuove generazioni. Meglio una “notte bianca” napoletana dove l’ingaggio della star internazionale poteva calzare a pennello senza svilire una leggenda che non doveva essere marchio, brand commerciale. Poi le contrapposizioni politiche e il fallimento dell’ultimo tentativo di stampo “bassoliniano”, che il nuovo vento di Palazzo Santa Lucia ridusse alle sole celebrazioni religiose e allo spettacolo pirotecnico. “Piedigrotta” muore e rivive, e poi spira nuovamente con Napoli e le sue tradizioni più belle.
Dici “Piedigrotta” e pensi ai carri e alle canzoni, ma la festa è ben altra cosa rispetto a come la conosciamo nella sua veste di inizio Novecento. Un appuntamento che ha origini lontanissime nei secoli e che per anni è stato la festa più famosa al mondo, ciò che oggi sono il carnevale di Rio e l’Oktoberfest di Monaco di Baviera. Fu meta dei ricchi turisti del “Grand Tour” a cavallo tra Sette e Ottocento che godevano dal vivo di quella che fu in quel periodo anche “Festa nazionale del Regno di Napoli”. Per questo, in molti pensano che la “Piedigrotta” nasca in epoca borbonica, ma in realtà ha origini antichissime e precristiane. La teoria più diffusa è che si tratti di celebrazioni dei riti orgiastici in onore al culto di Priapo ma, come spiega Maurizio Ponticello nel suo libro “I Misteri di Piedigrotta” edito da Controcorrente, si tratterebbe di un pretesto denigratorio per imbavagliarla. I segni “satanici” che riconducono a Priapo sono noti e non farebbero parte della vera tradizione di Piedigrotta. Più plausibile che la divinità collegata ai festeggiamenti della festa sia Dioniso al quale, nel mondo antico greco che pure ha dato origini a Napoli, erano dedicate le feste di vendemmia d’autunno. Ed è lo stesso Ponticello a fornir prova che le danze in onore di Dioniso e la stessa tarantella, più tardi inventata e adottata nelle festa, conservano gli stessi movimenti.
Ma andando ancor più all’origine e ai significati esoterici dei culti di Piedigrotta, si scopre che essa è con molta probabilità riconducibile alla celebrazione dei misteri del Sole e del culto mitraico legati al mito di Virgilio, di Napoli patrono prima di San Gennaro e mago ancora prima che letterato.
Nel XVI secolo fu infatti recuperato nel centro esatto della Crypta Neapolitana del “Parco Vergiliano”, alle spalle del santuario della Madonna di Piedigrotta, un bassorilievo del culto mitriaco, oggi visibile al Museo Archeologico Nazionale, in cui sono riportate le simbologie poi riprese nel corso del tempo dal Cristianesimo che avrebbe appunto “usato” Priapo per sovrapporre alla festa la simbologia dello stesso santuario e dell’apparizione della Madonna ai pescatori. Ed è proprio nel cuore della Crypta che confluivano le primissime processioni, nella cavità posillipina nel cui centro giunge un raggio di sole solo due volte all’anno, in occasione degli equinozi di primavera e di autunno.
Piedigrotta si è trasformata continuamente nei secoli, mistificata dalle bugie e le menzogne che nel tempo si sono accavallate e che ne hanno cancellato le origini e mutato lentamente i suoi connotati. Sovrapposizioni religiose e dinastiche dei vari regnanti hanno cavalcato la festa; il popolo, da protagonista, ne è divenuto man mano semplicemente spettatore. I carri erano del popolo, i canti erano del popolo; elementi caratteristici che sono stati sottratti ai veri protagonisti.
Come detto, la festa si sposa nel Settecento con la Napoli fulgida Capitale europea quando la vittoria di Carlo di Borbone a Velletri contro gli austriaci nel 1744 regala ai Regni di Napoli e Sicilia l’indipendenza. L’8 Settembre diventa “Festa nazionale del Regno di Napoli e del suo esercito” e la Madonna di Piedigrotta, il simbolo religioso della festa, viene rivestita di un significato dinastico ricoprendola di un manto azzurro, colore della casata borbonica. Da allora “Piedigrotta” diviene l’appuntamento per stringersi attorno alla Nazione Napolitana, una celebrazione ben organizzata e ricca di sfarzose parate militari. È un’occasione unica per il popolo della città e delle province per unirsi alla nobiltà e alla corte nei festeggiamenti per le strade, insieme ai turisti che giungevano per toccare con mano ciò di cui si sentiva parlare in tutto il continente.
Con la risalita dei mille di Garibaldi e con l’unità d’Italia, la festa paga il significato che assume durante il regno borbonico. Garibaldi entra a Napoli proprio in piena Piedigrotta del 1860 e quella dell’anno seguente è l’ultima vera festa. I Savoia, infatti, la sospendono nel 1862 dopo aver soppresso tutti i conventi e confiscato i beni mobili e immobili della chiesa, compreso il santuario di Piedigrotta i cui canonici vengono liquidati con un modesto vitalizio.
La festa rinasce qualche decennio più tardi ma, in quanto rito, conosce paradossalmente la sua fine con l’avvento del fiorente business delle industrie discografiche poiché viene convogliata in un canale di canzoni che sostituiscono i canti del popolo. Così Napoli guadagna il suo grande patrimonio musicale ma perde definitivamente la vera essenza della sua famosa festa. I carri, una volta spogli e allestiti sobriamente coi prodotti della terra dagli abitanti delle zone limitrofe che confluivano a Napoli per i festeggiamenti, diventano nel 1894 i carri allegorici a soggetto di carta pesta. Il popolo non sfila e non canta più, ed è così che perde il suolo ruolo di protagonista. Seppur lentamente, la festa finisce col perdere definitivamente i suoi connotati e la sua importanza, le sue tradizioni e il suo fascino. E arriva qui, all’equivoco Elton John, ultima spallata alla memoria collettiva e nuovo requiem.

Un premio in direzione della verità

Si è svolta venerdì 5 settembre 2014, nella sala del consiglio comunale di Mariglianella, la serata finale del Premio “Gallo d’Oro”, ideato e condotto dalla giornalista Anita Capasso col contributo del fratello Mario Capasso. Tra i premiati, anche Angelo Forgione “in nome dei valori della legalità e della giustizia in difesa della Napoletanità nobile e sincera, in virtù del libro Made in Naples che esalta le qualità di una città stretta tra Inferno e Paradiso, e per l’attenta analisi sulla questione attuale del Mezzogiorno e le puntuali rivelazioni circa il dramma economico che attanagliano Napoli e il Sud.”

Davide ucciso da Napoli? E chi ha ucciso Napoli?

liberoAngelo Forgione - Sulla triste vicenda del rione Traiano di Napoli preferisco tacere. È inutile esprimere opinioni sui fatti senza conoscerli nei loro particolari, soprattutto nel momento in cui tutti si avventurano in interpretazioni e analisi spesso dettate da condizionamenti esterni. Mi soffermo proprio su uno dei commenti, o meglio, su un titolo, quello del quotidiano Libero: “Prima del carabiniere l’ha ucciso Napoli”, articolo del vicedirettore Pietro Seinaldi. Sensazionale! E chi ha ucciso Napoli? Chi ha ucciso la sua economia, la sua normalità, la sua legalità, il futuro dei suoi giovani? Perché l’illegalità è eletta a sistema? Perché ci sono più controlli nei quartieri meno problematici? Ma davvero c’è chi crede che Napoli voglia così male ai suoi figli? Ma davvero c’è chi non ha ancora capito che si è tutti piegati a qualcosa di più grande? La verità è che a Napoli e al Sud lo Stato è assente. Il ragazzo e il carabiniere sono il rovescio della stessa medaglia, vittime e carnefici allo stesso tempo, in modi diversi, della realtà sociale ad alta tensione in cui siamo tutti immersi, di cui la Città è spia accesa.
Di gente fuorilegge, di ogni età, che non si ferma all’alt ne è pieno il mondo, non accade di certo solo a Napoli ma anche in territori più ricchi, dove la cultura dell’illegalità è automaticamente meno diffusa e dove la gente, oltre a rincorrere il cellulare all’ultima moda (che ha lo stesso prezzo ovunque), pensa anche a pagare l’accessibile assicurazione obbligatoria (che a Napoli è una rapina legalizzata). Proseguire su quest’analisi sarebbe lungo e allontanerebbe dal motivo della riflessione. Dappertutto, dunque, capita che si eludano gli stop delle forze dell’ordine, e partano inseguimenti. A volte capita che siano proprio le forze dell’ordine a rimetterci qualche penna. Stavolta, però, è partito anche un colpo, e il fuggitivo è diventato il morto. Era già successo qualcosa di simile nel luglio 2000, sempre nella dannata Napoli, ad Agnano, periferia flegrea, e sempre un giovane incensurato diciassettenne senza casco. Fu ucciso dopo un breve inseguimento da un poliziotto che non accettò di essere ruzzolato a terra dopo l’inversione di marcia del ragazzo e gli sparò alle spalle. L’agente fu condannato in Cassazione a 10 anni di reclusione e al risarcimento alla famiglia, oltre il milione di euro, unitamente al Ministero degli Interni, colpevole di aver lasciato in servizio, su strada, un elemento del Corpo che già aveva dimostrato “di non essere dotato del necessario equilibrio”. Furono condannati a 25 mila euro di risarcimento anche il settimanale “L’Espresso” e Giampaolo Pansa (dal Tribunale di Roma) per un articolo offensivo della memoria del ragazzo ucciso. Evidentemente, parlare troppo, a caldo e per preconcetti, non conviene. Ecco perché anche io mi fermo qui.