89 anni di passione azzurra (ma in realtà sono 93). Auguri Napoli!

Tutta la storia (in salita) di un club che rispecchia la città di cui porta il nome

Angelo Forgione – 1 Agosto 1926, 1 Agosto 2015: 89 anni di storia azzurra! La Società Sportiva Calcio Napoli entra nel suo novantesimo anno di vita e lo fa alla vigilia del sua partecipazione numero 73 alla massima divisione nazionale, che dal 1929 si disputa con la formula del girone unico (la Serie A). 2 Scudetti, 5 secondi posti e 9 terzi posti, questi i migliori risultati, al netto delle 5 Coppe nazionali vinte, delle 2 Supercoppe italiane e della 1926Coppa Uefa. È tra i 15 club almeno una volta Campioni d’Italia, il quarto della Penisola per bacino d’utenza. È il primo per passione, molto più di una squadra di calcio per il suo innamorato popolo, interpretato come unico vessillo sotto il quale cercare una dignità cancellata; è un’entità ingombrante che condiziona anche troppo gli umori cittadini; è il simbolo dell’auto-riconoscimento in una precisa identità culturale, in una squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, del territorio di appartenenza. La squadra azzurra è spesso indicata come veicolo di riscatto della Città, ruolo cui non può assolvere il Calcio, le cui emozioni non hanno alcun potere di risolvere seri problemi sociali. Il Napoli è invece a pieno titolo un simbolo di appartenenza e legame territoriale, il riferimento principe di una vasta provincia che, coi suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione; e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Roma, Milano, Torino e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente. Quella di Napoli è infatti una delle due grandi aree metropolitane europee che esprimono una sola squadra (l’altra è quella di Parigi). Nessuna delle 8 squadre di Londra rappresenta la grande metropoli britannica, ma è ognuna espressione delle differenze dei suoi quartieri. Roma è certamente un feudo giallorosso e i romanisti vivono con l’Urbe un legame solidissimo, ma il discorso si riequilibra allargando i confini, dove la coinquilina Lazio, che porta il nome della regione, raccoglie buon seguito. Gli juventini sono in ogni dove d’Italia, ma non più numerosi dei granata nell’area urbana di Torino, dove si è bianconeri soprattutto se figli o nipoti di immigrati del Sud. Spaccata in due è anche Milano, così come la più piccola Genova. A Napoli, invece, quella azzurra è religione identitaria monoteista, attorno alla quale gravitano culti esotici minori.
In realtà il Napoli di anni ne ha quattro in più, quindi 93, perché il conteggio convenzionale parte dal cambio di denominazione da inglese ad italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo. La storia del Napoli è dunque legata anche alla storia del Calcio tricolore e dello stesso Stivale. Ripercorriamola, partendo proprio dall’estate del ’26.
Per ben 25 stagioni, il Nord-Italia ha monopolizzato il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima negandogli la possibilità di partecipare ai tornei che dal 1898 assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo di ascoltarne le proteste nel 1912 con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). In realtà la FIGC di allora è ben conscia del divario esistente tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate hanno condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sa che le finalissime possono solo avere un valore pro forma senza alcun significato tecnico-agonistico. Il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione”, non può consentire che il Calcio italiano resti spaccato e mostri disgregazione sociale. Così, a prescindere dal divario tecnico esistente, sancisce l’unificazione delle leghe Nord e Sud in un’unica ‘Divisione Nazionale’. In modo coatto, le diverse squadre di Roma e Napoli vengono azzerate da varie fusioni imposte dall’alto, finalizzate alla creazione di sodalizi più solidi e più forti tecnicamente. Sotto al Vesuvio sgambettano i calciatori di squadre minori e quelli del più importante Internaples (nato dalla fusione sancita nell’estate del 1922 tra il Naples Football Club e l’U.S. Internazionale Napoli), che a luglio ha perso la finale Sud contro l’Alba Roma, a sua volta massacrata dalla Juventus nella doppia finalissima nazionale dell’8 e 22 agosto.
Il primo giorno di quel mese, al ristorante D’Angelo, sulla collina del Vomero, l’assemblea dei soci scrive e formalizza il cambio di nome: da Foot Ball Club Internaples ad Associazione Calcio Napoli. Il regime fascista non gradisce gli inglesismi e il termine “Internazionale” ricorda l’Internazionale comunista, avversaria politica. Il presidente Giorgio Ascarelli, ricco commerciante napoletano di origine ebraica, suggerisce la più opportuna adozione del nome italiano della città. Il giorno seguente, 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’ordinamento della Federazione emana ufficialmente la ‘Carta di Viareggio’, e il 3 agosto l’A.C. Napoli ottiene l’affiliazione alla Lega Nazionale.
I sodalizi del Nord protestano per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le 3 squadre di Napoli e Roma (a fronte di 17 settentrionali) inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, deve arrendersi alla volontà politica. Alle squadre meridionali tocca la resa sul campo, disastrose nell’impatto col “Calcio industriale”. Il Napoli conta sul veloce attaccante Attila Sallustro, un idolo, il primo idolo… e si identifica in uno stemma con il Corsiero del Sole, un cavallo rampante e sfrenato, emblema della città capitale durante il Regno delle Due Sicilie, ma retrocede insieme all’Alba Roma e alla Fortitudo Roma, rimediando un solo punto in graduatoria. In un bar di ritrovo di via Santa Brigida, Raffaele Riano, uno sconfortato sostenitore azzurro, urla: «Ma quale cavallo! Sta squadra nostra me pare ‘o ciuccio ‘e Fichella: 33 piaghe e ‘a coda fracida». È quella l’immagine del Napoli, ma anche dell’intero Calcio meridionale. A quel pittoresco sfogo tipicamente partenopeo fanno seguito le fragorose risate dei presenti, che lo suggeriscono alla redazione di un giornale umoristico. Nei giorni seguenti, le edicole di Napoli diffondono l’illustrazione di un asinello incerottato e con una miserabile coda. Per espressione di popolo, il nobilissimo cavallo napoletano si trasforma in “ciucciariello”.
Il Regime non si arrende e ripesca più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Ascarelli garantisce investimenti e nel 1929 decide di abbandonare lo stadio militare dell’Arenaccia, prima casa azzurra, commissionando a proprie spese la costruzione di un nuovo impianto sportivo al Rione Luzzatti, in zona Gianturco, con tribune in legno per oltre 15mila spettatori. Viene inaugurato col nome di Vesuvio il 23 febbraio 1930, diciassette giorni prima della prematura scomparsa del presidente (a 34 anni), cui, a furor di popolo, viene poi intitolato il nuovo stadio. La stagione si chiude con gli azzurri al 5° posto, finalmente competitivi.
Scomparso Ascarelli, lo stadio viene requisito dal Regime, che, in vista dei Mondiali del 1934 in Italia, lo ristruttura in cemento armato, ne muta l’aspetto con una facciata imponente e maestosa in stile fascista e ne aumenta la capienza portandola a circa 40mila spettatori. È ribattezzato Stadio Partenopeo poiché il nome di un ebreo non è gradito per un simbolo fascista della modernità, nonché uno dei più fulgidi esempi di propaganda del regime al Sud. L’arena ospiterà la finale per il 3° e 4° posto del torneo iridato.
Ma gran parte del movimento meridionale è ancora finanziariamente impreparato a sostenere le spese di gestione dei campionati, con gli incassi che al Sud sono di cinque volte inferiori di quelli del Nord. Il Napoli si ritrova ben presto ricoperto di debiti e l’ancora di salvezza giunge nuovamente dall’alto, per mano del Governo fascista: il segretario federale di Napoli Nicola Sansanelli incarica del salvataggio il ‘Comandante’ Achille Lauro, noto armatore sorrentino, uno dei più importanti imprenditori italiani, che ha potuto ingrandire la propria flotta grazie agli agganci politici e pertanto non può di certo disobbedire alle volontà superiori. È il 1936 quando deve acquistare il club partenopeo per risanarlo e condurlo per circa 30 anni. Lo sfrutterà per ottenere gran popolarità e raggiungere importanti obiettivi politici e imprenditoriali.
La prima retrocessione de facto in Serie B avviene nella stagione 1941-42, conclusa con un 17° posto, proprio mentre la Roma vince il primo tricolore, interrompendo il monopolio settentrionale. Se i capitolini si avvantaggiano della Guerra, i napoletani ne risultano fortemente penalizzati. I tanti calciatori italiani chiamati alle armi sono obbligati a pesanti trasferimenti nella Capitale, così abbandonando gli allenamenti, mentre quelli della Roma possono beneficiare del vantaggio di non doversi impegnare in faticosi viaggi e di potersi allenare col resto della squadra in una città immune dai bombardamenti fino al luglio del 1943. Le strategie belliche anglo-americane, particolarmente intense nei territori meridionali, colpiscono pesantemente l’apparato industriale e infrastrutturale di Napoli, la città più bersagliata, rasa al suolo da un centinaio di bombardamenti degli Alleati, che designano la città quale principale obiettivo strategico nel Mediterraneo. È raso al suolo anche lo stadio Partenopeo, andando incontro ad un triste saccheggio prima di essere abbattuto definitivamente. Contrariamente alla Roma campione, il Napoli, impossibilitato ad allenarsi a dovere (i calciatori neanche dormivano la notte) e destinato alla retrocessione dal travaglio di una stagione tormentata, è costretto a trasferirsi al Campo sportivo del Littorio al Vomero (del 1929), poco dopo requisito dalle forze armate tedesche e utilizzato come campo di concentramento per i napoletani da deportare in Germania, uno dei luoghi simbolici delle Quattro giornate di Napoli.
Finita la guerra, i partenopei tornano a giocare in quell’impianto, ormai al limite dell’agibilità, e durante l’incontro Napoli-Bari del ‘46 (Serie A) una tribuna cede per l’esultanza accesa da un gol della squadra di casa: 114 feriti finiscono all’ospedale. Ci vogliono ben 13 anni per abbandonare una simile precarietà e inadeguatezza. Il 22 dicembre 1949, nonostante le invidie e le proteste di una casta milanese che governa la Lega Calcio, è deliberata dal Comune di Napoli, col supporto del CONI e del Governo (un miliardo di lire assegnato), la costruzione di un colossale stadio, ormai necessario.
Achille Lauro si presenta alle elezioni comunali del 1952 e per attrarre consensi e voti si mette in testa di accendere la fantasia e i sogni dei tifosi napoletani. Con la cifra record di 105 milioni di lire brucia la concorrenza dell’Inter e mette a segno il colpo a sensazione all’hotel Gallia di Milano, acquistando dall’Atalanta Hasse Jeppson, centravanti della Nazionale svedese (terza ai mondiali del ‘50). Un ulteriore rinforzo è l’argentino Bruno Pesaola, prelevato dal Novara. Lauro riesce a vincere alle urne, prendendosi la fascia di sindaco, ma la sua squadra non riesce a vincere il campionato.
Nel 1955, a far coppia con Jeppson, arriva in azzurro il brasiliano Luis Vinicio, battezzato dai tifosi ‘o Lione. Ma neanche l’ingaggio del grintoso e possente centravanti serve affinché il Napoli lotti per lo Scudetto. La partita Napoli-Fiorentina (2-4) del 31 dicembre sul neutro dello stadio Olimpico di Roma (stadio del Vomero di Napoli squalificato) è la prima trasmessa in diretta televisiva al Sud. 7 giorni prima, esattamente alla vigilia di Natale, le trasmissioni televisive sono state estese fino a Napoli, immettendo un’importantissima superficie di 3 milioni di abitanti nella rete dei programmi Rai.
Per vedere l’inaugurazione del nuovo stadio si deve attendere il 6 dicembre 1959, giorno in cui il Napoli prende possesso della sua nuova comoda casa, l’imponente stadio del Sole di Fuorigrotta, nuovo tempio del Calcio per circa 90.000 spettatori, poi ribattezzato San Paolo in ricordo dello sbarco dell’apostolo sulle coste flegree nel febbraio dell’anno 61, durante il suo viaggio dalla Giudea a Roma. Miglior battesimo non può celebrarsi: sconfitta la Juventus di Omar Sivori (2-1), in una “assolata” giornata di fine autunno.
Il primo trofeo nazionale giunge nel 1962, al culmine di una stagione in Serie B che regala la promozione e la Coppa Italia. Guidato in panchina da Bruno Pesaola, il club azzurro eguaglia il Vado vincendo la Coppa pur militando in cadetteria. Per affrontare la Serie A Lauro ingaggia per sua decisione Faustinho Jarbas Cané, brasiliano d’ebano di Rio de Janeiro. È tra i primi atleti di pelle nera a calcare i campi italiani e ad ascoltare le offese da parte dei tifosi del Nord. Dalle giovanili viene promosso in prima squadra un promettentissimo Antonio Juliano.
Tra sali e scendi dalla A alla B, Il 25 giugno del 1964 l’ A.C. Napoli soffocata dai debiti si trasforma in Società Sportiva Calcio Napoli. Primo presidente della SSC è nominato Roberto Fiore, mentre Achille Lauro, ancora “coinvolto”, non versa una lira nel nuovo capitale sociale ma ottiene comunque il 40% delle azioni per i crediti vantati e il titolo di presidente onorario. La nuova denominazione porta decisamente bene, perché finalmente il Napoli si fa davvero competitivo con gli acquisti di Josè Altafini dal Milan e di Omar Sivori dalla Juventus. Arrivano un terzo posto e la vittoria della Coppa delle Alpi, un trofeo internazionale di livello minore (abolito nel 1987), ma anche le invidie di Lauro per Fiore, che non intende fermarsi: porta in dote pure 69mila abbonati e sfiora l’acquisto dal Cagliari del capocannoniere Gigi Riva. Finisce che al suo posto viene nominato Giacchino Lauro, rampollo del ‘Comandante’.
Il secondo posto del campionato 1967-68, con in porta l’angelo azzurro Dino Zoff, alle spalle dell’irraggiungibile Milan, significa il miglior risultato mai raggiunto, mentre tra i dirigenti spunta lontano dai riflettori la figura di un giovane ingegnere, borbonico convinto, di padre calabrese e madre milanese, che ama le auto da corsa e i motoscafi veloci, spinto dall’ormai defilato Achille Lauro all’acquisto della maggioranza del club per beffare i soci nemici. Il 18 gennaio del 1969, a soli 37 anni, Corrado Ferlaino è eletto presidente. È un uomo scaltro, capace di tessere rapporti con le teste più importanti dell’ambiente calcistico e politico. Il club è sull’orlo del fallimento e nell’estate del 1972 cede alla Juventus Altafini e Zoff, quest’ultimo ormai elemento fisso della Nazionale, strappando al manager juventino Italo Allodi una promessa: un giorno dovrà lavorare per lui al Napoli. La squadra si piazza sul podio nel ’71 e nel ’74, e sfiora lo Scudetto nel ’75, con l’ex calciatore Vinicio in panchina. ‘O Lione, nel solco del Calcio totale all’olandese, per primo attua il pressing, il fuorigioco e 4 difensori a zona nella patria del “catenaccio”, e sfiora il colpaccio, perdendo lo scontro decisivo a Torino contro la Juventus per un goal siglato a 2 minuti dal termine dall’ex Altafini, perciò soprannominato dai napoletani Core ‘ngrato. Fallito il tentativo, Ferlaino acquista dal Bologna il bomber Beppe Savoldi, sollevando scalpore per l’esborso della cifra record di 2 miliardi. Mister 2 miliardi da il suo contributo per la vittoria della Coppa Italia (’76), la seconda della storia azzurra (insieme alla Coppa di Lega Italo-Inglese). I tifosi inaugurano il canto di ‘O surdato ‘nnammurato, ma lo Scudetto resta una chimera.
L’ingegnere va alla caccia del calciatore che possa fare la differenza per sovvertire le gerarchie tra Nord e Sud. Nell’estate del 1978, in pieni Mondiali argentini, il tecnico del Napoli Gianni Di Marzio gli segnala un giovane campioncino dell’Argentinos Juniors di nome Diego Armando Maradona, ma le frontiere in Italia sono chiuse e Ferlaino non accetta di “parcheggiarlo” in Svizzera per un paio d’anni. Vuole calciatori affermati, e tenta l’acquisto del bomber Paolo Rossi dal Perugia. «A Napoli non andrò mai», dichiara in segreto l’attaccante italiano ad alcuni amici, facendosi intercettare dal giornalista Mimmo Porpiglia, pronto a pubblicare la notizia. L’affronto finisce in contestazione: il 20 ottobre ‘79, 89.992 spettatori paganti (record nella storia della Serie A) con fischietti alla bocca riempiono il San Paolo per lo sfizio di contestare l’autore del gran rifiuto sceso a Napoli con la maglia del Perugia. La caccia al fuoriclasse decisivo non si arresta e nell’estate del 1980, in pieno scandalo Totonero, alla riapertura delle frontiere, Corrado Ferlaino e il D.G. Antonio Juliano ingaggiano dai canadesi del Vancouver Whitecaps Ruud Krol, faro difensivo dell’Olanda dal gioco totale con licenza di offendere. È a fine carriera ma ha ancora classe da vendere. Si innamora delle donne napoletane e delle mozzarelle di bufala, a tal punto da non poter disputare un’amichevole durante il ritiro in Toscana per un’indigestione. Con lui il Napoli sfiora nuovamente lo Scudetto, ma il sogno si incrina in primavera contro il Perugia già retrocesso, che espugna il San Paolo grazie ad uno sciagurato autogol iniziale di Moreno Ferrario, e si spezza con un’altra autorete di Mario Guidetti nello scontro diretto in casa alla penultima giornata contro la Juventus che getta nello sconforto una città intera pronta ad esplodere. Niente da fare, sembra proprio che per qualche maledizione lo Scudetto non debba mai scendere a Napoli.
Krol, provato dagli infortuni, lascia Napoli nell’estate del 1984 proprio mentre il dirigente dell’Avellino Pierpaolo Marino viene a sapere tramite un mediatore argentino che quel campione argentino, finito al Barcellona due anni prima, è in rotta con il club catalano. Informa prima la Juventus, che rifiuta di trattarlo, e poi il Napoli. Maradona, già considerato il più talentuoso degli astri nascenti, vuole lasciare la Catalogna e si fionda senza esitazioni sulla prima squadra italiana che gli fornisce l’occasione di evadere dalla ricca prigione spagnola e volare nel campionato più importante del Globo (in quel momento). Il Barça pure vuole disfarsene, ma a caro prezzo. La trattativa è estenuante e si conclude in extremis, anzi oltre i termini consentiti. Il prezzo è oltre i 13 miliardi di lire, e il Napoli quei soldi non ce li ha. Ma nell’estate del 1984, in piene ruberie post-sisma nella Campania dei terremotati, dei disoccupati e dei cassintegrati, la politica democristiana decide di dare ai napoletani il calciatore dei sogni e il benefico divertimento. Nel Consiglio di Amministrazione figurarono i democristiani Clemente Mastella, Alfredo Vito e Guido D’Angelo, rispettivamente in quota De Mita, Gava e Cirino Pomicino; uno per ogni corrente della Democrazia Cristiana. Il sindaco DC Enzo Scotti attiva un pool di banche per fornire la copertura finanziaria dell’operazione; il D.G. Juliano tratta a Barcellona e Ferlaino, con astuto blitz all’ultimo giorno utile, consegna una busta vuota negli uffici della Lega per poi volare in Spagna per le firme. Torna a Milano a notte fonda e, con l’aiuto di una compiacente guardia giurata, riesce a sostituire la busta vuota con una contenente il contratto con la firma di Maradona. La città esplode in una festa improvvisa, e non ha vinto ancora nulla. Il 5 luglio il San Paolo è pieno come un uovo per vedere Maradona palleggiare e calciare lontano un pallone. Si inaugura così l’era d’oro del Napoli, ma nessuno sa ancora a che prezzo.
Tutti intuiscono che ora, con el pibe de oro, il Napoli può vincere. Tutti comprendono che il più forte calciatore del mondo, se ben assecondato, può far saltare gli equilibri precostituiti e può condurre la collassata metropoli partenopea nella competizione con i potentati economici del Nord Italia. Anche Italo Allodi capisce nel giugno del 1985 che è il momento giusto per onorare la promessa fatta a Ferlaino tredici anni prima. Lo affianca Pier Paolo Marino, proprio il dirigente dell’Avellino che ha dato la grande soffiata. Allodi, però, è improvvisamente coinvolto in uno scandalo bis del Totonero. Si parla di “sistema Allodi”, di partite sistemate, e il manager scoppia in lacrime per le accuse. Ne esce assolto “con qualche motivo di perplessità”, ma anche sconvolto: nel gennaio del 1987 viene colto da ictus ed è costretto ad uscire lentamente dal mondo del Calcio. Dopo quattro mesi tutto sembra dimenticato quando gli azzurri riescono a mettere finalmente le mani sullo Scudetto, sul primo storico tricolore. Maradona esulta con Bruno Giordano, Salvatore Bagni, Andrea Carnevale, Fernando De Napoli, Alessandro Renica, Claudio Garella e l’esordiente Ciro Ferrara. È l’apoteosi per il popolo partenopeo che prepara la festa come una Piedigrotta d’altri tempi e si riversa nelle strade al fischio finale di Napoli-Fiorentina del 10 maggio ’87. È un evento anche per la RAI, che manda in prima serata e sulla rete ammiraglia uno show celebrativo condotto da Gianni Minà. Qualche giorno dopo si compie l’accoppiatta Scudetto-Coppa Italia, riuscita prima di allora solo a Juventus e Torino.
Il Napoli sostituisce Allodi con il suo allievo Luciano Moggi, scafato manager in grande ascesa che aveva mosso i primi passi alla Juventus proprio all’ombra dell’ormai “pensionato” e malato Italo. Il bis Scudetto sembra cosa fatta con la MA.GI.CA. Maradona-Giordano-Careca, un tridente formidabile completato dal funambolico e imprendibile fuoriclasse brasiliano, che sceglie Napoli perché vuole a tutti i costi giocare con il fenomeno argentino. Il Napoli vola e sembra non avere rivali a tre quarti del campionato, ma ecco spuntare il Milan di Berlusconi e Sacchi, bravo a spingere sul finale e ad approfittare della brusca e improvvisa frenata degli azzurri. Il giocattolo sembra essersi rotto sotto le accuse di aver perso lo Scudetto di proposito. Si parla di un accordo politico occulto per far vincere il Milan ma anche di scommesse al mercato nero, di forti puntate sul bis tricolore degli azzurri che avrebbe fatto perdere agli allibratori della malavita qualcosa come 260 miliardi di lire. Alla fine pagano alcuni giocatori, cacciati dal club al contrario di Maradona, che inizia a mostrare insofferenza e fastidio nei confronti di Ferlaino, il quale continua a non mantenere la promessa fatta nel 1984 di accasarlo in una villa con piscina e a lasciarlo “recluso” in un appartamento di via Scipione Capece.
Ma il ciclo del Napoli è ancora incompleto e così giungono la Coppa Uefa nel 1989 e il secondo Scudetto nel 1990, tra una richiesta e l’altra di Maradona di lasciare il club per campionati meno stressanti. Ma lui stesso sa che è prigioniero di Ferlaino e della venerazione che i napoletani gli riservano. Un fanatismo al confine col feticismo. Egli stesso si è fatto capopopolo, accostando i napoletani agli argentini e denunciando il razzismo italiano verso i “terroni”, lo stesso che ha provato in Spagna sentendosi additato come “sudaca”. Anche per questo ha odiato Barcellona e ora detesta Verona e tutti i campi del Nord dove legge striscioni su cui è scritto “lavatevi” e sente volgarità indegne. E detesta le tre “big” del Nord, polo di un potere che si diverte a sabotare sul campo.
Arriva anche la prima Supercoppa, con un sonoro 5-1 alla Juventus dopo i Mondiali italiani, quelli che segnano la definitiva rottura tra l’Italia e il campione argentino, ormai troppo inviso ai vertici federali cui ha sottratto la finalissima e offeso durante l’inno argentino a Milano, Torino e Roma. È l’ultimo bagliore di una squadra che crolla sotto la tossicodipendenza del suo leader. Una tossicodipendenza nata a Barcellona e degenerata a tal punto da bloccare troppo spesso Maradona in casa, anche quando c’è da volare a Mosca per la Coppa dei Campioni. Le maglie dei controlli antidoping sono larghissime da anni ma stranamente si fanno strette e il campione argentino ci casca solo nell’aprile 1991, proprio nel giorno in cui Moggi annuncia alla stampa che il ciclo del Napoli è finito e lui andrà via a fine stagione. Tenere in squadra un Maradona allo sbando che non incide più non conviene alle casse del club, che, per accontentare il suo fuoriclasse e mettergli attorno altri campioni negli anni, ha speso in ingaggi il 30% in più di quanto incassato. Ma neanche si può vendere l’idolo assoluto dei napoletani, l’orgoglio massimo della storia azzurra, più prezioso dei trofei portati alla bacheca azzurra, pena la sommossa popolare. La storia napoletana di Diego si conclude nel modo meno “catastrofico”. Il suo erede l’ha portato in casa proprio Moggi, e si chiama Gianfranco Zola.
Gli sforzi economici, senza una grande holding alle spalle ma architettati da uno smaliziato costruttore edile, stanno per presentare il conto. Inizia una crisi che dura oltre un decennio, con continui passaggi della maggioranza a imprenditori incapaci di risollevare il club, uscite e rientri di Ferlaino, cessioni dolorose (Ciro Ferrara prima e Fabio Cannavaro poi), qualche soddisfazione targata Claudio Ranieri e Marcello Lippi, e tanta Serie B, dopo 33 anni consecutivi di permanenza nella massima serie. Il televenditore riminese Giorgio Corbelli e l’imprenditore alberghiero napoletano Salvatore Naldi liquidano l’ingegnere ma a tentare il disperato salvataggio resta solo il secondo, che cede nell’estate 2004 e porta i libri contabili in tribunale. Il 2 agosto 2004 la Società Sportiva Calcio Napoli viene decretata fallita. È questo il prezzo differito che il club paga per aver portato a Napoli il miglior calciatore del mondo, gli scudetti e le coppe.
L’iscrizione al campionato di B è impossibile. Resta percorribile la strada dell’iscrizione alla Serie C1, ma bisogna assicurare una nuova proprietà e grandi investimenti. 6 possibili acquirenti si fanno avanti. La curatela fallimentare snobba la proposta d’acquisto del plateale presidente del Perugia Luciano Gaucci e si orienta verso quella più seria del proprietario dell’Udinese Giampaolo Pozzo, il quale ha tutto l’interesse a portare la regina del Sud in orbita friulana. Ma ecco che all’improvviso compare sulla scena il cineasta romano di famiglia napoletana Aurelio De Laurentiis, che con un blitz convincente fa suo il club. Il nuovo proprietario riporta subito a Napoli Pierpaolo Marino e, in tre stagioni, la Serie A. Il 10 giugno 2007, col pareggio in trasferta contro il Genoa, esplode una nuova festa in Città. Stavolta sono i più giovani ad animarla, quelli che negli anni Ottanta non erano nati, e che sono cresciuti vedendo la squadra del cuore arrancare nelle serie minori.
Il Napoli di De Laurentiis cresce e raggiunge anche l’Europa, prima quella minore e poi quella dei Grandi. Torna pure il profumo di Scudetto con il trio Cavani-Lavezzi-Hamsik diretto da Walter Mazzarri, ma il primo trofeo della nuova Era è la Coppa Italia, la quarta della storia, nell’indimenticabile finale del 20 maggio 2012 a Roma contro la Juventus. Due anni dopo, il 3 maggio 2014, sempre a Roma, anche la quinta coppa nazionale contro la Fiorentina, macchiata dall’aggressione a mano armata che causa la morte del tifoso Ciro Esposito. Stavolta in panchina c’è il vincente tecnico spagnolo Rafa Benitez, tra i più quotati del mondo, che ha il compito di accompagnare il Napoli in una crescita di respiro internazionale. Ma le sue aspettative e quelle dei tifosi non vengono appagate fino in fondo, nonostante la vittoria della seconda Supercoppa in un’interminabile finale a Doha conclusa ai rigori contro la rivale di sempre: la Juventus. Il monte ingaggi è cresciuto con 70 milioni di investimento e 135 milioni per i cartellini di calciatori importanti, su tutti l’argentino Gonzalo Higuain, uno dei più completi attaccanti al mondo, chiamato a sostituire il partente Cavani. Due mancate partecipazioni alla Champions League creano un danno alle floride casse sociali e fanno rinunciare al progetto, anche se la squadra accede all’Europa per il sesto anno consecutivo (record corrente della Serie A) e prosegue in un ciclo che, in quanto a risultati e vittorie, è secondo solo a quello oneroso dell’Era Maradona. L’abiura si chiama Maurizio Sarri, una scommessa che segna un nuovo corso tutto da scoprire, mentre il club targato De Laurentiis divide i tifosi per l’impostazione aziendale a carattere familiare e per la parsimonia che tiene lontano lo spettro del dissesto; uno spauracchio ora esorcizzato ma che ha accompagnato l’azzurro per ottant’anni, compresi quelli d’oro degli Scudetti in cui la bigliettazione allo stadio rappresentava il 90% del fatturato (altri tempi). È la prima volta che accade nella storia di un club che è massima espressione calcistica di un territorio, quello meridionale, che non supera il 20% di presenza delle proprie squadre al Massimo Campionato, capace di vincere solo 8 scudetti contro i 103 del calcio settentrionale. La storia insegna che non si impara nulla da essa, ma quella azzurra deve invece inorgoglire i suoi tifosi a prescindere dai traguardi raggiunti, dai grandi campioni che l’hanno scritta e dai tanti travagli vissuti. Essere tifosi del Napoli, in ogni parte del mondo, vuol dire sostenitore un club unico come la Città che rappresenta, e dei cui affanni è specchio fedele, così come della sua ineguagliabile volontà di non chinare la testa, nonostante tutto.
Auguri, Napoli. Auguri, passione azzurra.

(l’articolo riprende alcuni passi del libro Dov’è la Vittoria, Magenes, 2015)

Rapporto Svimez 2015: Sud-Italia peggio della Grecia

Angelo Forgione – Qualche settimana fa, in piena “Questione greca”, ebbi a scrivere che i meridionali d’Italia stavano anche peggio degli ellenici, e del resto bastava analizzare le annuali statistiche Eurostat circa il PIL pro-capite espresso in potere d’acquisto di più di 270 regioni degli stati membri dell’Unione Europea per capire che nel Sud-Italia vivono gli abitanti più poveri d’Europa. Ora arriva anche la Svimez ad allarmare sull’aggravarsi della “Questione meridionale” e a sottolineare che 1 cittadino meridionale su 3 è a rischio povertà (1 su 10 al Nord). “Dal 2000 al 2013 il Sud è cresciuto del 13%, la metà della Grecia che ha segnato +24%: oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell’Europa a 28 (+53,6%)”. Lo si legge nelle anticipazioni del Rapporto 2015 dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che sottolinea anche come, nel periodo, l’Italia nel suo complesso sia stato il Paese con minore crescita dell’area euro con il +20,6% a fronte di una media del 37,3%.
Il rapporto, qualora ve ne fosse il bisogno, evidenzia anche che l’Italia è “un Paese diviso e diseguale, dove il Sud è la deriva e scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%) e il Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, con il 53,7%”. Nel rapporto si rileva il crollo dei consumi, la caduta degli investimenti e il taglio della spesa in conto capitale a danno del Sud. Allarmante il dato delle nascite in quello che una volta era il territorio serbatoio del ricambio generazionale.
Nel 2014 il numero dei nati nel Mezzogiorno, così come nell’Italia nel suo complesso, ha toccato il valore più basso dall’Unità d’Italia: 174 mila”.
Le catastrofiche previsioni avanzate, dalla desertificazione umana a quella industriale, sono semplicemente una reiterazione di quanto già prefigurato nelle precedenti edizioni del Rapporto. Il Sud continua a funzionare da colonia per le industrie del Nord. Lo disse già nel 1911 Gaetano Salvemini, interrogandosi sul senso dell’Unità. Un quesito che continua a non avere risposta.

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Roma nei rifiuti “come Napoli”. Sbagliato! Il problema ora è della Capitale.

Angelo ForgioneLa capitale d’Italia sommersa dai rifiuti. Una nuova figuraccia per l’immagine del Paese in affanno. “Stiamo diventando come Napoli”, dicono nella capitale. Il paragone è facile, visto quel che si è visto qualche anno fa nel capoluogo campano. Nessuno può dimenticare le dolorose immagini di Napoli, città amata anche oltre oceano, invase dall’immondizia; quelle del lungomare, quelle del Parco Nazionale del Vesuvio pattumiera, quelle dei monumenti deturpati da sacchetti che in foto lasciavano immaginare l’olezzo. I napoletani non dimenticano la mortificazione d’esser stati additati come l’esempio massimo del degrado civile, mentre le cricche del Nord lucravano sulla gestione dei rifiuti all’ombra del Vesuvio ricattando l’amministrazione di Palazzo San Giacomo.
Ma mentre le discariche di Roma esplodono – e non da oggi – e le soluzioni sono ancora lontane, i cumuli di rifuti napoletani abbandonati per giorni attorno ai cassonetti sono un brutto ricordo. Da anni Napoli ha dato la svolta grazie a una seppur lenta ripartenza nella differenziata (con stanziamenti decisamente inferiori a quelli destinati a Roma) e all’invio di parte dei propri rifiuti in Olanda su navi, un sistema meno costoso dei trasporti su gomma (cari alla malavita) e su treno. Certo, le estreme periferie restano trascurate e pure le strade centrali mostrano una carente nettezza causata da un servizio municipale inefficiente, soprattutto dopo la chiusura dei negozi. La dotazione degli impianti è ancora insufficiente e i napoletani sanno che, nonostante la svolta, potrebbe bastare un intoppo nell’ingranaggio per riaprire vecchie ferite. Ma quel che si vede oggi a Roma non si vede più a Napoli, e l’immagine dei rifiuti associata ai napoletani è niente più che uno stereotipo come troppi.
Il problema, da qualunque punto di vista lo si osservi, è sempre politico, e a pagare sono i cittadini, talvolta con la loro dignità. Quattro anni fa era il PD romano ad ammonire che la capitale stava facendo la fine di Napoli, lo stesso partito che oggi governa in Campidoglio e si difende dagli attacchi dell’opposizione. Dunque, non è Roma che è diventata come la Napoli di qualche anno fa ma è Napoli che, nella storia unitaria del Paese, è stata resa città-simbolo delle inefficienze italiane… che non sono mai state una sua esclusiva.

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La rivisitazione della didattica dei Conservatori napoletani del ‘700

Angelo ForgioneÈ stato pubblicato in lingua inglese un trattato sui metodi di insegnamento musicale nella Napoli del Settecento, a cura di Peter van Tour, docente al dipertimento di Musicologia all’Università svedese di Uppsala, la più antica e prestigiosa università della Scandinavia.
Counterpoint and Partimento il titolo, ovvero “Contrappunto e Partimento”, specificità didattiche dei conservatori napoletani di Santa Maria di Loreto, La Pietà dei Turchini, I Poveri di Gesù Cristo e Sant’Onofrio a Porta Capuana (poi confluiti in quello unico di San Pietro a Majella) che formarono un gran numero di professionisti della musica, di cui l’Europa dell’epoca faceva gran richiesta. Fu proprio l’alta formazione degli istituti napoletani, unitamente alla produzione dei capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolesi ed altri Maestri, a far scrivere a Jean-Jacques Rousseau e Charles Burney che Napoli era l’epicentro della Musica, con grande eco in tutto il Vecchio Continente.
La qualità dell’insegnamento era basato proprio su questi metodi particolari. Il Partimento, nello specifico, era uno strumento didattico tutto partenopeo (di cui parlo in modo più approfondito nel capitolo “L’Opera e la Musica Sacra” del mio saggio Made in Naples; ndr) che si diffuse in ogni parte d’Europa per la capacità di accrescere negli allievi la tecnica strumentale attraverso la composizione a livelli di difficoltà sempre maggiori, in modo da stimolarne la creatività. Gli studi di Peter van Tour rivelano che il Partimento era utilizzato negli antichi Conservatori napoletani non solo come esercizio da suonare al cembalo ma anche come esercitazione scritta di Contrappunto.
La recente rivisitazione del Partimento è oggetto di altre pubblicazioni recenti, tra cui quelle a cura di Giorgio Sanguinetti, docente di teoria e analisi della musica all’Università di Roma-Tor Vergata: The Partimento and Continuo Playing in Theory and Practice (2010) e The Art of Partimento. History, Theory and Practice (2012).

Daverio: «È giunto il momento per risarcire la Campania»

Angelo Forgione – Philippe Daverio torna a parlare delle ricchezze culturali della Campania e del Sud, e lo fa dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno, intervistato da Stefano De Stefano. «Un piano Marshall europeo per i beni culturali della Campania». Questa la richiesta avanzata, che non è dell’ultim’ora, visto che il critico d’arte alsaziano l’ha lanciata con forte polemica nel giugno 2013, in occasione della sua visita alla Reggia di Caserta e alla Real Tenuta di Carditello (video in basso). Ora, però, Daverio suggerisce alla nuova giunta regionale la costituzione di una task force coordinata che vada a Bruxelles per porre con forza la questione di massicci investimenti della Comunità europea destinati soprattutto alla tutela strutturale.
«La forbice fra la ricchezza strutturale presente su questo territorio e le capacità di garantirne una giusta manutenzione e valorizzazione è troppo ampia, come del resto un po’ in tutta Italia, incolmabile con le risorse ordinarie attualmente a disposizione. Ma l’Europa – spiega  Daverio – deve moltissimo alla cultura napoletana, basti pensare al ruolo delle scoperte settecentesche di Ercolano e Pompei che hanno consentito la nascita del Neoclassicismo e l’affermarsi di pittori come David. E’ giunto il momento quindi per risarcire questa terra, un po’ come il nipote diventato ricco che sostiene il vecchio nonno da cui ha appreso tanto ma che ora è un po’ malmesso».
Daverio chiede aiuto all’Europa ben sapendo che i monumenti della Campania e del Sud in generale crollano perché potenti simboli di un passato trascurato e da trascurare. Dalle pagine de Il Mattino del 14 aprile 2013 fu proprio lui a dire che “Caserta con la sua reggia è un simbolo potentissimo, ed anche per questo c’è una sorta di accanimento contro di essa”. E sa benissimo che la tutela del patrimonio meridionale, a partire dagli scavi vesuviani, è al di sopra delle possibilità dello Stato italiano, da lui definito “un fallimento“. E forse anche al di sopra delle volontà, se è vero che di Napoli e del Sud, per Daverio, non importa niente a nessuno.

Galasso contro il borbonismo, ma gli storici stranieri non lo aiutano

Angelo Forgione – ll prof. Giuseppe Galasso, con un articolo sul Corriere del Mezzogiorno del 12 luglio, è tornato sui temi del revisionismo risorgimentale e sul successo di alcuni libri scritti negli ultimi anni che raccontano di malaunità. «Il paradiso borbonico? È solo un’invenzione nostalgica», dice lo storico napoletano, ma gratuitamente. Certo che non si trattava di eden terrestre, perché il paradiso in terra non esiste e di certo non lo era neanche il Regno delle Due Sicilie. È cosa nota a chi si occupa di certi temi in modo equilibrato, come lo è che tanto il Nord quanto il Sud di quell’Italia fossero entrambi economicamente arretrati rispetto all’avanguardia europea. Sì che qualcuno ha enfatizzato la favola del Regno borbonico in grado di issarsi a terzo paese più industrializzato d’Europa, e non poteva certo esserlo uno Stato che, come tutti quelli preunitari, pur con una sua certa industrializzazione nascente, era certamente sbilanciato verso un’economia prevalentemente agricola. Ma la rivisitazione dei fatti risorgimentali, quella seria, tende a riequilibrare il divario Nord-Sud, a dimostrare che non esisteva al momento dell’Unità, e che i metodi per conseguirla non furono né ortodossi né finalizzati alla creazione di una nazione omogenea. Lo hanno avvisato altri storici italiani ma preferisco ricordare quello che negli ultimi anni ci hanno detto gli storici stranieri, certamente neutrali rispetto alla vicenda. L’americano Michael Ledeen, ad esempio, per cui i Piemontesi crearono dei campi di concentramentoe “l’unificazione non è stata un fatto positivo per Napoli”. L’inglese David Gilmour, per cui “i napoletani si sarebbero mostrati più leali nei confronti dell’Italia dopo il 1861, se fosse stato consentito loro di mantenere il sistema di regole messo a punto dai Borbone, decisamente superiore a quello dei piemontesi”. E persino John Anthony Davis, altro americano esperto in materia, per il quale “nel 1860 le differenze economiche tra il Nord e il Sud erano di gran lunga inferiori a quelle che ci sarebbero state 40 anni più tardi quando lo stato italiano smantellò le barriere protettive che avevano portato allo sviluppo delle industrie tessili, di ingegneria e di edilizia navale meridionali”.
Davis se l’è presa pure con Benedetto Croce, teorizzatore dell’arretratezza meridionale, e non ha sbagliato il bersaglio. Il filososo abruzzese, infatti, si allineò ai vari storici postunitari cui, subito dopo la creazione dell’Italia unita, fu assegnato l’incarico di creare una storia che appartenesse a tutti, in cui andava rappresentata la grandezza del Paese e di cui il popolo potesse essere orgoglioso. Quella schiera – non ancora esaurita – ebbe licenza di edulcorare, romanzare, cambiare e ribaltare a piacimento le storie e i personaggi con un obiettivo superiore: l’invenzione pilotata di una storia nazionale, che avrebbe dovuto avere una credibilità per infondere una fede nell’Unità, rafforzare la coscienza dell’italiano nuovo e costruire un Paese unito nella memoria dei miti fondanti della Nazione e delle battaglie che avevano condotto all’indipendenza. Fu un fallimento, che stette nella volontà superiore di non integrare le culture locali in quella nazionale unica da consolidare. La vera Italia, quella dei dialetti e delle molteplici culture, fu soffocata, e l’Unione imposta dall’alto interruppe le contaminazioni reciproche delle diversità, fonte di crescita e produzione culturale. Così nacque una Nazione che non apparteneva storicamente a nessuno, e poco è cambiato da allora.
Chi abusa dei record duosiciliani e dei soprusi piemontesi è probabilmente la gente della strada, ed è proprio di questa che Galasso si lamenta quando scrive che “oggi il primo che incontrate per strada vi fa lezioni su primati borbonici o saccheggi sabaudi”. È la spia di un sentimento diffuso che si nutre pur sempre di una narrazione alternativa proposta da storici e seri scrittori, che resta tale, per quanto faccia facilmente presa su un popolo forse incapace di autogovernarsi ma comunque in cerca di riscatto. E per uno storico contemporaneo meridionale che dice che il Sud non fu colonizzato (perché sarebbe anche rilevante una folta rappresentanza politica meridionale nella storia unitaria) ce n’è un altro del passato che nel 1911, in pieno cinquantennio del Regno d’Italia, si chiese già “a che scopo continuare con questa Unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d’America per le industrie del Nord?”. Si trattava di Gaetano Salvemini. E anche in tal senso poco è cambiato da allora, anzi nulla. Il Nord ha iniziato a camminare e il Sud è indietreggiato nelle gerarchie continentali a tal punto da risultare oggi la macroarea più povera d’Europa. È per questo che le pubblicazioni sgradite a Galasso fioccano. Dunque, preoccuparsi dell’antitalianismo borbonizzante appare esercizio di disappunto più dannoso dell’antitalianismo stesso. Così si osserva un malato in coma da una cattedra, senza far nulla, neanche una preghiera, affinché si risvegli.

Dov’è la Vittoria a “Si Gonfia la Rete”

Dalla trasmissione Si Gonfia la Rete su Radio CRC del 13 luglio, due chiacchiere sul libro Dov’è la Vittoria e sul nuovo Napoli di Sarri che inizia a prendere forma.