1912, la (finta) riforma pro-Sud che rischia di far sparire la Juventus

Angelo Forgione – Il campionato italiano nasce nel 1898, ma non può definirsi tale. È in realtà un torneo “industriale”, riservato a squadre di Piemonte e Liguria, e poi di Lombardia, ben presto allargato anche ad Emilia Romagna e Veneto, giusto per sottolineare anche con la nuova moda sportiva di fine Ottocento che l’Italia che conta non va più giù. Solo squadre del Nord progressista, dunque, nonostante l’interessamento al Calcio di nuovi sodalizi meridionali, costretti a cimentarsi nei tornei organizzati dai magnati inglesi che sfruttano i porti tirrenici della Penisola nella rotta del thé verso il Canale di Suez.
Ma i club del Sud vogliono crescere, e per farlo necessitano di misurarsi col Calcio più ricco. Quelli del Nord non ci pensano proprio a salire su un treno per andare a giocare nell’altra Italia. La Nazione, però, è formalmente unita da un cinquantennio, e una parvenza di coesione sportiva bisogna pur darla. Le proteste meridionali crescono, sono più che legittime e si fanno vibranti. Il rappresentante dell’Unione Sportiva Internazionale Napoli, Mario Hector Bayon, si presenta in una accesissima assemblea federale per chiedere aiuto alla FIGC e pronuncia una calorosa difesa dei Calcio meridionale con cui strappa prolungati applausi. Ci pensano i consiglieri federali Emilio Vavassori e Luigi Faroppa a mettere tutti d’accordo con una riforma con cui si istituiscono due raggruppamenti territoriali: uno del Nord, con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto, e uno del Centro-Sud, con Toscana, Lazio e Campania; tutto il resto, escluso. Le vincitrici dei due raggruppamenti si affronteranno in una finalissima che designerà la squadra campione d’Italia. In realtà la FIGC è ben conscia dell’abissale divario esistente tra le formazioni del Centro-Sud e quelle del Nord, sa che il divario non può colmarsi senza una vera fusione e sa benissimo che le finalissime assumeranno un valore pro forma senza alcun significato tecnico-agonistico. La vera attesa finale del campionato italiano sarà la partita che designerà la vincitrice del torneo settentrionale.
Tutto risolto? Niente affatto, perché con la riforma ‘Valvassori-Faroppa’ viene introdotto anche il titolo sportivo, ovvero il meccanismo di promozioni e retrocessioni. Non solo per vincere, ora bisogna lottare anche per salvarsi. Ci va di mezzo la Juventus, che non è ancora la Juventus che conosciamo, ben lontana della proprietà della famiglia Agnelli e in cattive condizioni economiche. È un club piombato nella mediocrità dal 1906, anno in cui alcuni soci fondatori sono fuoriusciti per fondare il Torino. La squadra bianconera finisce ultima nel girone piemontese, vinto dai fortissimi campioni della Pro Vercelli, ed è la prima condannata alla retrocessione in seconda categoria (insieme al Modena e alla Libertas Milano). Il giocattolo dei giovani studenti del Liceo classico D’Azeglio di Torino sta per rompersi. I soci fondatori convocano un’assemblea per ratificare lo sciogliendo la società, alla quale si presenta in extremis anche il trafelato ingegner Umberto Malvano per annunciare un insperato ripescaggio. Ha lavorato di “diplomazia” con l’amico Giovanni Mauro, presidente del comitato regionale lombardo e, soprattutto, col fratello Francesco che della FIGC è reggente (in futuro sarà anche presidente). Insieme hanno trovato l’italianissima soluzione: sfruttando i posti liberati da alcune fusioni di squadre lombarde, la Juventus di Torino, Piemonte, viene trasformata provvisoriamente in squadra lombarda e inserita nel girone della Lombardia per essere ripescata e salvata dalla prematura fine della sua storia.
La vera unione calcistica delle due Italie perdura per altri anni ancora, passando per lo scisma del 1921-22 dettato dalla volontà dei grandi club del Nord di estromettere dalla competizione tutti gli altri, cioè il resto d’Italia.
Solo con la Carta di Viareggio del 1926, con l’irruzione nel Calcio del regime fascista, si abolisce la riforma di facciata e parte un vero campionato italiano. È l’anno di nascita ufficiale del Napoli, che in realtà esiste dal 1922, (fusione tra il Naples Football Club e l’U.S. Internazionale Napoli) e cambia semplicemente denominazione sociale per compiacere il nazionalismo di quel Regime che lo butta nella mischia insieme al Calcio romano: da Foot Ball Club Internaples ad Associazione Calcio Napoli. Il Nord, dopo 26 scudetti acquisiti, cessa di avere l’esclusiva e, pur protestando animatamente, deve obbedire alle volontà superiori che procurano non pochi fastidi a chi fin lì ha monopolizzato il Giuoco. La Juventus è ora scudettata, risanata e rafforzata da Edoardo Agnelli, che ha portato in dote i capitali della Fiat ed è pronto a conseguire il suo ciclo vincente: 6 scudetti, di cui 5 di fila, con cui la cultura industriale pone fine al grande Calcio amatoriale delle polisportive piemontesi. Parte da qui la costruzione del palmarès, il più prestigioso d’Italia, di un club che nel 1913 è stato a un passo dalla sparizione.

approfondimenti in Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015)

juventus

L’Ercole Farnese, il più grande rimpianto di Napoleone

Angelo ForgioneÈ uno dei pezzi più pregiati della parte scultorea della Collezione farnesiana, sparsa tra Parma, Piacenza e Roma prima che Carlo Borbone Farnese e il figlio Ferdinando, legittimi proprietari della stessa, la portassero interamente a Napoli nel Settecento. l’Ercole Farnese fu trasportato all’ombra del Vesuvio nel 1787 per volontà di Ferdinando IV e collocato nella Reggia di Capodimonte, edificata dal padre per ospitare proprio la parte emiliana della Collezione. La statua, scolpita nel III secolo D.C. dallo scultore greco Glicone su un prototipo di Lisippo e rinvenuta nel 1546 nelle terme di Caracalla da papa Paolo III Farnese, si trovava nel portico del cortile di Palazzo Farnese. Fu caricata, insieme a tutta la parte romana della Collezione, su delle imbarcazioni che attraversarono il Tevere per raggiungere delle navi sulle quali poi approdarono a Napoli. Come pure l’Ercole Latino, un’altra replica dello stesso tipo, portato nel 1788 nella Reggia di Caserta, oggi visibile ai piedi dello scalone d’onore.
L’Ercole Farnese, sul finire del Secolo contrassegnato dai tumulti della Rivoluzione francese, divenne obiettivo delle mire parigine. Le truppe napoleoniche, una volta entrate in Italia, iniziarono a razziare opere d’arte e monete. Il Direttorio di Parigi diffuse la teoria per cui la Repubblica di Francia era superiore per Lumi, rappresentava l’Universale, ed era quindi la nobile destinazione, sola Nazione degna di proteggere i capolavori dell’umanità. Così la pensavano anche i giacobini napoletani della Repubblica del 1799, che lasciavano spogliare Napoli con veri e propri furti, indicati come “estrazioni”. L’Ercole Farnese fu imballato e approntato per andare all’esposizione del Louvre, ed essere sostituito con un volgare stampo in gesso. Fortunatamente non fece mai quel viaggio perché i funzionari transalpini che occupavano i musei borbonici indugiarono. La Repubblica Napoletana cade in pochi mesi e Ferdinando, al quale era giunta notizia che la scultura era partita, potè tirare un sospiro di sollievo quando, al suo ritorno a Napoli dall’esilio di Palermo, si accorse che era invece al suo posto.
Ma Napoleone continuò nel suo proposito di appropriarsi della statua. Se ne invaghì a tal punto da ritenerlo il più grande vuoto da colmare nell’esposizione universale del Louvre. Quando, nel 1808, il fratello Giuseppe Bonaparte divenne Re di Napoli, fece ulteriori progetti per assicurare la statua alla Francia, poi accantonati dal successore Giocacchino Murat. Questione risolta? Macché! Per Bonaparte, quella statua non poteva proprio mancare. Nell’ottobre 1810 chiamò a Parigi Antonio Canova affinché realizzasse il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Il grande scultore neoclassico gli manifestò l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro. L’Imperatore cercò di trattenerlo a Parigi così: «Il centro è qui: qui tutti i capolavori antichi. Non manca che l’Ercole Farnese, che è a Napoli. Me lo sono riservato per me». Canova gli rispose con vena patriottica: «Vostra Maesta, lasci almeno qualche cosa all’Italia. I monumenti antichi formano collezioni a catena con una infinità d’altri che non si possono trasportare nè da Roma nè da Napoli» (leggi qui). Ebbe ragione l’artista, perché Napoleone crollò qualche anno dopo e l’Ercole, il grande cruccio dell’Imperatore, rimase nella sua nuova collocazione, il Real Museo di Napoli (oggi Museo Archeologico Nazionale), il primissimo dell’Europa continentale, voluto da Ferdinando IV e antecedente al Louvre stesso di circa un ventennio. L’Ercole “francese” rimase solo un sogno, con buona pace della Grandeur, cui quel pezzo di Napoli mancò sempre.

Il Comune di Napoli ricorda (solo) i giacobini (e inciampa sull’Illuminismo)

Angelo ForgioneNei giorni scorsi, a cura del Comune di Napoli e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è stata scoperta una targa commemorativa presso l’entrata della Basilica del Carmine in ricordo del martirio dei giacobini napoletani. Giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napoletana del 1799, con le circa 120 esecuzioni tra gli aderenti alla stessa, ma pure manca un ricordo per gli almeno 3000 napoletani del popolo che persero la vita nel tentativo di evitare l’ingresso in Città delle milizie francesi del generale francese Jean Étienne Championnet.
Furono mesi, quelli da gennaio a giugno, molto difficili, sporcati da sangue, morte e barbarie, che impressero una ferita mai rimarginata. La cultura locale è da allora spaccata tra giacobini e sanfedisti, tra repubblicani e monarchici, ma ogni contesa che genera accesi estremismi e distanti fazioni finisce con lo scompaginare gli eventi e renderli poco chiari. La Storia di Napoli è complessa e va invece analizzata serenamente, senza nostalgie, recriminazioni e strumentalizzazioni. Accade quindi che anche il Comune di Napoli incappi in un non lieve errore storico nel comunicato stampa della Giunta (leggi qui), parlando di martirio degli “illuministi napoletani”. Gli uomini della Repubblica Napoletana non erano illuministi ma più correttamente colti esponenti della borghesia filomassonica. Gli illuministi, i riformatori che fecero di Napoli il centro universale dei Lumi, erano stati Pietro Giannone, Giambattista Vico, Bartolomeo Intieri, Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri. Gli eccezionali scritti di quest’ultimo animarono gli intellettuali della Repubblica, ma il giurista napoletano aveva sostenuto e consigliato il primo ministro monarchico Bernardo Tanucci; e prima ancora, Antonio Genovesi aveva sostenuto la monarchia illuminata di Carlo di Borbone. Certamente un anello di congiunzione tra il giacobinismo e l’illuminismo furono alcuni figli della dottrina economica di Antonio Genovesi, tra cui spiccava Francesco Mario Pagano; ma questi, dopo l’assorbimento degli influssi rivoluzionari, deviarono il grande Pensiero napoletano rivolto alla soluzione dei problemi locali verso la corrente francese nata da una piattaforma sociale diversa. Quella parte di borghesia massonica era pure stata a Corte, ben vista e agevolata dalla massona Maria Carolina (Eleonora Pimentel Fonseca sua bibliotecaria, Domenico Cirillo suo medico, etc). Fu proprio grazie alla regina che accrebbero posizione e influenza. Tradirono la grande fiducia che la sovrana concesse loro per riformare il Regno quando il Gran Maestro napoletano Francesco d’Aquino fu rimpiazzato nel ruolo di favorito dall’inglese John Acton. Ripicche politiche da perdita di influenza, insomma, e ancora nel 2015 si confonde l’Illuminismo napoletano col giacobinismo, che fu invece il sottoprodotto dell’esterofilia della dotta borghesia filomassonica.
Bisogna anche chiarire il concetto di “rivoluzione”, e chi la fece. Una rivoluzione la fa il popolo, e il popolo, in quei mesi turbolenti, fece la resistenza. Il resto furono intrighi politici e interessi personali annegati purtroppo nel sangue. La “rivoluzione” partenopea non fu compiuta dal popolo napoletano e neanche dagli intellettuali della borghesia, bensì dalle milizie francesi, con lo scopo di assorbire soldi e opere d’arte in città. Dieci anni di tasse non pagate dai cittadini francesi dopo la Presa della Bastiglia necessitavano di rimedio, e l’Italia offriva liquidità da spremere nonché la nuova moda europea del momento, scoppiata col rinvenimento dei reperti vesuviani operato: il Neoclassicismo. Il temibile esercito francese, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie ai giacobini napoletani, che aprirono il fuoco alle spalle del popolo da Castel Sant’Elmo, lasciando a terra migliaia di corpi esanimi. Erano napoletani, popolani, che cercavano di fermare l’ingresso del più forte esercito d’Europa con una strenua resistenza, ammirata dal generale Championnet, lo stesso condottiero che, come testimonia la pubblicazione Souvenirs du général Championnet (Flammarion – Parigi, 1904), annunciava con delle lettere inviate al ministero dell’Interno del Direttorio di Parigi la spedizione di gessi, statue, busti, marmi e porcellane di pregio trafugate a Napoli (lo straordinario pieno di opere d’arte in Italia e oltre consentì a Napoleone di riorganizzare nel 1800 l’esposizione del Louvre). Persino l’Ercole Farnese, principale obiettivo francese, fu imballato e approntato per andare a Parigi. Non partì perché i transalpini indugiarono. Eleonora Pimentel sapeva e qualcosa pure la raccontò sul suo Monitore Napoletano (la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro). Lei e tutti gli intellettuali giacobini sostenevano la tesi di Parigi per cui la Francia era l’unica nazione capace di garantire l’inviolabilità delle grandi opere e garantirle all’umanità nei secoli futuri.
E fu sempre il popolo a riprendersi la città e il Regno, dopo neanche sei mesi, approfittando dello sbandamento delle truppe napoleoniche, via dall’Italia dopo gli affanni di Bonaparte in Egitto e ovviamente disinteressato a dare protezione agli uomini della Repubblica Napoletana, che nel frattempo non avevano prodotto alcuna riforma politica. Non conoscevano le necessità del popolo, dimostrando di non  aver recepito l’altissimo insegnamento di Genovesi. I dotti massoni di Corte tradirono, sapendo a cosa andavano incontro. Il tradimento, ai quei tempi, era punito dappertutto con la pena capitale. Sapevano anche di mancare di adesione popolare ma erano sicuri di essere protetti dai fortissimi francesi. Fecero male i loro calcoli.
Stime ufficiali indicano circa 3.000 morti a Napoli, ma ne furono di più nell’arco di quei sei mesi; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima di 60.000 vittime in tutto il Regno, limitata ai primi mesi del ‘99. Morti che sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti.
E allora, di quale rivoluzione si continua a parlare a distanza di più di due secoli? Qualche anno fa, in una puntata del programma televisivo Passepartout di Philippe Daverio, Nicola Spinosa, ex Sovrintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Napoli  (premiato nel 2008 col “FIAC Excellency Award 2008” come uomo che ha più contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti), si espresse con toni molto duri nei confronti di chi continua a raccontare male e faziosamente la storia, definendo quella che ancora oggi tramandiamo come “rivoluzione napoletana” come qualcosa che non ha lasciato alcun segno nella cultura della Città, «un recupero storicistico operato da certi settori dell’intellighenzia napoletana» (guarda qui). Settori che hanno stimolato la realizzazione della nuova targa commemorativa in piazza Mercato e che però spingono per dimenticare le migliaia di morti tra il popolo napoletano perché poveri, incolti, straccioni.
Dunque, se è vero che per la repubblica il popolo è sovrano, ricordiamo anche il massacro dimenticato di migliaia di “lazzari” oltre alle notissime decapitazioni tra la borghesia partenopea… per rispetto della Storia e in nome dei diritti civili e della Libertà.

Per il TG5, Napoli volto peggiore in cui l’Italia sguazza

Angelo ForgioneL’estate 2015 passa alla storia per il funerale del gran padrino della famiglia Casamonica di Roma. Le parole confuse per raccontare una vicenda dai contorni precisi si sono sprecate, fino a giungere a un formidabile servizio dell’edizione serale del TG5 del 22 agosto (guarda al minuto 0:01:45), in cui, a margine della vicenda, si è voluto evidenziare in modo forzato e scorretto quanto l’Italia alla napoletana faccia male all’immagine del Paese all’estero. Un servizio corretto nell’impostazione di base ma condannabile nel metodo comunicativo. «Nessuno come noi italiani è bravo a farsi del male», annuncia il mezzobusto Alberto Bilà per lanciare il contributo di Carmelo Luciano, il quale mette in fila una sequela di immagini con un chiaro riferimento negativo: Napoli. Dalla comicità di Caccamo e Tafazzi alla drammaticità degli spaghetti con pistola di una famosa copertina di Der Spiegel, passando per Pulcinella mandolinista nel centro di Napoli, il “vigliacchetto” comandante Schettino da Piano di Sorrento che fa affondare la nave e gli sfaticati dipendenti degli scavi di Pompei che sbarrano cancelli ai turisti. Questo, e solo questo, è quello che l’autore del servizio mette insieme per descrivere il volto peggiore dell’Italia.
Per carità, c’è pure del vero in questo collage, ma la spasmodica ricerca di un bersaglio preciso è fin troppo subliminale per non essere percepito. Come se la Tangentopoli di Mani Pulite degli anni Novanta, i crac emiliani di Parmalat e le bande dell’Expo milanese, del MoSE veneziano e della mostruosamente costosa TAV centro-settentrionale non ci abbiano reso ridicoli agli occhi del mondo per l’altissimo tasso di corruzione (l’Italia è fanalino di coda per trasparenza tra i paesi membri dell’Unione Europea), al pari di quanto preso a campione e all’ingrosso, un tanto di luoghi comuni al chilo. Eppure è proprio Carmelo Luciano a dirci che «riusciamo a farci del male da soli, a dare fondo a tutti i luoghi comuni, le frasi fatte e le banalità sul carattere italiano che per gli stranieri è “spaghetti, pizza, mandolino e funiculì funiculà”». Sì, perché certi stereotipi sono stati diffusi dagli italiani prima ancora che dagli stranieri, sdoganati in modo capillare nell’era della televisione anche all’estero, là dove sono stati semplicemente presi in prestito all’occorrenza. Lamentarsene, ora, è inutile e tardivo.

Matteo Renzi e il disco rotto del piagnisteo. Vietato evidenziare il dramma Sud.

Angelo Forgione per napoli.comSia lodata la Svimez, ma ancor di più la Grecia in crisi. Che potesse divampare nuovamente la “Questione meridionale” sotto il solleone di Agosto, con la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, nessuno poteva prevederlo, perché da un buon decennio, freddo o caldo che facesse, tra l’abbondante demagogia leghista e la massiccia retorica delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il problema Sud era di fatto scomparso dai temi del dibattito politico nazionale.
Sia chiaro che la Svimez non ha detto nulla di nuovo, perché sono anni che nei suoi periodici rapporti preconizza desertificazione industriale e umana al Sud, richiamando attenzione sulla povertà meridionale. Tutto ignorato e relegato a qualche articolo di giornale mai capace di “estorcere” un commento significativo da parte dei leaders dei Governi che si sono succeduti. C’è voluta la Grecia, c’è voluto il suo euro-referendum per fare lo sgambetto al presidente del Consiglio in carica; c’è voluto il dibattito sulla “Questione greca” che sta all’Europa come quella “meridionale” sta all’Italia. L’attenzione internazionale si è concentrata sul dramma economico ellenico e tutti hanno creduto che oltre quel fondo non si potesse scavare nell’Eurozona. E invece la Svimez, riesprimendo gli stessi dati degli anni scorsi, ha condito quanto già detto col riferimento greco, così riaprendo una ferita mai rimarginata. Tutti hanno finalmente e improvvisamente scoperto che esiste un peggio al peggio, che la Magna Grecia sta peggio della Grecia. Il meridionalismo intellettuale lo sapeva già, ma l’imbavagliamento di cui è oggetto non gli consente di diffondere ampiamente la propria voce. E, del resto, nulla hanno potuto neppure i Gramsci, i Salvemini, i Nitti, i Fortunato e tutti coloro che hanno denunciato a gran voce, anche in sede politica, le problematiche affiorate con la creazione del “triangolo industriale” negli anni seguenti l’unificazione nazionale.
Il Sud ha battuto un colpo, finalmente, e la “Questione meridionale” è tornata inaspettatamente sotto i riflettori. Ma al grido d’allarme della Svimez ha risposto la leggerezza interpretativa del premier Renzi, la stessa persona che lo scorso gennaio, con incredibile superficialità, disse al parlamento di Strasburgo che le famiglie italiane incalzate dalla povertà si stavano invece arricchendo. Ora, dal pulpito nipponico di Tokyo, il “rottamatore” della politica italiana ha tuonato: «Basta piagnistei sul Sud! Voler bene all’Italia è smettere di parlarne male. L’Italia, lo dicono i dati, è ripartita. È vero che il Sud cresce di meno e sicuramente il governo deve fare di più, ma basta piangersi addosso». Il Presidente del Consiglio ha chiesto dunque di nascondere sotto il tappeto la polvere, di celare il dramma meridionale, di non parlar male dell’Italia, come se questa fosse una. No, non lo è e non lo è mai stata. Esistono due diverse Italie: ce n’è una che rincorre la ripresa facendo leva su un’economia che si approssima all’Europa che conta e ce n’è un’altra che da un secolo e più è scivolata verso il baratro. C’è una parte del Paese con distretti che procedono come la Germania e un’altra che è in panne alla partenza.
“Piagnisteo”. È così che Renzi liquida la Questione. Se il Sud si fa ascoltare “chiagne”, e magari “fotte” pure. Per cui è meglio che la smetta e che non faccia fare brutta figura all’Italia sullo scenario internazionale, soprattutto a un premier che è in visita nel Paese della terza economia mondiale. Nel Calcio, tanto caro al Capo di Governo, qualcuno dice che l’attacco è la miglior difesa, e Renzi sembra proprio attuare tal teorema per respingere le accuse nei confronti di un Esecutivo, il suo (ma non solo il suo) che per il Mezzogiorno non ha fatto nulla se non arrecare ulteriori danni con continui tagli della spesa in conto capitale e degli investimenti statali. Proprio di tattica si tratta, perché il rifiuto del “piagnisteo”, cioè l’attacco a chi prova ad attaccare, è un classico della dialettica dell’ex sindaco di Firenze. Otto mesi fa, a novembre, era a Sidney, e dai microfoni australiani chiedeva all’Italia di smetterla di vivere nel piagnisteo. Un mese prima – era ottobre – diceva lo stesso nella sua città, durante le celebrazioni per i 150 anni delle Officine Galileo a Campi Bisenzio, ricordando che nel dopoguerra italiano nessuno si è abbandonato al piagnisteo e così l’Italia è ripartita. Inesatto, perché i “piagnistei” c’erano anche allora, ed erano meridionali, ma furono messi a tacere. Quell’Italia in ginocchio ripartì grazie agli aiuti stanziati dal Piano Marshall tra il 1948 e il 1951, con cui furono rimessi in piedi gli stabilimenti industriali del Nord-Italia. Stanziamenti predisposti dagli Stati Uniti con lo scopo recondito di demolire il comunismo italiano (sostenuto esternamente dal grande blocco sovietico), nell’ambito di un piano più ampio finalizzato ad ottenere liberalizzazioni commerciali in Europa per le multinazionali americane e acquisire forte influenza della politica statunitense su quella europea. Eppure il politico sindacalista pugliese Giuseppe Di Vittorio – e non solo lui – chiese di investire parte dei finanziamenti americani per un minimo sviluppo industriale nel Sud, colpito da distruzioni molto maggiori rispetto al Nord, ma trovò opposizione nell’imprenditoria settentrionale, guidata dal genovese Angelo Costa, presidente di Confindustria, che rifiutò con ormai cronico nordismo. Per l’imprenditore ligure era più conveniente trasferire manodopera al Settentrione che creare fabbriche nel Meridione. «E assurdo pensare che l’industria si localizzi nel Sud, è più conveniente trasferire la manodopera verso il Nord». Così disse Costa nel 1946, e non è un caso che l’attività di navigazione per passeggeri immediatamente dopo avviata abbia portato alla nascita del colosso italiano delle crociere, quelle dai fumaioli gialli e la C blu. I soldi del Piano Marshall furono profusi dal Governo italiano in grandissima parte nei territori d’Alta Italia, rivitalizzando il “triangolo industriale” e inaugurando la più massiccia emigrazione da Sud a Nord. È così che l’Italia spaccata è ripartita dopo la Guerra. Si trattò di ripartenza assistita grazie al gettito di capitali esterni, come l’Italia dovrebbe fare per il suo Sud. È se lo Stivale intero non riesce a volare in Europa è proprio perché quel gettito fu maldistribuito, ricreando un fallimentare modello di sviluppo e ricalcando il Paese proprio come la si era lasciato prima dei bombardamenti, con un Nord in progresso industriale e un Sud “destinato a funzionare da colonia d’America per le industrie del Nord”. Il virgolettato si riferisce alle parole pronunciate da Gaetano Salvemini nel 1911, in pieno cinquantenario dell’Unità. Era anche quello il “piagnisteo” di chi sapeva di cosa parlava.

89 anni di passione azzurra (ma in realtà sono 93). Auguri Napoli!

Tutta la storia (in salita) di un club che rispecchia la città di cui porta il nome

(l’articolo riprende alcuni passi del libro Dov’è la Vittoria, Magenes, 2015)

Angelo Forgione – 1 Agosto 1926, 1 Agosto 2015: 89 anni di storia azzurra! La Società Sportiva Calcio Napoli entra nel suo novantesimo anno di vita e lo fa alla vigilia del sua partecipazione numero 73 alla massima divisione nazionale, che dal 1929 si disputa con la formula del girone unico (la Serie A). 2 Scudetti, 5 secondi posti e 9 terzi posti, questi i migliori risultati, al netto delle 5 Coppe nazionali vinte, delle 2 Supercoppe italiane e della 1926Coppa Uefa. È tra i 15 club almeno una volta Campioni d’Italia, il quarto della Penisola per bacino d’utenza. È il primo per passione, molto più di una squadra di calcio per il suo innamorato popolo, interpretato come unico vessillo sotto il quale cercare una dignità cancellata; è un’entità ingombrante che condiziona anche troppo gli umori cittadini; è il simbolo dell’auto-riconoscimento in una precisa identità culturale, in una squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, del territorio di appartenenza. La squadra azzurra è spesso indicata come veicolo di riscatto della Città, ruolo cui non può assolvere il Calcio, le cui emozioni non hanno alcun potere di risolvere seri problemi sociali. Il Napoli è invece a pieno titolo un simbolo di appartenenza e legame territoriale, il riferimento principe di una vasta provincia che, coi suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione; e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Roma, Milano, Torino e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente. Quella di Napoli è infatti una delle due grandi aree metropolitane europee che esprimono una sola squadra (l’altra è quella di Parigi). Nessuna delle 8 squadre di Londra rappresenta la grande metropoli britannica, ma è ognuna espressione delle differenze dei suoi quartieri. Roma è certamente un feudo giallorosso e i romanisti vivono con l’Urbe un legame solidissimo, ma il discorso si riequilibra allargando i confini, dove la coinquilina Lazio, che porta il nome della regione, raccoglie buon seguito. Gli juventini sono in ogni dove d’Italia, ma non più numerosi dei granata nell’area urbana di Torino, dove si è bianconeri soprattutto se figli o nipoti di immigrati del Sud. Spaccata in due è anche Milano, così come la più piccola Genova. A Napoli, invece, quella azzurra è religione identitaria monoteista, attorno alla quale gravitano culti esotici minori. In realtà il Napoli di anni ne ha quattro in più, quindi 93, perché il conteggio convenzionale parte dal cambio di denominazione da inglese ad italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo. La storia del Napoli è dunque legata anche alla storia del Calcio tricolore e dello stesso Stivale. Ripercorriamola, partendo proprio dall’estate del ’26. Per ben 25 stagioni, il Nord-Italia ha monopolizzato il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima negandogli la possibilità di partecipare ai tornei che dal 1898 assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo di ascoltarne le proteste nel 1912 con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). In realtà la FIGC di allora è ben conscia del divario esistente tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate hanno condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sa che le finalissime possono solo avere un valore pro forma senza alcun significato tecnico-agonistico. Il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione”, non può consentire che il Calcio italiano resti spaccato e mostri disgregazione sociale. Così, a prescindere dal divario tecnico esistente, sancisce l’unificazione delle leghe Nord e Sud in un’unica ‘Divisione Nazionale’. In modo coatto, le diverse squadre di Roma e Napoli vengono azzerate da varie fusioni imposte dall’alto, finalizzate alla creazione di sodalizi più solidi e più forti tecnicamente. Sotto al Vesuvio sgambettano i calciatori di squadre minori e quelli del più importante Internaples (nato dalla fusione sancita nell’estate del 1922 tra il Naples Football Club e l’U.S. Internazionale Napoli), che a luglio ha perso la finale Sud contro l’Alba Roma, a sua volta massacrata dalla Juventus nella doppia finalissima nazionale dell’8 e 22 agosto. Il primo giorno di quel mese, al ristorante D’Angelo, sulla collina del Vomero, l’assemblea dei soci scrive e formalizza il cambio di nome: da Foot Ball Club Internaples ad Associazione Calcio Napoli. Il regime fascista non gradisce gli inglesismi e il termine “Internazionale” ricorda l’Internazionale comunista, avversaria politica. Il presidente Giorgio Ascarelli, ricco commerciante napoletano di origine ebraica, suggerisce la più opportuna adozione del nome italiano della città. Il giorno seguente, 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’ordinamento della Federazione emana ufficialmente la ‘Carta di Viareggio’, e il 3 agosto l’A.C. Napoli ottiene l’affiliazione alla Lega Nazionale. I sodalizi del Nord protestano per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le 3 squadre di Napoli e Roma (a fronte di 17 settentrionali) inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, deve arrendersi alla volontà politica. Alle squadre meridionali tocca la resa sul campo, disastrose nell’impatto col “Calcio industriale”. Il Napoli conta sul veloce attaccante Attila Sallustro, un idolo, il primo idolo… e si identifica in uno stemma con il Corsiero del Sole, un cavallo rampante e sfrenato, emblema della città capitale durante il Regno delle Due Sicilie, ma retrocede insieme all’Alba Roma e alla Fortitudo Roma, rimediando un solo punto in graduatoria. In un bar di ritrovo di via Santa Brigida, Raffaele Riano, uno sconfortato sostenitore azzurro, urla: «Ma quale cavallo! Sta squadra nostra me pare ‘o ciuccio ‘e Fichella: 33 piaghe e ‘a coda fracida». È quella l’immagine del Napoli, ma anche dell’intero Calcio meridionale. A quel pittoresco sfogo tipicamente partenopeo fanno seguito le fragorose risate dei presenti, che lo suggeriscono alla redazione di un giornale umoristico. Nei giorni seguenti, le edicole di Napoli diffondono l’illustrazione di un asinello incerottato e con una miserabile coda. Per espressione di popolo, il nobilissimo cavallo napoletano si trasforma in “ciucciariello”. Il Regime non si arrende e ripesca più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Ascarelli garantisce investimenti e nel 1929 decide di abbandonare lo stadio militare dell’Arenaccia, prima casa azzurra, commissionando a proprie spese la costruzione di un nuovo impianto sportivo al Rione Luzzatti, in zona Gianturco, con tribune in legno per oltre 15mila spettatori. Viene inaugurato col nome di Vesuvio il 23 febbraio 1930, diciassette giorni prima della prematura scomparsa del presidente (a 34 anni), cui, a furor di popolo, viene poi intitolato il nuovo stadio. La stagione si chiude con gli azzurri al 5° posto, finalmente competitivi. Scomparso Ascarelli, lo stadio viene requisito dal Regime, che, in vista dei Mondiali del 1934 in Italia, lo ristruttura in cemento armato, ne muta l’aspetto con una facciata imponente e maestosa in stile fascista e ne aumenta la capienza portandola a circa 40mila spettatori. È ribattezzato Stadio Partenopeo poiché il nome di un ebreo non è gradito per un simbolo fascista della modernità, nonché uno dei più fulgidi esempi di propaganda del regime al Sud. L’arena ospiterà la finale per il 3° e 4° posto del torneo iridato. Ma gran parte del movimento meridionale è ancora finanziariamente impreparato a sostenere le spese di gestione dei campionati, con gli incassi che al Sud sono di cinque volte inferiori di quelli del Nord. Il Napoli si ritrova ben presto ricoperto di debiti e l’ancora di salvezza giunge nuovamente dall’alto, per mano del Governo fascista: il segretario federale di Napoli Nicola Sansanelli incarica del salvataggio il ‘Comandante’ Achille Lauro, noto armatore sorrentino, uno dei più importanti imprenditori italiani, che ha potuto ingrandire la propria flotta grazie agli agganci politici e pertanto non può di certo disobbedire alle volontà superiori. È il 1936 quando deve acquistare il club partenopeo per risanarlo e condurlo per circa 30 anni. Lo sfrutterà per ottenere gran popolarità e raggiungere importanti obiettivi politici e imprenditoriali. La prima retrocessione de facto in Serie B avviene nella stagione 1941-42, conclusa con un 17° posto, proprio mentre la Roma vince il primo tricolore, interrompendo il monopolio settentrionale. Se i capitolini si avvantaggiano della Guerra, i napoletani ne risultano fortemente penalizzati. I tanti calciatori italiani chiamati alle armi sono obbligati a pesanti trasferimenti nella Capitale, così abbandonando gli allenamenti, mentre quelli della Roma possono beneficiare del vantaggio di non doversi impegnare in faticosi viaggi e di potersi allenare col resto della squadra in una città immune dai bombardamenti fino al luglio del 1943. Le strategie belliche anglo-americane, particolarmente intense nei territori meridionali, colpiscono pesantemente l’apparato industriale e infrastrutturale di Napoli, la città più bersagliata, rasa al suolo da un centinaio di bombardamenti degli Alleati, che designano la città quale principale obiettivo strategico nel Mediterraneo. È raso al suolo anche lo stadio Partenopeo, andando incontro ad un triste saccheggio prima di essere abbattuto definitivamente. Contrariamente alla Roma campione, il Napoli, impossibilitato ad allenarsi a dovere (i calciatori neanche dormivano la notte) e destinato alla retrocessione dal travaglio di una stagione tormentata, è costretto a trasferirsi al Campo sportivo del Littorio al Vomero (del 1929), poco dopo requisito dalle forze armate tedesche e utilizzato come campo di concentramento per i napoletani da deportare in Germania, uno dei luoghi simbolici delle Quattro giornate di Napoli. Finita la guerra, i partenopei tornano a giocare in quell’impianto, ormai al limite dell’agibilità, e durante l’incontro Napoli-Bari del ‘46 (Serie A) una tribuna cede per l’esultanza accesa da un gol della squadra di casa: 114 feriti finiscono all’ospedale. Ci vogliono ben 13 anni per abbandonare una simile precarietà e inadeguatezza. Il 22 dicembre 1949, nonostante le invidie e le proteste di una casta milanese che governa la Lega Calcio, è deliberata dal Comune di Napoli, col supporto del CONI e del Governo (un miliardo di lire assegnato), la costruzione di un colossale stadio, ormai necessario. Achille Lauro si presenta alle elezioni comunali del 1952 e per attrarre consensi e voti si mette in testa di accendere la fantasia e i sogni dei tifosi napoletani. Con la cifra record di 105 milioni di lire brucia la concorrenza dell’Inter e mette a segno il colpo a sensazione all’hotel Gallia di Milano, acquistando dall’Atalanta Hasse Jeppson, centravanti della Nazionale svedese (terza ai mondiali del ‘50). Un ulteriore rinforzo è l’argentino Bruno Pesaola, prelevato dal Novara. Lauro riesce a vincere alle urne, prendendosi la fascia di sindaco, ma la sua squadra non riesce a vincere il campionato. Nel 1955, a far coppia con Jeppson, arriva in azzurro il brasiliano Luis Vinicio, battezzato dai tifosi ‘o Lione. Ma neanche l’ingaggio del grintoso e possente centravanti serve affinché il Napoli lotti per lo Scudetto. La partita Napoli-Fiorentina (2-4) del 31 dicembre sul neutro dello stadio Olimpico di Roma (stadio del Vomero di Napoli squalificato) è la prima trasmessa in diretta televisiva al Sud. 7 giorni prima, esattamente alla vigilia di Natale, le trasmissioni televisive sono state estese fino a Napoli, immettendo un’importantissima superficie di 3 milioni di abitanti nella rete dei programmi Rai. Per vedere l’inaugurazione del nuovo stadio si deve attendere il 6 dicembre 1959, giorno in cui il Napoli prende possesso della sua nuova comoda casa, l’imponente stadio del Sole di Fuorigrotta, nuovo tempio del Calcio per circa 90.000 spettatori, poi ribattezzato San Paolo in ricordo dello sbarco dell’apostolo sulle coste flegree nel febbraio dell’anno 61, durante il suo viaggio dalla Giudea a Roma. Miglior battesimo non può celebrarsi: sconfitta la Juventus di Omar Sivori (2-1), in una “assolata” giornata di fine autunno. Il primo trofeo nazionale giunge nel 1962, al culmine di una stagione in Serie B che regala la promozione e la Coppa Italia. Guidato in panchina da Bruno Pesaola, il club azzurro eguaglia il Vado vincendo la Coppa pur militando in cadetteria. Per affrontare la Serie A Lauro ingaggia per sua decisione Faustinho Jarbas Cané, brasiliano d’ebano di Rio de Janeiro. È tra i primi atleti di pelle nera a calcare i campi italiani e ad ascoltare le offese da parte dei tifosi del Nord. Dalle giovanili viene promosso in prima squadra un promettentissimo Antonio Juliano. Tra sali e scendi dalla A alla B, Il 25 giugno del 1964 l’ A.C. Napoli soffocata dai debiti si trasforma in Società Sportiva Calcio Napoli. Primo presidente della SSC è nominato Roberto Fiore, mentre Achille Lauro, ancora “coinvolto”, non versa una lira nel nuovo capitale sociale ma ottiene comunque il 40% delle azioni per i crediti vantati e il titolo di presidente onorario. La nuova denominazione porta decisamente bene, perché finalmente il Napoli si fa davvero competitivo con gli acquisti di Josè Altafini dal Milan e di Omar Sivori dalla Juventus. Arrivano un terzo posto e la vittoria della Coppa delle Alpi, un trofeo internazionale di livello minore (abolito nel 1987), ma anche le invidie di Lauro per Fiore, che non intende fermarsi: porta in dote pure 69mila abbonati e sfiora l’acquisto dal Cagliari del capocannoniere Gigi Riva. Finisce che al suo posto viene nominato Giacchino Lauro, rampollo del ‘Comandante’. Il secondo posto del campionato 1967-68, con in porta l’angelo azzurro Dino Zoff, alle spalle dell’irraggiungibile Milan, significa il miglior risultato mai raggiunto, mentre tra i dirigenti spunta lontano dai riflettori la figura di un giovane ingegnere, borbonico convinto, di padre calabrese e madre milanese, che ama le auto da corsa e i motoscafi veloci, spinto dall’ormai defilato Achille Lauro all’acquisto della maggioranza del club per beffare i soci nemici. Il 18 gennaio del 1969, a soli 37 anni, Corrado Ferlaino è eletto presidente. È un uomo scaltro, capace di tessere rapporti con le teste più importanti dell’ambiente calcistico e politico. Il club è sull’orlo del fallimento e nell’estate del 1972 cede alla Juventus Altafini e Zoff, quest’ultimo ormai elemento fisso della Nazionale, strappando al manager juventino Italo Allodi una promessa: un giorno dovrà lavorare per lui al Napoli. La squadra si piazza sul podio nel ’71 e nel ’74, e sfiora lo Scudetto nel ’75, con l’ex calciatore Vinicio in panchina. ‘O Lione, nel solco del Calcio totale all’olandese, per primo attua il pressing, il fuorigioco e 4 difensori a zona nella patria del “catenaccio”, e sfiora il colpaccio, perdendo lo scontro decisivo a Torino contro la Juventus per un goal siglato a 2 minuti dal termine dall’ex Altafini, perciò soprannominato dai napoletani Core ‘ngrato. Fallito il tentativo, Ferlaino acquista dal Bologna il bomber Beppe Savoldi, sollevando scalpore per l’esborso della cifra record di 2 miliardi. Mister 2 miliardi da il suo contributo per la vittoria della Coppa Italia (’76), la seconda della storia azzurra (insieme alla Coppa di Lega Italo-Inglese). I tifosi inaugurano il canto di ‘O surdato ‘nnammurato, ma lo Scudetto resta una chimera. L’ingegnere va alla caccia del calciatore che possa fare la differenza per sovvertire le gerarchie tra Nord e Sud. Nell’estate del 1978, in pieni Mondiali argentini, il tecnico del Napoli Gianni Di Marzio gli segnala un giovane campioncino dell’Argentinos Juniors di nome Diego Armando Maradona, ma le frontiere in Italia sono chiuse e Ferlaino non accetta di “parcheggiarlo” in Svizzera per un paio d’anni. Vuole calciatori affermati, e tenta l’acquisto del bomber Paolo Rossi dal Perugia. «A Napoli non andrò mai», dichiara in segreto l’attaccante italiano ad alcuni amici, facendosi intercettare dal giornalista Mimmo Porpiglia, pronto a pubblicare la notizia. L’affronto finisce in contestazione: il 20 ottobre ‘79, 89.992 spettatori paganti (record nella storia della Serie A) con fischietti alla bocca riempiono il San Paolo per lo sfizio di contestare l’autore del gran rifiuto sceso a Napoli con la maglia del Perugia. La caccia al fuoriclasse decisivo non si arresta e nell’estate del 1980, in pieno scandalo Totonero, alla riapertura delle frontiere, Corrado Ferlaino e il D.G. Antonio Juliano ingaggiano dai canadesi del Vancouver Whitecaps Ruud Krol, faro difensivo dell’Olanda dal gioco totale con licenza di offendere. È a fine carriera ma ha ancora classe da vendere. Si innamora delle donne napoletane e delle mozzarelle di bufala, a tal punto da non poter disputare un’amichevole durante il ritiro in Toscana per un’indigestione. Con lui il Napoli sfiora nuovamente lo Scudetto, ma il sogno si incrina in primavera contro il Perugia già retrocesso, che espugna il San Paolo grazie ad uno sciagurato autogol iniziale di Moreno Ferrario, e si spezza con un’altra autorete di Mario Guidetti nello scontro diretto in casa alla penultima giornata contro la Juventus che getta nello sconforto una città intera pronta ad esplodere. Niente da fare, sembra proprio che per qualche maledizione lo Scudetto non debba mai scendere a Napoli. Krol, provato dagli infortuni, lascia Napoli nell’estate del 1984 proprio mentre il dirigente dell’Avellino Pierpaolo Marino viene a sapere tramite un mediatore argentino che quel campione argentino, finito al Barcellona due anni prima, è in rotta con il club catalano. Informa prima la Juventus, che rifiuta di trattarlo, e poi il Napoli. Maradona, già considerato il più talentuoso degli astri nascenti, vuole lasciare la Catalogna e si fionda senza esitazioni sulla prima squadra italiana che gli fornisce l’occasione di evadere dalla ricca prigione spagnola e volare nel campionato più importante del Globo (in quel momento). Il Barça pure vuole disfarsene, ma a caro prezzo. La trattativa è estenuante e si conclude in extremis, anzi oltre i termini consentiti. Il prezzo è oltre i 13 miliardi di lire, e il Napoli quei soldi non ce li ha. Ma nell’estate del 1984, in piene ruberie post-sisma nella Campania dei terremotati, dei disoccupati e dei cassintegrati, la politica democristiana decide di dare ai napoletani il calciatore dei sogni e il benefico divertimento. Nel Consiglio di Amministrazione del club figurarono i democristiani Clemente Mastella, Alfredo Vito e Guido D’Angelo, rispettivamente in quota De Mita, Gava e Cirino Pomicino; uno per ogni corrente della Democrazia Cristiana. Il sindaco DC Enzo Scotti attiva un pool di banche per fornire la copertura finanziaria dell’operazione; il D.G. Juliano tratta a Barcellona e Ferlaino, con astuto blitz all’ultimo giorno utile, consegna una busta vuota negli uffici della Lega per poi volare in Spagna per le firme. Torna a Milano a notte fonda e, con l’aiuto di una compiacente guardia giurata, riesce a sostituire la busta vuota con una contenente il contratto firmato da Maradona. La città esplode in una festa improvvisa, e non ha vinto ancora nulla. Il 5 luglio il San Paolo è pieno come un uovo per vedere Maradona palleggiare e calciare lontano un pallone. Si inaugura così l’era d’oro del Napoli, ma nessuno sa ancora a che prezzo. Tutti intuiscono che ora, con el pibe de oro, il Napoli può vincere. Tutti comprendono che il più forte calciatore del mondo, se ben assecondato, può far saltare gli equilibri precostituiti e può condurre la collassata metropoli partenopea nella competizione con i potentati economici del Nord Italia. Anche Italo Allodi capisce nel giugno del 1985 che è il momento giusto per onorare la promessa fatta a Ferlaino tredici anni prima. Lo affianca Pier Paolo Marino, proprio il dirigente dell’Avellino che ha dato la grande soffiata. Allodi, però, è improvvisamente coinvolto in uno scandalo bis del Totonero. Si parla di “sistema Allodi”, di partite sistemate, e il manager scoppia in lacrime per le accuse. Ne esce assolto “con qualche motivo di perplessità”, ma anche sconvolto: nel gennaio del 1987 viene colto da ictus ed è costretto ad uscire lentamente dal mondo del Calcio. Dopo quattro mesi tutto sembra dimenticato quando gli azzurri riescono a mettere finalmente le mani sullo Scudetto, sul primo storico tricolore. Maradona esulta con Bruno Giordano, Salvatore Bagni, Andrea Carnevale, Fernando De Napoli, Alessandro Renica, Claudio Garella e l’esordiente Ciro Ferrara. È l’apoteosi per il popolo partenopeo che prepara la festa come una Piedigrotta d’altri tempi e si riversa nelle strade al fischio finale di Napoli-Fiorentina del 10 maggio ’87. È un evento anche per la RAI, che manda in prima serata e sulla rete ammiraglia uno show celebrativo condotto da Gianni Minà. Qualche giorno dopo si compie l’accoppiatta Scudetto-Coppa Italia, riuscita prima di allora solo a Juventus e Torino. Il Napoli sostituisce Allodi con il suo allievo Luciano Moggi, scafato manager in grande ascesa che aveva mosso i primi passi alla Juventus proprio all’ombra dell’ormai “pensionato” e malato Italo. Il bis Scudetto sembra cosa fatta con la MA.GI.CA. Maradona-Giordano-Careca, un tridente formidabile completato dal funambolico e imprendibile fuoriclasse brasiliano, che sceglie Napoli e si libera dal suo San Paolo perché vuole a tutti i costi giocare con il fenomeno argentino. Il Napoli vola e sembra non avere rivali a tre quarti del campionato, ma ecco spuntare il Milan di Berlusconi e Sacchi, bravo a spingere sul finale e ad approfittare della brusca e improvvisa frenata degli azzurri. Il giocattolo sembra essersi rotto sotto le accuse di aver perso lo Scudetto di proposito. Si parla di un accordo politico occulto per far vincere il Milan ma anche di scommesse al mercato nero, di forti puntate sul bis tricolore degli azzurri che avrebbe fatto perdere agli allibratori della malavita qualcosa come 260 miliardi di lire. Alla fine pagano alcuni giocatori, cacciati dal club al contrario di Maradona, che inizia a mostrare insofferenza e fastidio nei confronti di Ferlaino, il quale continua a non mantenere la promessa fatta nel 1984 di accasarlo in una villa con piscina e a lasciarlo “recluso” in un appartamento di via Scipione Capece a Posillipo. Ma il ciclo del Napoli è ancora incompleto e così giungono la Coppa Uefa nel 1989 e il secondo Scudetto nel 1990, tra una richiesta e l’altra di Maradona di lasciare il club per campionati meno stressanti. Ma lui stesso sa che è prigioniero di Ferlaino e della venerazione che i napoletani gli riservano. Un fanatismo al confine col feticismo. Egli stesso si è fatto capopopolo, accostando i napoletani agli argentini e denunciando il razzismo italiano verso i “terroni”, lo stesso che ha provato in Spagna sentendosi additato come “sudaca”. Anche per questo ha odiato Barcellona e ora detesta Verona e tutti i campi del Nord dove legge striscioni su cui è scritto “lavatevi” e sente volgarità indegne. E detesta le tre “big” del Nord, polo di un potere che si diverte a sabotare sul campo. Arriva anche la prima Supercoppa, con un sonoro 5-1 alla Juventus dopo i Mondiali italiani, quelli che segnano la definitiva rottura tra l’Italia e il campione argentino, ormai troppo inviso ai vertici federali cui ha sottratto la finalissima e offeso durante l’inno argentino a Milano, Torino e Roma. È l’ultimo bagliore di una squadra che crolla sotto la tossicodipendenza del suo leader. Una tossicodipendenza nata a Barcellona e degenerata a tal punto da bloccare troppo spesso Maradona in casa, anche quando c’è da volare a Mosca per la Coppa dei Campioni. Le maglie dei controlli antidoping sono larghissime da anni ma stranamente si fanno strette e il campione argentino ci casca solo nell’aprile 1991, proprio nel giorno in cui Moggi annuncia alla stampa che il ciclo del Napoli è finito e lui andrà via a fine stagione. Tenere in squadra un Maradona allo sbando che non incide più non conviene alle casse del club, che, per accontentare il suo fuoriclasse e mettergli attorno altri campioni negli anni, ha speso in ingaggi il 30% in più di quanto incassato. Ma neanche si può vendere l’idolo assoluto dei napoletani, l’orgoglio massimo della storia azzurra, più prezioso dei trofei portati alla bacheca azzurra, pena la sommossa popolare. La storia napoletana di Diego si conclude nel modo meno “catastrofico”. Il suo erede l’ha portato in casa proprio Moggi, e si chiama Gianfranco Zola. Gli sforzi economici, senza una grande holding alle spalle ma architettati da uno smaliziato costruttore edile, stanno per presentare il conto. Inizia una crisi che dura oltre un decennio, con continui passaggi della maggioranza a imprenditori incapaci di risollevare il club, uscite e rientri di Ferlaino, cessioni dolorose (Ciro Ferrara prima e Fabio Cannavaro poi), qualche soddisfazione targata Claudio Ranieri e Marcello Lippi, e tanta Serie B, dopo 33 anni consecutivi di permanenza nella massima serie. Il televenditore riminese Giorgio Corbelli e l’imprenditore alberghiero napoletano Salvatore Naldi liquidano l’ingegnere ma a tentare il disperato salvataggio resta solo il secondo, che cede nell’estate 2004 e porta i libri contabili in tribunale. Il 2 agosto 2004 la Società Sportiva Calcio Napoli viene decretata fallita. È questo il prezzo differito che il club paga per aver portato a Napoli il miglior calciatore del mondo, gli scudetti e le coppe. L’iscrizione al campionato di B è impossibile. Resta percorribile la strada dell’iscrizione alla Serie C1, ma bisogna assicurare una nuova proprietà e grandi investimenti. 6 possibili acquirenti si fanno avanti. La curatela fallimentare snobba la proposta d’acquisto del plateale presidente del Perugia Luciano Gaucci e si orienta verso quella più seria del proprietario dell’Udinese Giampaolo Pozzo, il quale ha tutto l’interesse a portare la regina del Sud in orbita friulana. Ma ecco che all’improvviso compare sulla scena il cineasta romano di famiglia napoletana Aurelio De Laurentiis, che con un blitz convincente fa suo il club. Il nuovo proprietario riporta subito a Napoli Pierpaolo Marino e, in tre stagioni, la Serie A. Il 10 giugno 2007, col pareggio in trasferta contro il Genoa, esplode una nuova festa in Città. Stavolta sono i più giovani ad animarla, quelli che negli anni Ottanta non erano nati, e che sono cresciuti vedendo la squadra del cuore arrancare nelle serie minori. Il Napoli di De Laurentiis cresce e raggiunge anche l’Europa, prima quella minore e poi quella dei Grandi. Torna pure il profumo di Scudetto con il trio Cavani-Lavezzi-Hamsik diretto da Walter Mazzarri, ma il primo trofeo della nuova Era è la Coppa Italia, la quarta della storia, nell’indimenticabile finale del 20 maggio 2012 a Roma contro la Juventus. Due anni dopo, il 3 maggio 2014, sempre a Roma, anche la quinta coppa nazionale contro la Fiorentina, macchiata dall’aggressione a mano armata che causa la morte del tifoso Ciro Esposito. Stavolta in panchina c’è il vincente tecnico spagnolo Rafa Benitez, tra i più quotati del mondo, che ha il compito di accompagnare il Napoli in una crescita di respiro internazionale. Ma le sue aspettative e quelle dei tifosi non vengono appagate fino in fondo, nonostante la vittoria della seconda Supercoppa in un’interminabile finale a Doha conclusa ai rigori contro la rivale di sempre: la Juventus. Il monte ingaggi è cresciuto con 70 milioni di investimento e 135 milioni per i cartellini di calciatori importanti, su tutti l’argentino Gonzalo Higuain, uno dei più completi attaccanti al mondo, chiamato a sostituire il partente Cavani. Due mancate partecipazioni alla Champions League creano un danno alle floride casse sociali e fanno rinunciare al progetto, anche se la squadra accede all’Europa per il sesto anno consecutivo (record corrente della Serie A) e prosegue in un ciclo che, in quanto a risultati e vittorie, è secondo solo a quello oneroso dell’Era Maradona. L’abiura si chiama Maurizio Sarri, una scommessa che segna un nuovo corso tutto da scoprire, mentre il club targato De Laurentiis divide i tifosi per l’impostazione aziendale a carattere familiare e per la parsimonia che tiene lontano lo spettro del dissesto; uno spauracchio ora esorcizzato ma che ha accompagnato l’azzurro per ottant’anni, compresi quelli d’oro degli Scudetti in cui la bigliettazione allo stadio rappresentava il 90% del fatturato (altri tempi). È la prima volta che accade nella storia di un club che è massima espressione calcistica di un territorio, quello meridionale, che non supera il 20% di presenza delle proprie squadre al Massimo Campionato, capace di vincere solo 8 scudetti contro i 103 del calcio settentrionale. La storia insegna che non si impara nulla da essa, ma quella azzurra deve invece inorgoglire i suoi tifosi a prescindere dai traguardi raggiunti, dai grandi campioni che l’hanno scritta e dai tanti travagli vissuti. Essere tifosi del Napoli, in ogni parte del mondo, vuol dire sostenitore un club unico come la Città che rappresenta, e dei cui affanni è specchio fedele, così come della sua ineguagliabile volontà di non chinare la testa, nonostante tutto. Auguri, Napoli. Auguri, passione azzurra.

Rapporto Svimez 2015: Sud-Italia peggio della Grecia

Angelo Forgione – Qualche settimana fa, in piena “Questione greca”, ebbi a scrivere che i meridionali d’Italia stavano anche peggio degli ellenici, e del resto bastava analizzare le annuali statistiche Eurostat circa il PIL pro-capite espresso in potere d’acquisto di più di 270 regioni degli stati membri dell’Unione Europea per capire che nel Sud-Italia vivono gli abitanti più poveri d’Europa. Ora arriva anche la Svimez ad allarmare sull’aggravarsi della “Questione meridionale” e a sottolineare che 1 cittadino meridionale su 3 è a rischio povertà (1 su 10 al Nord). “Dal 2000 al 2013 il Sud è cresciuto del 13%, la metà della Grecia che ha segnato +24%: oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell’Europa a 28 (+53,6%)”. Lo si legge nelle anticipazioni del Rapporto 2015 dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che sottolinea anche come, nel periodo, l’Italia nel suo complesso sia stato il Paese con minore crescita dell’area euro con il +20,6% a fronte di una media del 37,3%.
Il rapporto, qualora ve ne fosse il bisogno, evidenzia anche che l’Italia è “un Paese diviso e diseguale, dove il Sud è la deriva e scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%) e il Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, con il 53,7%”. Nel rapporto si rileva il crollo dei consumi, la caduta degli investimenti e il taglio della spesa in conto capitale a danno del Sud. Allarmante il dato delle nascite in quello che una volta era il territorio serbatoio del ricambio generazionale.
Nel 2014 il numero dei nati nel Mezzogiorno, così come nell’Italia nel suo complesso, ha toccato il valore più basso dall’Unità d’Italia: 174 mila”.
Le catastrofiche previsioni avanzate, dalla desertificazione umana a quella industriale, sono semplicemente una reiterazione di quanto già prefigurato nelle precedenti edizioni del Rapporto. Il Sud continua a funzionare da colonia per le industrie del Nord. Lo disse già nel 1911 Gaetano Salvemini, interrogandosi sul senso dell’Unità. Un quesito che continua a non avere risposta.