Italia paese di ignoranti. Cercare soluzioni per il Calcio è proprio da ignoranti.

Angelo Forgione Razzismo e discriminazioni territoriali? Non è solo una questione di stadio. È il Paese ad essere profondamente ignorante in tema di fenomeni sociali, scollato dalla realtà e senza una concreta consapevolezza dei problemi della propria contemporaneità.
Una recente indagine condotta da Ipsos Mori piazza l’Italia tra le 10 nazioni più ignoranti tra quelle più “avanzate”, seconda in Europa solo al Belgio. La classifica è venuta fuori prendendo in considerazione alcuni fattori come l’ineguaglianza sociale e l’immigrazione, attraverso 25mila interviste fatte in 28 paesi che hanno emesso il verdetto: gli italiani sono tra coloro che hanno una scarsissima percezione della realtà in cui vivono. E noi, che viviamo in uno dei paesi più ignoranti e dibattiamo da decenni di ogni volgarità sopra le righe negli stadi, ancora speriamo che si risolva il problema con multine e squalifichine? Meglio parlare di Calcio giocato e di duello in campo tra Napoli e Juventus.

“Napoli ha una cultura immensa che ha perso l’identità a causa di un manipolo di cretini…”

Angelo Forgione Riporto di seguito, dalle pagine napoletane de La Repubblica, un’intervista a cura di Stella Cervasio.

Lei parla bene di Napoli, ma a volte è controcorrente, ne è cosciente?
“Prendiamo il lapsus di papa Francesco: a Napoli “la corruzione spuzza” stava a significare che quella di Roma puzzava molto di più. Il mio libro contiene un prologo storico dal titolo “Garibaldeaux” dedicato a questo Fregoli della storia e in coda c’è “La corruzione spuzza”. In mezzo, tre “chroniques”, una del presente, una sull’epoca di Mussolini e l’altra sul XVII secolo, con 5 ritratti di donne. In exerga ho messo una frase di Alberto Savinio: “Mi piace credere che la follia di Gemito il greco viene da questa alienazione storica traboccante di menzogne”.

Quali sarebbero le menzogne?
“L’alienazione storica è quella nata dal 1860 in poi. Bugie che fanno parlare male di Napoli ancora oggi. Tra poco ci saranno le elezioni a sindaco: giuro che farei la campagna solo per uno che si impegnasse per restituire l’identità alla città”.

Come?
“Togliendo dalla Camera di Commercio la statua di Enrico Cialdini, plenipotenziario di Vittorio Emanuele II a Napoli. Con la scusa della guerra al brigantaggio fece una strage di civili. Un vero boia per la gente del Sud. Dovrebbe anche sbattezzare piazza Garibaldi e chiamarla piazza Enrico Caruso. Sarebbe un segno di rispetto per la civiltà napoletana e per i contemporanei che ritroverebbero l’orgoglio. Napoli ha una cultura immensa che ha perso l’identità a causa di un manipolo di cretini che avevano una sola idea: portare tutta la ricchezza del sud a nord. Penso allo scandalo del museo di antropologia criminale di Torino fondato da Lombroso. Espone le teste tagliate dei cosiddetti briganti come se fossero bestie feroci. Un peso enorme sulle spalle dei napoletani che devono avere sempre più coscienza della loro storia. Un altro scandalo è che i tifosi a Napoli non possono portare i colori della loro squadra, la polizia allo stadio gli sequestra le sciarpe. E ancora, la pizza Margherita non ha niente a che vedere con la regina Savoia, esisteva già un secolo prima”.

Le disfunzioni però oggi continuano, prendiamo Bagnoli….
“Appena c’è qualcosa da fare a Napoli, Roma ci mette piede per soppiantarla. Le ciminiere funzionavano e anche Pietrarsa. Napoli è come l’ex voto, da 150 anni è smembrata, il cuore qui, una gamba là…bisogna riassemblare le parti, perché il corpo di Napoli respiri e torni a camminare”.

Parla come un neoborbonico…
“Chi non riconosce il valore dei Borbone non sa niente di Napoli. Carlo III è stato un grandissimo dirigente. Loro hanno costruito, i Savoia invece hanno distrutto, anche nel fare la galleria Umberto I hanno nascosto il teatro San Carlo”.

No, non sono mie dicharazioni, anche se lo sembrano decisamente. Basta leggere l’intervista intera per capire che le risposte sono di un mio carissimo amico, di un amico di Napoli, di Jean-Noël Schifano.

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San Paolo stadio di contestazione

Nuovi sviluppi e ulteriori riflessioni sui motivi che si celano dietro i sequestri delle sciarpe con stemma del Regno di Napoli allo stadio ‘San Paolo’ rilasciate alla testata Vesuvio Live (clicca qui per leggere) e a La Radiazza (Radio Marte).

La storia bandita al ‘San Paolo’. Dopo le bandiere tocca alle sciarpe.

Angelo Forgione sciarpeAncora sequestri di materiale recante lo stemma dell’antico Regno delle Due Sicilie allo stadio ‘San Paolo’ di Napoli. La vicenda ha ormai assunto connotati grotteschi. A novembre scorso partì la censura delle bandiere storiche, e il Gruppo Operativo di Sicurezza della Questura informò che tale simbologia avrebbe dovuto essere associata ai simboli e ai colori del Calcio Napoli. Ora, improvvisamente, vengono sequestrate sciarpe azzurre con simboli storici, e non è pensabile che siano state sottratte solo perché prive dello stemma ufficiale della SSC Napoli, o perché magari materiale non ufficiale. A questo punto bisogna chiedersi perché la linea ufficiale firmata dallo sponsor tecnico, che stava facendo registrare un picco di vendite mai verificatosi prima, sia improvvisamente sparita dagli stores ufficiali del club azzurro.
Quanto si sta verificando, con incomprensibile accanimento da qualche mese – lo dico da studioso e saggista di storia e scienze sociali – è grave. Non si tratta di affermare forme politico-nazionali ormai superate ma di diritto negato all’ostentazione dell’identità storica e alla rivendicazione non violenta, in un luogo pubblico come lo stadio, della dignità culturale di un popolo, peraltro bersagliato con cori e striscioni infamanti e razzisti in tutti gli impianti d’Italia, dove si vedono simboli ed espressioni offensive di ogni tipo.
Sulla vicenda si sono espressi univocamente anche Gianni Simioli, popolare conduttore de La Radiazza (Radio Marte) e il consigliere regionale di Davvero Verdi Francesco Emilio Borrelli:
“Questa vicenda non può passare sottotraccia. Pur non essendo neoborbonici, troviamo incredibile e ingiustificabile che delle sciarpe da tifosi con il simbolo delle Due Sicilie vengano sequestrate privandoli della libertà di esprimere le proprie idee culturali e storiche in modo pacifico. Negli stadi da anni sono stati consentiti simboli neofascisti o anche neonazisti senza che nessuno sia intervenuto. Sono state accettate scritte inneggianti alla violenza, alla criminalità o anche alla camorra. Quasi in ogni partita i tifosi napoletani vengono insultati e denigrati con cori razzisti o offensivi e ci si concentra nel sequestrare delle sciarpette con simboli identitari? Chi ha deciso il sequestro dovrà risponderne in tutte le sedi opportune”.

Su History la pizza ‘margherita’ che già c’era

dickie_margherita.pngAngelo Forgione Lo scorso novembre, una troupe di History guidata dallo storico britannico John Dickie si recò a Napoli per narrare le origini della pizza in «De gustibus», (un format per descrivere la storia d’Italia attraverso la cucina), andandosene in giro per via Toledo su una carrozza con i ritratti di Margherita di Savoia e Umberto I. Dietro l’angolo, il rischio che anche il canale tematico di ispirazione inglese raccontasse la romantica storiella risorgimentale del piatto tipico napoletano nato per omaggiare la regina piemontese (ampiamente smitizzata col mio Made in Naples). E invece Dickie, forte delle sue ricerche sul Sud Italia, sulla storia culturale dell’Italia liberale e sulla cucina italiana, evidentemente, non aveva troppo bisogno di essere erudito sulla vera storia della ‘margherita’, e nel suo racconto ha ben spiegato il perché la pizza tricolore, già esistente prima della visita dei sovrani sabaudi, avesse bisogno a fine Ottocento di un rilancio d’immagine, così come i sovrani stessi necessitassero di un’operazione-simpatia nei confronti dei napoletani. Dickie ha chiaramente parlato di immagine della pizza “restaurata” da una regina-testimonial, raccontando la narrazione risorgimentale della (falsa) creazione di Raffaele Esposito a Capodimonte della pizza tricolore con un eloquente «la storia sarebbe questa…». Lo storico britannico, dal pontile del Castel dell’Ovo, ha chiuso la sua illustrazione con sorriso sarcastico e parole chiare: «Di tutto questo, scommetto che la regina non sapeva nulla. Infatti non c’è alcuna prova che un pizzaiolo sia stato effettivamente chiamato a palazzo». Poi, con fare teatrale, guardandosi intorno e fingendo di controllare che nessuno origliasse un “scomoda” verità, ha chiuso così: «Per me si tratta di una leggenda urbana». E via, strizzando l’occhio al telespettatore. Una leggenda di cui parlò persino Vincenzo Pagnani, storico ex-proprietario della pizzeria Brandi di Chiaja, proprio quella che vanta il parto della pizza tricolore.

A New York nasce la dieta della pizza napoletana STG

cozzolinoAngelo Forgione Pasquale Cozzolino, executive chef partenopeo del ristorante Ribalta di New York, non sforna solo le migliori pizze napoletane STG nella “grande mela” ma dimostra ai newyorkesi che la cucina di Napoli è anche genuina e salutare. Con una dieta iniziata lo scorso settembre, ha perso tutti i chili acquisiti negli States, dopo il suo trasferimento da Napoli nel 2011. Era nel suo peso forma, ma per comprendere la ristorazione americana ha dovuto mangiare di tutto, compreso snack e bibite gassate, e ha messo molti chili di troppo, a tal punto da spaventare i parenti quando è tornato a visitarli in Italia. Ha iniziato ad avere problemi alle ginocchia, alla schiena e pure allo stomaco. Quando il suo medico americano gli ha detto che rischiava seri problemi cardiaci, ci ha dato un taglio, ha ricominciato a mangiare alla mediterranea e ha ripreso il suo peso ideale, perdendo 45 chili. Sperimentata su di sé una nuova dieta: una pizza napoletana al giorno, per cinque giorni a settimana; verdure e frutta senza limiti. Il tutto, condito dall’esercizio fisico. Spariti i dolori e i problemi allo stomaco, forma fisica appagante e vita migliorata, grazie alla dieta mediterranea, che proprio l’americano Ancel Keys codificò sull’alimentazione dei napoletani negli anni Cinquanta, quando le mode americane non avevano ancora inquinato lo stile alimentare partenopeo. Ma Cozzolino, con pizza-diet, è fiero anche di aver dato una lezione agli statunitensi, sempre più sensibilizzati circa la differenza tra la pizza made in USA, considerata junk-food, cibo spazzatura, e la pizza made in Naples, genuina, sulla quale si può impostare una sana alimentazione, poiché non contiene grassi aggiunti e il suo impasto, frutto di lunghe e naturali lievitazione, è altamente digeribile. E ora la stampa di New York racconta la sua esperienza, che fa da monito anche al popolo napoletano, paradossalmente il più affetto da obesità in Italia. Se lo sapesse Ancel Keys…

(ph: Brian Zak)

 

A Napoli il centro Apple europeo per le app

Angelo Forgione Apple investe in Italia con un Centro di Sviluppo App iOS a Napoli. Una scelta importante che punta i riflettori dell’innovazione tecnologica sul capoluogo partenopeo.
Tutti a chiedersi perché proprio Napoli, lontano dalla filiale milanese e dalle rete commerciale della multinazionale di Cupertino. Magari c’entra qualcosa l’accordo siglato da Apple con il fisco italiano per evasione fiscale di 880 milioni di Ires tra il 2008 e il 2013, per aver fatturato in Irlanda i profitti delle vendite fatte in Italia. La questione si è risolta in un accordo in base al quale Apple verserà 318 milioni al Fisco italiano. Meno noto è che l’Italia sia stato l’unico Paese europeo ad aver accettato un concordato fiscale con Apple, rinunciando all’intero credito, magari barattando la differenza di 562 milioni con un investimento. Scelta Napoli, terra di talenti enormi e di disoccupazione che offre forza lavoro di qualità a costo più basso.