10 anni di De Laurentiis, l’uomo giusto per il Napoli

la decade dell’uomo che ha dato solidità e valore al club azzurro

Angelo Forgione La sera del 26 luglio 2004 il “San Paolo” di Napoli era gremito da quarantamila persone in ansia, e non si giocava alcuna partita. Era semplicemente l’adunata di “Orgoglio Partenopeo”, indetta dai tifosi delle curve e cavalcata da Luciano Gaucci per cercare il consenso della gente nella sua scalata all’esanime Società Sportiva Calcio Napoli, finita in tribunale sotto istanza di fallimento per un’ottantina di milioni di euro di debiti. Il 2 agosto la vecchia società si spense per sentenza della settima sezione falimentare del Tribunale Cvile di Napoli, condannata a ripartire dalla Serie C con una nuova proprietà. Alla curatela fallimentare pervenirono sette offerte: dopo quella iniziale della Napoli Sportiva di Gaucci, anche i concreti propositi dell’udinese Pozzo, del napoletano senese Paolo De Luca, dell`Azzurra Calcio capeggiata da Luis Vinicio, del gruppo italo-americano Caretti Family Group, della Napoli Sport e, ultima in ordine di tempo, quella di Aurelio De Laurentiis, già in precedenza interessato, senza successo, all`acquisto del club partenopeo. Offerta vincente e blitz riuscito in extremis. Il 6 settembre 2004, Aurelio De Laurentiis divenne presidente del “Napoli Soccer”, denominazione della nenoata società che in seguito avrebbe riacquistato il nome e i trofei principali.
È banale accostare la decade di De Laurentiis
a un film, anche perché la storia è ancora in divenire e non se ne conosce il finale. Aurelio, intanto, ha stimolato l’appettito ai tifosi, che spesso dimenticano come dieci anni fa il Napoli, pur essendo la quarta società italiana per bacino d’utenza, fosse scomparso dal panorama nazionale, e non per il solo fallimento ma per i risultati delle stagioni precedenti: cinque campionati di Serie B e uno solo mediocre di A. Il declassato sodalizio azzurro, non troppo lontano dai trionfi maradoniani, si era standardizzato in cadetteria. Insomma, Calcio minore. Il Napoli di oggi è invece fedele alle sue potenzialità, è solidamente ai vertici del Football nazionale, è l’unico top-team che non dipende dalle banche, vince qualche trofeo nazionale e si fa onore nell’Europa maggiore in cui l’Italia è marginale. Ma l’appetito annebbia la vista, e il tifoso più affamato vuole lo scudetto, non riesce a vedere il progetto vincente, non arriva a comprendere che negli sport di squadra ciò che fa la differenza sono le capacità manageriali dei dirigenti, le competenze dello staff tecnico, la preparazione dell’equipe medica e, in primo luogo, le risorse economiche a disposizione e la peculiarità dell’area geografica in cui le società sportive sono ubicate.
Aurelio De Laurentiis conosceva bene la realtà in cui andava a misurarsi. Dicevano che non capisse nulla di Calcio, e lo diceva anche lui, ma conosceva l’imprenditoria e sapeva che il Napoli era l’unica squadra della terza città d’Italia, mentre le squadre di Roma, Milano e Torino si dividevano i loro territori. Sapeva anche che a questo vantaggio si opponeva lo svantaggio territoriale di un club ubicato in una città decisamente più povera e disorganizzata delle altre tre, quella Napoli in cui lo stadio era già inadeguato e il centro sportivo era un campo di patate; quella in cui, per sua stessa azzardata ammissione, «funziona solo il Napoli». E infatti nessun imprenditore locale aveva saputo e voluto salvarlo dalla cattiva gestione di Ferlaino, solo portata al baratro dal romagnolo-bresciano Corbelli e da Naldi. Per comprendere l’importanza delle risorse territoriali è sufficiente raffrontare il sistema sportivo all’europea, finalizzato alla vittoria, e quello statunitense, non rivolto all’affermazione massima della performance sportiva, che è solo uno dei mezzi per ottenere il vero obiettivo da conseguire: il profitto aziendale. Le risorse territoriali sono il motivo per cui nei principali campionati nordamericani di Basket, American Football, Baseball e Hockey, là dove il vincolo tra i team e il territorio è molto meno forte che in Europa, capita non raramente che i proprietari decidano il trasferimento delle loro squadre in aree metropolitane diverse, in base a precise opportunità economiche di cui avvantaggiarsi, in primo luogo i bacini d’utenza. Lì vige una sistema differente, in cui non è previsto il meccanismo gerarchico delle categorie sportive regolate da promozioni e retrocessioni. E perciò le squadre nordamericane sono dette “franchigie”, dal termine inglese franchise, col quale si indica l’insieme delle attività commerciali di un’azienda autorizzata a operare in un determinato settore. Nel Calcio europeo non è solo impensabile ma anche impossibile che il Milan si trasferisca a Napoli e viceversa; i club europei sono radicati nel territorio d’origine e non hanno alcuna esclusiva anti-concorrenza, potendone insistere nella stessa città più d’uno a competere nella stessa categoria. Le diverse economie dei territori in cui sono nati e operano è decisiva nei destini della loro vita sportiva, agevolata o penalizzata a seconda che si trovino in una zona opulenta o depressa. Nel campionato italiano la provenienza territoriale è ancor più determinante che negli altri tornei europei, influente nel raffronto espressivo delle economie delle due Italie separate in cui operano i club, i quali restano comunque aziende.
Quando Aurelio De Laurentiis prese il Napoli non masticava Calcio ma sapeva bene che era una squadra con un grosso seguito in un territorio penalizzato. Si mise in testa di equilibrare i pro e i contro, di far quadrare i conti e mettere a frutto un’azienda dalle ottime potenzialità. Non era una missione umanitaria, certo, perché il Napoli gli garantiva visibilità e notorietà, aprendogli altre porte nei palazzi importanti. Da buon imprenditore, aveva la pazienza giusta per ripartire da zero e far crescere lentamente la neonata creatura. La crescita prosegue di anno in anno, quasi impercettibilmente, e Aurelio continua ad avere la stessa pazienza di allora, con operazioni mirate, riequlibri e innesti migliorativi, proprio come fanno i proprietari delle franchigie americane, e senza la frequente schizofrenia europea. Non ha ancora vinto lo scudetto del pallone ma vince da tempo quello dei bilanci, che non è esattamente quello dei fatturati. Juventus soprattutto, ma anche Milan e Inter sono lontane, e lo resteranno. Ai tifosi tutto questo non interessa. «Noi vogliamo vincere», dicono, e il presidente scende anche dall’autovettura per saltare addosso a chi glielo sbatte in faccia. Lui, Aurelio il visionario, si innervosisce perché ha da tempo pronunciato la formula magica per far quadrare tutto, e prima o poi la magia regalerà ciò che la gente desidera, ciò che a Sud, Roma ministeriale a parte, è sceso solo tre volte, dico tre. Anche questo a De Laurentiis non sfuggiva in quell’agosto di dieci anni fa.
A chi scrive, invece, non sfugge che Aurelio e il suo Napoli non sono mai stati implicati nei numerosi scandali che dominano il retropalco oscuro del Calcio italiano. Il popolo sportivo di Napoli, la sera del 26 luglio 2004, si aggrappò ad una “rotonda” figura che annunciò di aver preso casa a Posilllipo e di voler restare per sempre a Napoli, ma di lì a poco si sarebbe rifugiato a Santo Domingo per sfuggire all’arresto per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta del Perugia, poi patteggiando tre anni di pena indultata. Dunque, chi ha occhi per guardar lontano non li chiuda per sognare uno scudetto che non riscatta una città. È così che un popolo sportivo diventa maturo, aiuta se stesso e dà i giusti connotati al vero orgoglio partenopeo.
Auguri Aurelio, Auguri Napoli, grande esempio di managerialità sportiva.

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5 thoughts on “10 anni di De Laurentiis, l’uomo giusto per il Napoli

  1. caro angelo purtroppo le espressioni di molti napoletani contro il presidente non sono molto nobili o per niente, infatti hanno gia’ dimenticato che cosa era la napoli calcistica pre aurelio de laurentiis e ho provveduto con questo post ad aprire bene la mernte ad alcuni mentre per altri era l’ignoranza a farla da padrona. allego post.
    buona sera angelo da;ciro basile

    • Basile Ciro (io) spero che il caro aurelio si scocci a causa degli ignoranti e cafoni e vende il napoli a gente simile ai presidenti del dopo ferlaino e prima di ADL (visto che sapete solo criticare) come corbelli,moxedano gallo,setten ed ancora naldi,…. per chi ricorda e chi non li ha sentiti mai nominare si informi delle continue retrocessioni in serie b,del fallimento e serie c, e della vendita per pagare i debiti e gli interessi di nomi illustri come zola,f,cannavaro, c.ferrara,matuzalem,jankulovsky,schwoch,m.oddo,b.carbone ,d.fonseca,cruz,e boghssian, fabio pecchia,e laurel blanc l’attuale allenatore del psg di cavani e lavezzi. chi dimentica il suo passato è destinato a ripeterlo nel futuro… ricordatelo
      Mi piace · Rispondi · 3 · 22 luglio alle ore 21.03

  2. Carissimo Angelo! purtroppo anche nel mondo culturale napoletano, dove si presuppone che chi vi abita sia abituato a discorsi più razionali, dove il raziocinio dovrebbe prendere il posto dell’istinto, si verificano atti di insoddisfazione nei confronti del presidente! purtroppo c’è stata una persona che mi ha detto: voglio gioire oggi per uno scudetto, poi quello che accadrà domani non me ne frega più di tanto

  3. Caro Angelo, ti seguo da tanto e grazie a te sono diventato sempre più orgoglioso di essere napoletano (nel senso di essere nato a Napoli) e sempre meno di essere Italiano. Sovente leggo commenti di amici (e non) tifosi che criticano la società lamentandosi del fatto che ADL non spende, viene paragonato a Lotito in alcuni casi, dimenticandosi di dove eravamo prima del sua avvento. Ho sempre timore che il Presidente perda la pazienza con questi tifosi e molli tutti facendoci ripiombare nel baratro dove eravamo. Non capisco come possano avere certi pensieri, io da tifoso che ho tanto sulla storia del calcio a Napoli e non solo, posso solo essere grato ad Aurelio de Laurentiis. Forse certi tifosi dovrebbero leggere come me un pò di storia prima di criticare, abbiamo aspettato 60 anni prima di vincere uno scudetto, e forse (anzi senza forse) se il Dio del calcio non avesse scelto Napoli come sua seconda Patria, adesso non avremmo nemmeno quelli. Come scrivi tu il Napoli è a Napoli, questo dovrebbe rispondere – purtroppo – a tanti tifosi che non fanno altro che lamentarsi.

  4. Caro Angelo sto iniziando a leggerti con grande interesse e condivido di questo articolo quasi tutto.
    E’ verissimo, i tifosi spesso sono accecati dalla fame di vittoria dello scudetto ad ogni costo, non comprendendo il fatto che quei presidenti malati e spendaccioni appartengono ad un calcio che non esiste più. D’altra parte sono convinto che ADL abbia come sua missione fare profitto dal Napoli. Legittimo, la SSC Napoli è di sua proprietà. Il problema Angelo, è che una Società di Calcio vive del seguito e della passione dei propri tifosi, che pur mugugnando spendono 10€ per ogni amichevole estiva, passione che in una città come Napoli affamata di vittoria, è legata ai risultati sportivi, c’è poco da fare.
    L’Industria calcio non può prescindere dalla passione e dall’attaccamento alla maglia che ogni sportivo ha, è la propria linfa vitale.
    Io credo che questo particolare (unico ed inesistente in qualsiasi altro business al di fuori dello sport), che un tempo faceva prendere a certi presidenti decisioni di cuore più che di testa, credo che in ADL sia troppo sottomesso alla logica di un fare business nel senso più classico del termine. Il risultato è la scarsa volontà di fare investimenti e di prendersi quel rischio di impresa in mancanza di un risultato certo (vedi l’accesso alla Champions che ci troviamo ad affrontare). E’ questo forse l’elemento che da fastidio a molti tifosi, quelli che come me apprezzano l’operato della società, ma che tutto sommato, non gradiscono questo approccio troppo timido al mercato, cosi come la mancanza di una struttura immobiliare di proprietà, investimenti adeguati sullo stadio (che come sempre in Italia, si fanno investimenti solo con soldi pubblici) o nel vivaio.
    Tutto questo, in presenza di bilanci ampiamente in attivo, cash disponibili, e dunque investimenti fattibili anche in mancanza di un malaugurato accesso alla Champions.
    Dirò un concetto un po’ forte, ma io penso che la squadra, la maglia azzurra, sia in parte anche di proprietà dei tifosi del Napoli, e questo, nei modi opportuni, e nella giusta misura, credo che dia diritto loro di chiedere, non certo di buttare i soldi dalla finestra, ma di allargare, nella giusta misura, ed in maniera sostenibile i cordoni della borsa.
    I margini ci sono, ed un gesto di questo genere dimostrerebbe ai tifosi che il primo a desiderare il risultato sportivo è ADL, che magari sarebbe più amato e meno imprenditore che fa profitti nel mondo del calcio. Sono certo che questo sarebbe un volano ulteriore per la crescita del club.
    Detto questo, lunga vita al Presidente Aurelio De Laurentiis!

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