Il mito di Milano “capitale morale”? Lo creò un napoletano.

Angelo Forgione Milano, la “capitale morale” del Paese, oggi in mostra con l’Expo, non il primo. Già nel 1881 la città si mise in vetrina organizzando l’Esposizione Industriale, prendendosi la rivincita su Torino e sui Savoia. Era già avviata sulla via dell’industrializzazione e mostrò di essersi consapevolmente posta alla testa dello sviluppo della Nazione. Fu in quell’occasione che il napoletano Ruggero Bonghi, già direttore del quotidiano milanese La Perseveranza, tirò fuori la definizione “capitale morale”, che per il capoluogo lombardo divenne un’etichetta lusinghiera agli occhi dell’Europa.
Milano si sentiva ormai città guida del Paese non soltanto per il fatto che Roma fosse lontanissima dallo slancio industriale del Nord-est, non soltanto perché Napoli fosse luogo di divisione politico-sociale circa l’Unità, ma anche perché c’era da colpire l’orgoglio di Torino, città dei Savoia e vera rivale in tema di sviluppo. In termini politici, Milano era la città che aveva tenuto fede all’idea radicale e democratica del movimento nazionale di cui non avevano dato prova né Napoli, città borbonica occupata, né Torino, città sabauda occupante. Ecco cosa significava “capitale morale”.
Non che la definizione non sia stata mai contestata, e non solo dai romani. Lo storico Renzo De Felice, negli anni Novanta, pur riconoscendo la grande dinamicità meneghina, contestò il mito milanese come pure quello romano: “se c’è un mito della capitale morale, c’è un mito anche di quella reale. L’Italia ha solo due capitali: Napoli e Palermo, le uniche che ricordano Parigi, Madrid, Vienna.” Erano gli anni del mito offuscato da Tangentopoli. Sembrano lontani, eppure le tangenti per l’Expo in corso non fanno, oggi come allora, rima con moralità.
A Ruggero Bonghi, padre del termine “capitale morale, è dedicata una piazzetta nei pressi dell’Università Federico II di Napoli, all’imbocco di via Mezzocannone, con tanto di statua che lo raffigura.

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