L’antichissimo sapone di Napoli

saponeAngelo Forgione Quattro secoli esatti sono trascorsi dalla morte di Miguel de Cervantes Saavedra (29 settembre 1547 – 22 aprile 1616), figura che è per la Spagna ciò che Dante è per l’Italia. Se infatti l’italiano è “la lingua di Dante”, lo spagnolo è “la lingua di Cervantes”. Drammaturgo e militare, in El viaje del Parnaso, l’iberico esaltò le virtù e le bellezze di Napoli, riconoscendo nei napoletani la mitezza e la resistenza, come pure la fortuna di essere circondati da un’incredibile bellezza naturale. La sua ammirazione per la civiltà partenopea è anche nel Don Chisciotte della Mancia, esattamente nella parte II cap.XXXII, dove viene citato il molto pregiato ed eccezionalmente profumato sapone di Napoli, usato per uno degli scherzi descritti nell’opera. Fu il traduttore italiano di Cervantes, il pisano Alfredo Giannini, a chiarire come veniva prodotta la saponetta, molto usata dalle dame napoletane, anche per sistemare la barba ai cavalieri.

“Molto pregiato, […]; un sapone signorile composto con diversi ingredienti, tra cui crusca, latte di papavero, latte di capra, midollo di cervo, mandorle amare, zucchero, ecc. Cfr. le mie già citate “Impressioni italiane di viaggiatori spagnoli nei secoli XVI e XVII. Già nel sec. XV l’Arciprete di Talavera cita nel “Corbacho” (II 3, 4) come molto ricercato dalle dame il sapone di Napoli, dicendo che ne era principale ingrediente il midollo di cervo.”

Perché il midollo di cervo? Il sapone, da sempre, si ottiene dalla bollitura degli acidi grassi, vegetali o animali, con soda caustica o carbonato di sodio. In tempi antichi, la materia prima usata era la parte grassa delle ossa, cioè il midollo.

[…] In fine, don Chisciotte si calmò, finì il pranzo e, come fu sparecchiato, vennero quattro damigelle, l’una con un bacile d’argento, l’altra con un’anfora, pure d’argento, la terza con due bianchissimi e finissimi asciugamani sulla spalla, l’ultima, che con le braccia nude fino al gomito, teneva per le bianche mani (e davvero che erano bianche), una rotonda palla di sapone di Napoli. S’avvicinò quella dal bacile e con bel fare maliziosetto e faccia franca cacciò il bacile sotto il mento di don Chisciotte; il quale, senza dir verbo, maravigliato di simile cerimonia, credette che avesse a essere usanza di quel luogo il lavare la barba, anziché le mani; perciò distese la faccia quanto piú poté e a un punto stesso l’anfora cominciò a rovesciar giú acqua; quindi la donzella dal sapone si dette con gran furia a stropicciargli la barba, sollevando bioccoli di candida neve, ché tale era, e non meno, la saponata; e non soltanto la barba, ma tutto il viso e su per gli occhi del docile cavaliere, tanto che fu costretto a serrarli. Il duca e la duchessa, che non sapevano nulla di questo, stavano ad aspettare dove mai andasse a finire quella straordinaria lavanda. La donzella barbiera, quando gli ebbe fatto un’ insaponata alta un palmo, finse che le fosse finita l’acqua e comandò a quella dall’anfora che andasse a prenderne ; intanto il signor don Chisciotte aspetterebbe. L’altra andò e don Chisciotte rimase a fare la figura piú strana e piú ridicola che si possa immaginare. Lo guardavano tutti gli astanti, che erano in molti, e al vederlo lí col collo teso, lungo una mezza canna, piú che passabilmente scuro, con gli occhi chiusi e la barba tutta insaponata, fu un gran miracolo ed anche molta loro discrezione se riuscirono a dissimulare le risa. Le donzelle, che avevano ordito la burla, tenevano gli occhi bassi, senza osar di guardare i loro padroni, e questi, nel contrasto fra l’ira e il riso in cuor loro, non sapevano a cosa appigliarsi: se castigare l’ardire delle ragazze o premiarle per il divertimento che essi provavano nel vedere don Chisciotte in quello stato. Finalmente tornò la donzella con l’anfora e finirono di lavare la faccia di don Chisciotte; quindi colei che recava gli asciugatoi lo pulì e lo asciugò adagino adagino, finché, facendo tutte e quattro a un tempo un gran saluto e profonda riverenza, stavano per andarsene; ma il duca, perché don Chisciotte non s’avvedesse della burla, chiamò la donzella del bacile e le disse: «Venite a lavar me, e guardate che l’acqua non vi finisca». […]
(Miguel de Cervantes, Don Chisciotte, parte II cap.XXXII – traduzione del 1925 di A. Giannini)

Qualcuno ha detto che “la civiltà di un popolo si misura dalla quantità di sapone che consuma”. Dunque civilissime città quelle di Aleppo, Marsiglia e anche Napoli, anticamente famosa per la produzione del suo tipico sapone a base di grasso animale, ma pure di quello marsigliese a base di grasso vegetale, che è poi simile a quello di Aleppo. E pure quello della città francese era riprodotto all’ombra del Vesuvio. Già nel Quattrocento, nella cosiddetta Napoli “gentile”, definizioni dell’epoca coniata dal cronista Loise De Rosa per descrivere la dolcezza e la raffinatezza dei costumi del mai abbastanza celebrato Rinascimento napoletano, i monaci Olivetani, operanti nella zona del giardino Carogioiello che da loro avrebbe preso il nome di Monteoliveto, producevano del raffinato sapone di tipo marsigliese, nella sua formula originale a base di olio d’oliva, e lo offrivano ai cenciai in cambio di arredi di modesto valore per il monastero attiguo all’Arciconfraternita dei Nazionali Lombardi, poi rinominata Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, col compito di accogliere gli immigrati del Ducato di Milano e avviarli alle attività mercantili. Nacque proprio dallo scambio tra gli Olivetani e i cenciai l’antico mestiere napoletano del saponaro, il venditore ambulante che si riforniva di mercanzia vecchia ricercando le più impensabili cianfrusaglie in disuso. ‘O sapunaro girava nei quartieri poveri di Napoli e proponeva stracci, coperte, abiti smessi, scarpe vecchie, sedie sghembe, ferri vecchi e ogni oggetto da ripristinare alla meglio per essere rivenduto. Per il baratto, offriva a sua volta l’ottimo sapone giallo ricevuto dai monaci, utile alle massaie per fare il bucato, raccolto nella scafaréa, un contenitore di terracotta a forma di cono tronco. Nell’Ottocento, i saponari portavano gli abiti usati rimediati alle donne del Lavinaio, dove scorreva un ruscello, che provvedevano al lavaggio dei cenci col loro sapone.
La produzione artigianale del sapone, ormai prevalentemente vegetale, a Napoli assunse dimensioni importanti nell’Ottocento, quando nel Regno delle Due Sicilie le fabbriche eccelsero per esportazione. Allorché il Regno cadde, i piemontesi raccontarono che Garibaldi, approdando al Sud, aveva portato il sapone e che i locali, credendolo formaggio, lo mangiarono. La verità, semmai, era che loro non conoscevano le vasche per bagnoterapia e il bidet, ma questa è storia ormai nota oggi, più di un tempo in cui venivano spacciate per vere leggende con cui nascevano in alcune città settentrionali ineffabili definizioni per i meridionali (terù màia saù, trad: terrone mangia sapone).

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