Perché il Sud votò in massa per la monarchia nel 1946

Angelo Forgione Nella primavera del 1946 soffiò davvero fortissimo il “vento del Nord”, definizione coniata in quei decisivi frangenti per definire la spinta politica settentrionale alla destituzione della monarchia e alla svolta repubblicana.
Per mettere in minoranza il Sud, poco convinto del cambiamento istituzionale, la politica del Nord utilizzò strategicamente le prime elezioni amministrative dopo la dittatura, quelle del 1946, irregolarmente distribuite in due tornate, la prima in primavera e la seconda in autunno, a distanza di mesi. In mezzo fu fissato il referendum del 2 e 3 giugno per scegliere quale forma istituzionale adottare tra la monarchica e la repubblicana, in un clima di «O la repubblica o il caos», per dirla come il socialista Pietro Nenni. La strategia del ministro dell’Interno, il repubblicano piemontese Giuseppe Romita, era ben chiara, e fu spiegata da lui stesso in seguito: mandare immediatamente al voto i comuni di prevedibile maggioranza repubblicana, e farlo prima che si votasse per il referendum, il quale doveva svolgersi con i primi risultati filo-repubblicani delle elezioni amministrative. Liberata l’Italia dal Nazifascismo e dalla furia distruttiva anglo-americana, bisognava liberarsi anche dei Savoia.
Il referendum cambiò i connotati del Paese, spazzando via, dopo ottantacinque anni di regno indegno, la Corona sabauda, colpevole negli ultimi vent’anni di aver dato il potere al Fascismo e poi di aver abbandonato la nave fuggendo dalla Capitale. A pesare di più fu proprio la volontà delle regioni settentrionali: in tutte le province a nord di Roma, tranne Cuneo e Padova, prevalsero le preferenze per la repubblica. Nelle restanti a sud, tranne Latina e Trapani, vinsero quelle per la monarchia. Ancora una conferma di quanto fosse nettamente diviso il Paese. Il voto dei meridionali appare oggi inspiegabile dopo i malcontenti per i Savoia nel periodo tra l’Unità e la Prima guerra, ma per molti votanti si trattò di un’espressione di protesta separatista contro il Nord più che di effettiva affezione ai Savoia. La gente del Sud, cui non erano sfuggite le manipolazioni del ministro Romita, si sentì più che mai estromessa dalle scelte politiche, tutte ormai dominate dal “vento del Nord”, e ne espresse nettamente l’avversione dichiarandosi più legittimista di quanto non fosse, tentando di riaffermare la monarchia per dare uno schiaffo alla classe politica settentrionalista che marginalizzava il Sud.

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