Napoli e San Pietroburgo, un legame storico da ricordare nel dolore

Angelo Forgione Un mazzo di fiori ai piedi dei Cavalli Russi di Napoli. Così abbiamo voluto dimostrare la nostra vicinanza al popolo di San Pietroburgo, città che ha un legame speciale con Napoli, evidenziato proprio da quelli che vengono comunemente ed erroneamente chiamati “cavalli di bronzo”.
L’omaggio alle vittime dell’esplosione nella metropolitana di San Pietroburgo è stato promosso da La Radiazza (Radio Marte) di Gianni Simioli e dal consigliere regionale Francesco Borrelli dei Verdi. Hanno partecipato, oltre a chi scrive, anche il patron del Gambrinus Antonio Sergio e il collega Massimiliano Rosati, il consigliere comunale Stefano Buono e il console russo Vincenzo Schiavo, che ha voluto portare i ringraziamenti per il gesto a nome della comunità russa, tra l’altro molto numerosa a Napoli.

Il luogo scelto è fortemente simbolico. I due Cavalli Russi di bronzo, raffiguranti dei palafrenieri a domare i cavalli, oggi posti di fronte al Maschio Angioino, furono donati dallo Zar Nicola I al re Ferdinando II di Borbone nel 1846, e sono copia esatta di due dei quattro scolpiti dal russo Pjotr Klodt Von Jurgensburg, precedentemente piazzati alle estremità del ponte Anickov, sul fiume Neva di San Pietroburgo. Lo Zar era stato affettuosamente ospitato a Napoli alla fine del 1845 per consentire alla malata zarina di giovarsi del clima della Sicilia. Napoli era già la culla dei migliori talenti russi della musica, della pittura e della scrittura, mentre i Napolitani Giovanni Paisiello, Tommaso Traetta e Domenico Cimarosa, nel secondo Settecento, erano stati maestri di cappella e direttori dei Teatri imperiali dell’allora capitale russa, recentemente resa neoclassicheggiante dall’architetto di origine napoletana Carlo Domenico Rossi, naturalizzato e russificato Karl Ivanovic perché figlio di una ballerina russa di scena a Napoli. Al teatro Alexandrinsky, realizzato dal Rossi con facciata molto somigliante a quella del San Carlo di Antonio Niccolini, e intitolato alla zarina, furono replicati i successi napoletani, ma il gemellaggio culturale Napoli-San Pietroburgo divenne anche commerciale, cosicché a Kronstadt, una località isolana di fronte la capitale di Russia, fu realizzata una fabbrica siderurgica identica a quella di Pietrarsa, tanto ammirata dallo Zar, mentre a Napoli giunsero grandi forniture di eccellente grano duro russo di tipo Taganrog per le eccellenti lavorazioni della pasta. Insomma, un vero e proprio ponte tra le due capitali di allora, un’amicizia che andava ricordata oggi, con San Pietroburgo colpita a morte.

De Laurentiis ha smesso di ridere di “discriminazione territoriale” nel paese degli struzzi

Angelo Forgione Furia De Laurentiis ai microfoni di Mediaset Premium nel post Napoli-Real. Gli basta una scintilla per accendere un fuoco e alimentarlo a benzina, una domanda di Francesca Benvenuti sul rapporto con Sarri, dopo i travagli dell’andata madrilena: «È tutto a posto col suo allenatore?». E da lì parte la discriminazione territoriale della stampa, l’assoluzione del Corriere dello Sport e la dura reprimenda per la Gazzetta dello Sport, senza neanche citare Tuttosport e tutto il fronte più estremo dell’informazione settentrionale. «Poiché i giornalisti del Nord mi odiano, e odiano il Napoli, tutti al servizio del Nord. È da Camillo Benso di Cavour che il Nord odia il Sud, anche se poi la Juventus è una squadra molto sudista. Sono venuti a scasinare i nostri rapporti e abbiamo perso con l’Atalanta, ma poi ci siamo ripresi con la Roma». Sandro Sabatini, dagli studi di Milano, cerca di riparare all’uso della parola “odio”, all’indomani del vile danneggiamento dell’automobile di Mimmo Malfitano, penna della rosea. Ma non c’è verso di placare il patron azzurro, e va allora in scena la contrapposizione tra l’uomo vulcanico che tira fuori il suo pensiero, senza girarci intorno, e il bravo giornalista che parla alla Nazione ed è quindi costretto a calarsi nella retorica ecumenica. E allora Aurelio alza i toni e sbatte in faccia al suo interlocutore, ma in realtà all’Italia del pallone intera, tutta la verità di una divisione imperante. «E mi dispiace che lei che è un giornalista non se ne renda conto, ma siccome siamo in regime silente in cui dobbiamo dire quello che non pensiamo, voi volete che io non dica quel che penso e mi tappi la bocca». Il conduttore prende ad aggrapparsi allo specchio, un bel po’ deformato, di un Napoli amato da Bolzano a Pantelleria. «Dopo dodici anni di calcio – incalza il presidente – mi sono anche stancato, perché andare nei vari stadi e sentire “lavali col fuoco” è molto antipatico, e vedere che gli italiani non si ribellano a questo è molto volgare e cafone. Le prime volte che lo sentivo mi veniva da sorridere, ma ora vorrei che il pubblico che va allo stadio crescesse culturalmente, come stanno dimostrando i napoletani». Sabatini va trincerandosi sulla necessità di non dar risalto e pubblicità ai cori razzisti, e proprio qui inciampa, mostrando tutte le pecche del sistema giornalistico italiano, che invece avrebbe l’obbligo di sollecitare soluzioni efficaci tanto alla Federazione quanto al Governo. Non è che tutto il Nord odi Napoli e il Napoli, chiaro che vi sia molta gente sana e con intelletto intaccato, ma manca proprio l’analisi del vuoto culturale e legislativo che non consente di cancellare, a partire dalle scuole, quel Settentrione alimentato e avvelenato da pregiudizi e sentimenti razzisti, che esiste in diversi ambiti della cancrena sociale d’Italia, e chi lo nega è complice. De Laurentiis non sbaglia affatto a sottolinearlo, come ha fatto anche Maurizio De Giovanni ventiquattr’ore prima a Tiki Taka. Dopo certi titoli di giornale, al di là delle polemiche sportive, la misura è colma ed è evidentemente esplosa la voglia di dirla tutta.
Che il patron azzurro si sia stufato di una certa stasi non pare falso sentimento. È infatti vero che per anni abbia sorvolato, ridendoci su. Nell’autunno del 2013, al convegno “Cittadinanza sportiva” presso il Maschio Angioino, disse proprio di divertirsene: «Quando vedo migliaia di persone negli stadi che insultano un popolo con frasi che non voglio ripetere non lo trovo disgustoso, lo vedo come uno sfottò, ci rido sopra e mi diverto. Li prendo come un incitamento alla città per risvegliarsi». Nel frattempo cosa è accaduto? È accaduto che la FIGC ha fatto marcia indietro nella lotta al razzismo contro Napoli negli stadi, ha tirato il freno a mano e ha parcheggiato. Riavvolgiamo il nastro e capiremo perché.
Il 22 ottobre 2012 scoppia il
caso TGR Piemonte, la grande vergogna del cronista Giampiero Amandola, cinquantottenne di Nizza Monferrato, recatosi ai cancelli dello Juventus Stadium prima del match Juventus-Napoli per ascoltare le due tifoserie in affluenza. Un servizio condito da cori «o Vesuvio lavali tu» intonati da due giovani al microfono e dallo scivolone dello stesso giornalista Rai, cui uno juventino spiega che i napoletani sono inestinguibili perché «ovunque, a Nord e a Sud, un po’ come i cinesi»; risatine sarcastiche a denigrare i napoletani e pure i cinesi, e poi la geniale imbeccata di Amandola: «I napoletani li distinguete dalla puzza, con grande signorilità». Compiaciuto dell’insperato assist, il tifoso raccoglie e rilancia: «Molto elegantemente, certo!»… e ancora risate. Giornalismo spazzatura figlio della sottocultura italiana applicata al calcio. Amandola paga col licenziamento lo scandalo che ne segue, e la redazione torinese, in diretta regionale, deve chiedere scusa a tutti gli italiani. Mai accaduto prima!
Anche per tutto questo, nella primavera del 2013 la FIGC, allertata dall’UEFA per la degenerazione degli eventi italiani, deve recepirne le nuove direttive, diramate il 23 maggio nel XXXVII Congresso Ordinario di Londra in cui il parlamento del calcio europeo ha adottato la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo con cui sono state inasprite le pene per i casi associati agli eventi internazionali. La UEFA e le 53 Federazioni affiliate si sono impegnate a uno sforzo maggiore per debellare il fenomeno dal mondo del pallone. La tolleranza zero ispira il nuovo Regolamento disciplinare UEFA. Vietate le forme di propaganda ideologica; punizioni per i tifosi che insulteranno la dignità umana per ragioni di razza e origine etnica, dalla chiusura di un settore a quella dell’intero stadio, fino alla sconfitta a tavolino, alla detrazione di punti e, in estrema conseguenza, alla squalifica dal campionato. Da Londra, l’organo europeo pretende altrettanta severità da ogni Federazione affiliata, chiedendo di impegnarsi per favorire l’adozione di identiche politiche sanzionatorie “in relazione alle manifestazioni nazionali”, lasciando cioè a ognuna la libertà di allargare le tipologie di discriminazione in base alle diverse problematiche presenti nei vari paesi. Si adegua la FIGC, modificando il Codice di Giustizia Sportiva e tarandolo alla nuova normativa UEFA, con un inasprimento delle sanzioni in materia di razzismo. Gli ispettori federali sono chiamati a non tapparsi più le orecchie. La prima società a farne le spese è il Milan, ma è solo l’apertura di una pagina molto triste per il Calcio italiano, smascherato e inchiodato al suo razzismo interno contro Napoli. Chiudono settori a Milano, Torino, Roma, e scoppia il caos. La soluzione, rendendo tutti i tifosi ostaggi di quelli razzisti, non è quella giusta. E allora, inizia la retromarcia, prima con la “sospensione condizionale”, una sorta di ammonizione per le società, le cui pene saranno congelate per un anno solare e applicate in modo cumulativo solo nel caso di una seconda violazione da parte di medesimi supporters nel periodo interessato, e infine con la cancellazione delle chiusure dei settori degli stadi per responsabilità oggettiva, cotta e mangiata all’elezione alla FIGC di Carlo Tavecchio, l’uomo della buccia di banana del fantomatico Optì Pobà, subito interdetto dalle attività internazionali dell’UEFA e della FIFA. Con questa reputazione, quale credibilità avrà il nuovo presidente federale nell’accodarsi alla campagna contro il razzismo? Con quale faccia potrà prendere le distanze da cori e striscioni razzisti e di “discriminazione territoriale” ascoltati e visti negli stadi di mezza Italia? Che idea ci si farà all’estero dell’Italia alla vista delle curve della Serie A sbarrate e vuote per razzismo? E allora via alla modifica del Codice di Giustizia Sportiva, stabilendo l’applicazione di ammende invece delle tanto contestate chiusure parziali degli stadi. Solletico per le società sportive, un dazio tollerato per cancellare la vergogna dei cori contro i napoletani.
Insomma, un doppio passo indietro invece che uno nella giusta direzione, verso una soluzione davvero efficace. L’incapacità di trovarla produce la tolleranza più vergognosa e l’autorizzazione sostanziale per tutti gli ultras a cantare vittoria nel braccio di ferro con le istituzioni e a urlare contro i napoletani a pagamento delle società, a loro volta in silenzio e senza rivalersi sui colpevoli. Ciro Esposito, a Roma, ci rimette la vita, per quell’odio territoriale indegno oggi denunciato da De Laurentiis. Andrea Agnelli, padrone di casa allo Juventus Stadium, definisce tutto questo «campanilismo, che fa parte della nostra cultura e non è razzismo ma una peculiarità italiana», e per somma beffa, nel dicembre 2015, prende l’iniziativa catartica e se ne va all’Unesco a farsi paladino della lotta al razzismo nel calcio, rispondendo in conferenza, a chi gli chiede cosa accada in Italia, che la situazione è in miglioramento. In realtà è solo silenziata, insabbiata, con la complicità dei media.
Tavecchio, l’uomo del “rinnovamento” che non c’è, l’ha votato anche De Laurentiis nell’estate del 2014, per accontentare una pressione del laziale Lotito. Nel corso degli anni, il napoletano se n’è pentito, per diversi motivi, e qualche giorno fa, alla rielezione dell’uomo che vuole proseguire lo svecchiamento neanche partito, è stato l’unico presidente di club astenutosi dal voto. Forse l’altro candidato, Abodi, neanche lo aveva convinto, e però dalla tivù ha poi dimostrato di essersi sganciato dall’attuale sistema. Dai media del Nord già lo era da tempo. Il futuro parlerà.

Tremonti: «Vogliono che l’Italia faccia la fine che i piemontesi hanno fatto fare alle Due Sicilie»

Angelo Forgione Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia dei governi Berlusconi, e Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, ospiti a In 1/2 ora di Lucia Annunziata, hanno affrontato Il tema del futuro dell’economia italiana alla luce della proposta avanzata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel di un’Europa a due velocità, con un gruppo di testa.
Secondo Tremonti, i tedeschi non vorrebbero gli italiani nel gruppo guida perché «ci vogliono far fare la fine che i piemontesi hanno fatto fare al Regno delle Due Sicilie». E ha aggiunto: «Credo che nello spirito dei tempi e nell’andamento della storia si apra una fase sovranista, che non vuol dire chiudersi ma difendere quello che hai e valorizzarlo sull’esterno. Lo stanno facendo Usa e Germania, lo deve fare l’Italia. Non possiamo continuare a farci portar via la nostra roba. Il destino dell’Italia non è quello del non povero Regno delle Due Sicilie».
Nelle parole dell’economista lombardo, che dimentica di dire che la Lombardia si era unita al Piemonte, insorgerebbe per l’Italia un’esigenza protezionistica-sovranista, proprio quella per cui la storiografia risorgimentale ha condannato Ferdinando II di Borbone, statista non disposto ad indebolire l’economia del Mezzogiorno d’Italia per beneficio di interessi stranieri. Inghilterra e Francia fecero in modo che un indebitato Piemonte colonizzasse e devitalizzasse le Due Sicilie. Nacque un paese unito caricato del debito pubblico piemontese, debole economicamente e politicamente. Nulla è cambiato. A proposito, per Ferruccio De Bortoli, per non sprofondare «ci vogliono statisti veri e seri».

Intervento a “Pane al pane, vino… Alvino” (TvLuna)

È la telefonata a 8:54 a dimostrare quanto il Meridione sia pieno di persone che vorrebbero essere nate sotto la Torre Eiffel.

Ignoranza Mughini: «Napoli non ha altre identità oltre quella calcistica»

«Pieno di rispetto per la passione popolare nei confronti di un campione [Maradona] e per un momento dell’identità calcistica di questa città [Napoli], che purtroppo, a parte quella calcistica, non ne ha talmente tante altre».

Queste le parole di Giampiero Mughini sul rapporto tra i napoletani e Maradona. Chiara l’esegesi delle parole: rispetto per uno sporadico momento di vittorie del Napoli, solo in quel momento capace di battere la Juventus e il Nord potente, l’unico capace di identificare e connotare il calcio napoletano nella storia, e l’unico capace di dare espressione a una città senza altre voci di rilievo.
Insomma, per l’intellettuale all’italiana che ha rinnegato pubblicamente le sue origini meridionali (catanesi), Napoli non avrebbe altre identità oltre quella calcistica. Intellettuale da bar dello sport, appunto, che solo in un salotto sportivo, peraltro milanese, può consentirsi di cancellare almeno le identità napoletane della musica, del cibo e della bellezza paesaggistica, cioè quanto fa buona immagine dell’Italia all’estero, tanto per gradire.
Qualcuno dovrebbe insegnare a Mughini la storia di Napoli, così che possa rendersi conto che è dai tempi della Neapolis greco-romana la città più identitaria d’Italia per storia, cultura e tradizione, l’unica capace di imporre la sua identità greca a Romani e Longobardi, l’unica a resistere a romanizzazione e Invasioni barbariche del mondo antico, e oggi l’unica ad aver resistito a piemontesizzazione e americanizzazione. Qualcuno spieghi a Mughini che è libero di rimpiangere pubblicamente di essere nato al mare siciliano invece che a Parigi, e di scegliere, come ha fatto, la Juventus per sentirsi uomo di gran lignaggio – perché i natali non li puoi scegliere ma la squadra di calcio sì, e se sei uomo con disturbi di identità e personalità è facile che, da siciliano insoddisfatto, scegli quella vincente – ma non per questo può consentirsi di distribuire cultura sociologica senza averne.
Qualcuno dica a Mughini che Napoli preserva la sua identità da più di due millenni, ed è sempre stata così diversa da perfezionare svariati filoni culturali, alcuni dei quali capaci di farsi universali e non solo nazionali. Ne ha passate tante, ma davvero tante, più di tutte, eppure è sempre sopravvissuta, imponendosi agli occhi del mondo. Proprio come Maradona. Ecco perché Diego e Napoli si riconoscono per affinità, si scelgono e si attraggono. Ma questo, un intellettuale da bar dello sport non può arrivare a capirlo. Figurarsi il resto. Si rassegni però Mughini, perché il Calcio, nel mondo e nella leggenda, si dice «Maradona», e quando si dice «Maradona» si dice «Napoli», non «Juventus». Disgraziata boria.

Le dichiarazioni di Giampiero Mughini

L’analisi di Angelo Forgione a La Radiazza (Radio Marte)

La risposta di Raffaele Auriemma a Giampiero Mughini

Napoli nel destino del rivoluzionario Diego

Angelo Forgione In occasione del ritorno di Maradona a Napoli per lo spettacolo Tre volte 10 al Real Teatro di San Carlo, ecco un piccolo estratto dal mio Dov’è la Vittoria dedicato ai significati più profondi della sua esperienza in terra vesuviana.

Per emulare il Cagliari tricolore del 1969-70 il Napoli dovette aspettare la stagione 1986-87. Era già nata la Lega Lombarda, che aveva dato nuova linfa e diffusione ai pregiudizi anti-Sud abbracciando l’humus delle province lombarde, in cui era stata digerita l’immigrazione, ma non le culture estranee, ritenute inferiori. La Lega era nata in Lombardia, ma aveva raccolto consensi in tutto il Nord, diffondendo il sentimento e gli slogan contro i meridionali e gli extracomunitari anche nelle curve, sempre più politicizzate nel dilagante calciocentrismo degli anni Ottanta, contribuendo in maniera cospicua all’accentuazione del razzismo sulle gradinate. A Milano, Torino, Bergamo, Brescia, Verona e altri campi caldi d’Alta Italia era già divenuto “indispensabile” il poco cordiale benvenuto in Italia ai napoletani al seguito della squadra del cuore, ormai matura per lo scudetto. Il grido «terroni» ci aveva messo poco a riverberarsi dai conservatori musicali agli stadi.
A Diego Armando Maradona, argentino infamato col marchio di “sudaca” in Spagna, la parola “terrone” ricordava il pregiudizio verso i sudamericani delle ex colonie che gli aveva fatto detestare Barcellona e che, a 22 anni, aveva contribuito a incamminarlo sul sentiero della tossicodipendenza. In Catalogna era persino andato in televisione a difendere la sua gente:

«A tutta la gente di Barcellona voglio dire che non tutti noi argentini siamo cattivi, che noi argentini non vogliamo offendere nessuno, che sappiamo vivere. Non abbiamo noi la colpa per tutti quelli che sono venuti a far del male a questa città. Invece ora ci vogliono far pagare per gli altri.»

Diego ci mise poco a capire che i napoletani erano per i settentrionali ciò che gli argentini erano per gli spagnoli, e si fece interprete di un’istintiva rivalsa sportiva. La prima partita in Serie A la giocò il 16 settembre ‘84, a Verona. In quello stadio, 10 mesi prima, la curva scaligera, la prima ad appellarsi al Vesuvio, aveva salutato il brasiliano del Napoli Dirceu, ex gialloblu, con un messaggio di integrazione territoriale: “Ora non sei più straniero, Napoli ti ha accolto nel continente nero”. Maradona ne lesse un altro di striscione: “Benvenuti in Italia”. Benvenuto anche a lui nel Calcio del Nord contro il Sud, dei ricchi contro i poveri. Tutto subito chiaro, bastò tanto a fargli intendere che la missione non poteva essere solo sportiva. Quel campionato lo vinse proprio il Verona. Sarebbe poi toccato alla Juventus, e successivamente al Napoli.
Gli azzurri iniziarono a vincere col riccioluto argentino, e più vincevano tanto più il razzismo cresceva negli striscioni e nei cori settentrionali. Tanta la paura per quei miserabili del Sud che minacciavano di prendersi quello che era sempre “spettato” al Nord. A traguardo raggiunto, a Torino fu inalberato un infame cartello: “Napoli campione oltraggio alla Nazione”. La sera del 17 maggio ‘87, dagli schermi di Rai Uno per Notte per uno scudetto, uno show celebrativo del primo tricolore, apparve in video Massimo Troisi, grandissimo tifoso partenopeo, in una “falsa” intervista di Gianni Minà culminata con uno sferzante sfogo mascherato da una brillante ironia. L’ottimo giornalista piemontese gli ricordò: «Al Nord sono comparsi striscioni del tipo “siete i campioni del Nord Africa”. L’Unità d’Italia non è mai avvenuta!». Il compianto attore di San Giorgio a Cremano, in tempo di apartheid, rispose alla sua maniera:

«Io, intanto, sinceramente, preferisco essere un campione del Nord Africa piuttosto che mettermi a fare striscioni da Sud Africa.»

    Maradona, un riottoso per natura, infilò i panni del capo dei terroni, un brigante consapevole di poter sovvertire almeno in campo le gerarchie sociali, col Napoli quanto con la nazionale argentina. I due schiaffi – la truffaldina mano de Dios e il poetico gol del secolo in 4 minuti e nella stessa partita – che il fenomeno argentino si divertì a rifilare al popolo inglese dalla trincea messicana, dopo la sanguinosa guerra per la contesa delle isole Falkland/Malvinas, fecero male quanto quelli che avrebbe dato a chi affollava i poco ospitali stadi del Nord Italia delle camicie rosse, rimediate proprio nei mattatoi di Buenos Aires. L’eroe dei due mondi nel XX secolo indossava l’azzurro.
Venne il tempo dei Mondiali italiani del 1990. All’esordio del Meazza di Milano, una delle principali arene delle battaglie del napoletano Maradona contro milanisti e interisti, il tifo fu tutto per i “leoni indomabili” del Camerun (vincitori per 1 a 0). Dopo i fischi all’inno argentino e il sostegno agli africani, Diego si rifece in sala stampa con sarcasmo pungente:

«L’unico piacere di questo pomeriggio è stato scoprire che, grazie a me, gli italiani di Milano hanno smesso di essere razzisti: oggi, per la prima volta, hanno fatto il tifo per degli africani.»

Niente fischi nelle successive due partite, solo perché giocate a Napoli, che vale a dire in casa. Poi il derby sudamericano contro il Brasile a Torino, dove i tifosi locali si regolarono come quelli di Milano: di nuovo fischi all’inno argentino. Ma il destino volle che alla semifinale di Napoli approdassero proprio la Nazionale di Maradona e l’Italia. Dieguito, dopo anni di battaglie in campo per i napoletani, lanciò una bomba, un proclama agli italiani in cui racchiuse un acuto messaggio identitario:

«Per 364 giorni su 365 chiamano “terroni” i napoletani, ma questa volta gli chiedono di essere italiani. L’Italia si ricorda che sono italiani solo quando devono sostenere la Nazionale, poi si dimentica di come li tratta.»

Chiaro l’interesse personale, ma altrettanto chiara la consapevolezza spesso esternata in passato dal capitano nelle sue coerenti parole, che la gente di Napoli apprezzò; molto meno il resto d’Italia, che non poteva guardarsi allo specchio per una partita di Calcio, seppur importante. Diego andava oltre, come sempre, più lontano del suo istinto. Sugli spalti dello stadio di Fuorigrotta, la rivendicazione patriottica si lesse su un visibile striscione: “Diego, Napoli ti ama ma l’Italia è la nostra patria”. Alla fine prevalsero, di una spanna, il patriottismo italiano e la Nazionale argentina. Verdetto sportivo ai calci di rigore, freddi per i piedi sudamericani e gelidi per i cuori italiani. Qualcuno riversò le responsabilità sui napoletani, incolpati di esser caduti nella trappola tesa dal loro idolo, a prescindere dai tricolori a migliaia sugli spalti, dall’esplosione dello stadio al gol di Schillaci e all’espulsione nei supplementari dell’avversario Giusti, e dalle responsabilità di una sciagurata uscita di Zenga su Caniggia, così come dell’altrettanto sciagurato e pietrificante rigore calciato a occhi chiusi da Serena.
Fu l’inizio della rappresaglia: rientrata la Selección nel ritiro di Roma, volarono pugni tra i custodi del centro tecnico di Trigoria e il cognato di Maradona. Nottetempo fu pure strappata la bandiera argentina sul pennone, accanto alla quale furono issate quelle della Roma e d’Italia. Nella finale dello stadio Olimpico, Diego subì la vendetta sotto forma di fischi, quelli degli infuriati spettatori italiani durante l’inno argentino, ai quali rispose con un chiaro «hijos de puta». Sempre tra incessanti fischi, dovette accontentarsi della medaglia d’argento e lasciare il trofeo ai tedeschi, aiutati dell’arbitro Codesal. Qualche giorno dopo, il capitano dell’Argentina dichiarò che l’astio degli italiani era indirizzato a un napoletano. Nel film-documentario del 2008 a lui dedicato, il fuoriclasse argentino disse al regista Emir Kusturica:

«I napoletani sanno bene che io feci di tutto per far vincere il Napoli. Però c’era la netta sensazione che il Sud non potesse vincere contro il Nord. Una volta andammo a Torino per giocare contro la Juventus e gliene facemmo 6. Sai cosa significa che una squadra del Sud ne fa 6 all’avvocato Agnelli?»

In realtà i gol realizzati quella volta erano 5, ma per el revolucionario non erano mai troppi quelli rifilati ai potenti. Un eccesso di orgoglio ininfluente sul senso della storia.
Nessuno straniero è stato amato quanto Maradona dalla gente di Napoli; un fanatismo al confine col feticismo. Egli stesso ha accostato i napoletani agli argentini, diversamente dai catalani di Barcellona e dagli andalusi di Siviglia, che quasi lo detestarono. Nessuno ha pagato come lui l’identificazione nella realtà partenopea. Il fuoriclasse argentino fu incapace di gestirsi e imporsi come esempio per i giovani, fallendo troppe volte con sé stesso e con i suoi affetti; allo stesso tempo offrì beneficenza nell’ombra e mostrò la sua generosità ai compagni di squadra. Un autolesionista altruista, si potrebbe dire. Fu proprio per il suo intuito primitivo che seppe dar dimostrazione di aver fiutato certe dinamiche sociali di uno strano Paese che già negli anni Ottanta faceva del Calcio il campo di battaglia degli odi e delle intolleranze.
È altamente simbolico e significativo che la storia del più grande artista del pallone non sia legata a quella dei più vincenti club del Nord Italia e d’Europa, ma alla squadra regina del Sud. Fondamentale è la comprensione dell’indole del personaggio, il più grande rivoluzionario della storia del Calcio, un trascinatore che leggeva Che Guevara e sprigionava energia in campo e fuori, trasmettendola a tutti; un antiaziendalista capace di dettare campagne acquisti e convocazioni, di modellare il suo gruppo ideale. Un sudamericano così, nel più ricco campionato del mondo degli anni Ottanta, non poteva che diventare un’icona dei poveri, un lustro ineguagliato della storia del Napoli, più prezioso dei trofei portati alla bacheca azzurra. Dopo aver ricevuto il Pallone d’oro alla carriera, nel 1995, fu proprio lui a dichiarare:

«Tutti dicono: “Questo è stato il migliore del Barcellona, questo è stato il migliore del Real Madrid, questo è stato il migliore del Chelsea…”. Io sono orgoglioso di essere stato il migliore a Napoli.»

Attenzione: il migliore (del mondo) a Napoli, non del Napoli. Maradona si è riempito d’orgoglio per aver conquistato il trono e la gloria indossando la divisa di un club importante d’Italia, ma pur sempre della periferia del Calcio mondiale, senza il supporto di un ricco sodalizio. 259 partite e 115 gol in quasi 7 anni sono solo l’aspetto numerico di quanto offrì alla declinata Napoli il condottiero che nel luglio 1987, a qualche settimana dal primo storico scudetto azzurro, fu invitato contemporaneamente dagli Stati Uniti e da Cuba per ricevere due differenti premi. Scelse Cuba, senza indugio, e conobbe Fidel Castro, dialogando col Líder di sport e politica americana per 5 ore di seguito. 18 anni più tardi, nel novembre del 2005, avrebbe guidato col presidente venezuelano Hugo Chávez la foltissima protesta dei paesi sudamericani e caraibici contro l’imperialismo egemonico statunitense di George W. Bush al Vertice dei Popoli di Mar del Plata. Il Che Guevara del Football, colui che rifiutò di conoscere Carlo d’Inghilterra, che si fece tatuare il Che e Fidel sulla pelle, che incarnava l’orgoglio dei Sud del mondo, non poteva avere nel suo destino la Torino dell’industria, e neanche poteva essere amato nella ricca Barcellona, lui che a Buenos Aires era sbocciato nel povero Argentinos Juniors e che aveva sposato i colori proletari del Boca, contrapposto all’aristocratico River Plate. Il destino volle renderlo interprete delle vittorie dei sottomessi e gli riservò il trono decaduto della deindustrializzata, infamata e razziata Napoli, dal quale riconobbe la stessa intolleranza che credeva di essersi lasciato alle spalle e individuò nelle grandi squadre del Nord la rappresentazione del potere settentrionale da sabotare.
Eppure, prima di approdare all’ombra del Vesuvio, il Che del Football fu proprio a un passo dalla Mole Antonelliana e dall’indossare la maglia della Juventus. Lo svelò l’ex calciatore e presidente bianconero Giampiero Boniperti a La Stampa nel luglio 2008, alla vigilia dei suoi 80 anni:

“L’avevo preso, solo che il presidente della Federazione argentina, Julio Grondona, bloccò il trasferimento. Ordini superiori.
Un giorno, molti anni dopo, ho rivisto Diego e mi ha confidato che, se fosse venuto alla Juve quando doveva, magari avrebbe avuto una vita privata più serena.”

Su questa rivelazione il mondo bianconero ha ricamato un presunto rimpianto juventino di Maradona, imboccandogli altre parole di ammirazione e rammarico per non aver mai potuto vestire la maglia bianconera. Nel maggio 2012, per celebrare il ritorno al tricolore della Juventus post-Calciopoli, il quotidiano Tuttosport pubblicò un pensiero attribuito all’argentino dal giornalista Guido Vaciago:

“Forse se fossi finito alla Juventus avrei avuto una carriera più lunga, vincente e tranquilla. Non rimpiango nulla, ma per quel club ho sempre avuto grande ammirazione e rispetto.”

Frasi senza alcun riscontro, peraltro mai confermate da Diego ed evidentemente nate dalla manipolazione di quel «se fossi venuto alla Juve quando dovevo, magari avrei avuto una vita privata più serena» reso noto da Boniperti qualche anno prima. E come dar torto a colui che in Catalogna iniziò ad affrontare i suoi tormenti? Se fosse andato a Torino, nel 1980, avrebbe probabilmente evitato i dolori di Barcellona e magari la cocaina: una sorta di sliding doors della sua vita. È tutto qui il significato della condivisibile riflessione intima senza rimpianti di Maradona svelata da Boniperti; semmai il rammarico era dei dirigenti juventini.
La storia narra che nel 1978 Gianni Di Marzio, allenatore del Napoli, recatosi in Argentina per vedere i Mondiali, fu contattato da Settimio Aloisio, un responsabile dell’Argentinos Juniors, e condotto a osservare il giovane fenomeno. Ne rimase entusiasta e lo segnalò al presidente Ferlaino, proponendogli di “parcheggiarlo” in Svizzera per un paio d’anni, nell’attesa che si riaprissero le frontiere in Italia. Il patron azzurro non accettò, intendendo puntare su calciatori già affermati (avrebbe poi preso il fuoriclasse olandese Ruud Krol), e così il primo treno per Napoli passò. Nella primavera del 1980, dopo una segnalazione di Omar Sivori alla Juventus, fu Boniperti a volare in Argentina per prelevare Maradona dall’Argentinos Juniors. Il trasferimento del diciannovenne astro di casa non fu autorizzato dal presidente della Federcalcio locale Julio Grondona poiché il commissario tecnico César Luis Menotti gli aveva chiesto di trattenere in patria i migliori calciatori in vista dei Mondiali di Spagna del 1982. La Vecchia Signora avrebbe però potuto prenderlo e attendere 2 anni, ma Boniperti non si entusiasmò alla vista della statura del campioncino e lo bocciò. Non se ne fece niente; la Juve ripiegò sull’irlandese Liam Brady e 2 anni dopo strappò il fantasista Michel Platini alla concorrenza dell’Inter, mentre Maradona, dopo un anno e mezzo al Boca Juniors, si accasò al Barcellona con un contratto di 6 anni. Nella città catalana, il giovane argentino si infilò nel tunnel della droga. Troppa e improvvisa la pressione sulle spalle, cui si aggiunse un forte disagio interiore: nessuna integrazione con la ricca borghesia catalana, autosegregazione nella lussuosissima villa di Pedralbes dopo la traumatica notizia di aver contratto l’epatite, guerra immediata col dispotico presidente José Luis Núñez che pretendeva invano di impartirgli ordini, scarso feeling con alcuni compagni di squadra invidiosi, stampa ossessiva che non gli perdonava nulla e tifosi blaugrana insoddisfatti dal rendimento di un calciatore pagato a peso d’oro, ma spesso infortunato e pure riottoso ai metodi dell’allenatore Udo Lattek. L’unica occasione di divertimento erano le discoteche notturne delle Ramblas, e lì cominciò il pericoloso gioco della cocaina, un’illusione nei pochi momenti di finta felicità nella gabbia dorata catalana che lo faceva sentire straniero ed emarginato.
Nel 1983 spagnolo, dopo anni di frustrazioni dittatoriali dello pseudo-fascismo di Francisco Franco, la rivalità tra le varie comunità era fortissima e in campo si picchiava davvero duro, coi gomiti e coi piedi. Non era come in Italia, dove le marcature toglievano il fiato con correttezza. Il culmine della tensione fu l’entrata spezzacaviglia di Andoni Goikoetxea, difensore dell’Athletic Bilbao, noto anche come “il macellaio” (indicato dal Times come il giocatore più violento di tutti i tempi). Quarta giornata della Liga 1983-84: sul 3-0 per il Barça, scivolata da tergo: caviglia, malleolo e legamenti della gamba sinistra di Diego in frantumi. Il basco mise a repentaglio la carriera dell’argentino, costringendolo a un intervento chirurgico che avrebbe comunque potuto comportare la perdita dell’eccezionale dote che lo distingueva dai comuni mortali, ovvero la flessibilità rotatoria della magica caviglia sinistra, superiore alla norma. L’integrità dell’arto fu salvata dal miracoloso trattamento del dottor Rubén Oliva, vero e proprio taumaturgo, che riconsegnò al mondo del Calcio il suo astro più luminoso. A fine stagione, la finale di Copa del Rey fra Barcellona e Athletic rimise Maradona di fronte a Goikoetxea. Al termine della partita, vinta dal Bilbao (1-0) tra derisioni e insulti, Diego si scagliò contro Andoni con colpi d’arti marziali e pugilato, scatenando una furiosa rissa tra le due squadre. Fu sottratto al linciaggio solo grazie all’intervento dei compagni di squadra. A bocce ferme, chiese scusa al re Juan Carlos di Borbone, ma in Spagna il suo tempo era ormai scaduto.
Tramite Ricardo Fuica, un mediatore argentino residente a Valencia, il dirigente dell’Avellino Pierpaolo Marino seppe dell’opportunità e informò Boniperti, che, appagato dal rendimento di Platini, rifiutò di ritornare sul giocatore e rispose che con quel fisico non sarebbe arrivato lontano. Marino sondò allora il direttore generale del Napoli Antonio Juliano, da cui partì la lunga trattativa che portò il grande fuoriclasse a Napoli. Al diavolo l’epatite, la frattura, Núñez e la maledetta Barcellona! Il riccioluto prodigio si catapultò senza esitazioni sulla prima squadra italiana che gli fornì l’occasione di evadere dalla ricca prigione spagnola, esternando la sua voglia di scappare e raggiungere quello che in quel momento era il campionato più bello del mondo:

«Mi stanno uccidendo, non possono più tenermi in questa incertezza. Il Barcellona deve decidere prima possibile. Ormai mi sembra quasi tutto fatto e l’offerta del Napoli non può che essere considerata ottima.»

    Maradona accettò alla cieca quel che Paolo Rossi aveva rifiutato qualche anno prima, ad accordo fatto. «A Napoli non andrò mai», aveva detto in segreto l’attaccante italiano ad alcuni amici. Il giornalista Mimmo Porpiglia aveva raccolto e pubblicato, e 90.000 tifosi napoletani, fischietti alla bocca, avevano riempito il San Paolo per lo sfizio di contestare l’autore del gran rifiuto sceso a Napoli con la maglia del Perugia il 20 ottobre ‘79: 89.992 spettatori paganti, record nella storia della Serie A. El Pibe de oro ebbe tutt’altro approccio, dichiarando subito dopo la firma di sentirsi come un bambino nato da poche ore. L’ufficialità fu data a pochi minuti dalla chiusura del calciomercato e i napoletani si riversarono in strada. Chi uscì dai cinema, dai teatri e dai luoghi al chiuso si ritrovò all’improvviso di fronte a un pandemonio inatteso, la prima vera festa sportiva della città, 3 anni prima di quella per il primo scudetto. Cambiò tutto, compreso l’appeal del Napoli: Giordano lasciò l’amata Lazio e accettò l’azzurro per richiesta diretta di Diego. Careca pure, ambito da mezza Europa, si mise in testa di giocare a tutti i costi con l’argentino e decise autonomamente la sua destinazione, forte di una scrittura privata che gli permise di svincolarsi dall’adorato São Paulo a un prezzo vantaggiosissimo per il Napoli.
Anche Berlusconi si innamorò di Maradona e provò a sedurlo con un faraonico ingaggio, più una lunga lista di benefit. Ricevette dal calciatore una risposta secca:

«No, grazie… Non giocherò mai al Milan, non tradirò mai i tifosi napoletani.»

Diego si fece invece corteggiare da Bernard Tapie, il Berlusconi di Francia, miliardario di simpatie socialiste e presidente dell’Olympique Marsiglia, voglioso di vincere la Coppa dei Campioni (ci sarebbe riuscito nel ‘93 prima d’essere condannato a 2 anni di galera per corruzione). Maradona provò in quell’occasione – era la primavera del 1989 – a lasciare Napoli, stanco delle reclusioni diurne, degli spifferi giornalistici sulle sue amicizie con alcuni camorristi e delle accuse di aver “venduto” lo scudetto del 1988. Droga e criminalità le avrebbe certamente incrociate anche a Marsiglia, ma era forte la voglia di cambiare ambiente, di avere quella villa con giardino e piscina che Ferlaino gli aveva sempre promesso e mai concesso, e l’intenzione di prepararsi per i Mondiali ‘90 in un campionato molto meno pressante di quello italiano, con un mese di sosta invernale. A Monaco di Baviera, alla vigilia della semifinale di ritorno della Coppa UEFA, strappò a Ferlaino la promessa di poter essere ceduto se il Napoli avesse vinto il trofeo. Il trofeo andò al Napoli, ma quando sul prato di Stoccarda Maradona si apprestò ad alzarlo al cielo il presidente gli si avvicinò e gli sussurrò all’orecchio di aver approntato il contratto da rinnovare. Mantenere la parola avrebbe significato il linciaggio dai tifosi. Togliere ai napoletani il loro condottiero era impossibile, e infatti il distacco sarebbe giunto per una squalifica per doping. Diego a Marsiglia ci sarebbe andato, ma non avrebbe mai tradito i tifosi napoletani e non avrebbe mai giocato in una squadra italiana diversa dal Napoli. La separazione definitiva avvenne nel peggiore dei modi: alla scadenza della squalifica per doping, Diego fu convocato in ritiro, ma l’acredine per il nemico Ferlaino e il rifiuto di tornare a vivere a Napoli portarono a una guerra per vestire la maglia del Siviglia, vinta anche grazie all’arbitrato della FIFA. L’esperienza in Andalusia fu pessima e la carriera del fuoriclasse si concluse in Argentina.
La controversa immagine di Maradona è stata sempre allacciata, dall’opinione pubblica e da qualche comico senza troppa fantasia, ai mali di Napoli e alla sua stessa tossicodipendenza, quasi a ridurre le sue mirabilie e il valore dei trionfi in azzurro. Maradona non ne trasse alcun beneficio sotto il profilo agonistico, e anzi fu limitato dall’abbattimento e dalla depressione che spesso lo costrinsero a non allenarsi. Di fatto, l’euforia, l’infaticabilità e l’accentuazione della reattività tipiche dell’assunzione da cocaina inalata durano dai 20 ai 90 minuti, in base alla quantità e alla purezza. Dopo l’esaurimento degli effetti sopraggiungono abbattimento morale, depressione e irritabilità. El Pibe avrebbe dovuto sniffare negli spogliatoi nell’immediatezza della partita per presentarsi in campo sotto effetto “positivo” e non subirne svantaggi alla distanza. Sul terreno di gioco si mostrò sempre equilibrato, di una correttezza esemplare, per niente irascibile e mai reattivo nonostante i numerosi calcioni incassati. Piuttosto, si fece bucare continuamente da spaventosi siringoni pieni di massicce dosi di cortisone, unico rimedio per andare in campo senza avvertire il cronico dolore alla schiena procuratogli da una congenita deformazione della colonna lombo-sacrale.

«Sai che giocatore sarei stato se non avessi tirato cocaina? Che giocatore ci siamo persi! Mi resta l’amaro in bocca: avrei potuto essere molto più di quello che sono stato. Io sono la mia colpa e non posso rimediare.»

È il rimpianto del sommo fuoriclasse, la voce della coscienza nel finale della pellicola di Kusturica. Certo, la potenza mediatica di Maradona non è quella di Michele Padovano, Mark Iuliano, Jonathan Bachini, Francesco Flachi, Angelo Pagotto o Angiolino Gasparini, alcuni tra i calciatori della Serie A che hanno fatto uso e, in qualche caso, spaccio di droghe ricreazionali senza essere irrisi per questo. Ancora nel febbraio 2014, a dipendenza da tempo cancellata, Gene Gnocchi, tifosissimo del Parma, fu querelato da Maradona per una battuta di cattivo gusto pronunciata nel corso della trasmissione Rai Il Processo del Lunedì: «Maradona ambasciatore di Napoli? No, al massimo della Colombia e del cartello dei narcotrafficanti di Medellín».
Solo un mese dopo, nel pieno delle polemiche tra l’argentino e il fisco, il regista napoletano Paolo Sorrentino, che da piccolo andava a sostenere la squadra del cuore al San Paolo, dedicò il Premio Oscar appena ricevuto a Hollywood per La grande bellezza a Federico Fellini, a Martin Scorsese, ai Talking Heads e a Diego Armando Maradona, definendoli “fonte d’ispirazione”.
Maradona scontò evidentemente anche la sua appartenenza, l’essere icona di Napoli, per giunta vincente. Con lui a guidare gli azzurri verso la vetta d’Italia si fece più vigorosa l’aggressività verbale nei confronti della gente partenopea. Esisteva già, da quel 1973 del colera mal raccontato dalla tivù. Un’aggressività fluttuante, proporzionale al rendimento sportivo del club partenopeo, ma mai arrestata: più insistente nell’era dei trionfi degli anni Ottanta, sopita nel lungo periodo della cadetteria e della rinascita in Serie C, riaccesa col ritorno in Massima Serie concomitante con l’esplosione della crisi dei rifiuti, e resa più volgare e insistente col dirompente ritorno ai vertici nazionali.

(Continua sul libro Dov’è la Vittoria)

200 anni fa rinasceva il San Carlo, più bello di prima

Angelo Forgione Nella notte del 12 febbraio 1816 il Real Teatro di San Carlo (1737) veniva distrutto da un tremendo incendio divampato accidentalmente durante le prove generali di un ballo. Le fiamme erano scaturite da una lucerna e si erano velocemente propagate sulle ali del vento di quella giornata. Grida e crepitii dei presenti, travi di legno incandescenti e pendenti, crolli di muri, fumo e fiamme visibili da ogni punto della città, artisti che si erano affrettati ad immortalare il tragico evento nei loro dipinti (nell’immagine quello di Salvatore Fergola). In meno di due ore la storica sala borbonica era andata completamente perduta, gettando nello sconforto i napoletani, che se l’erano presa coi giacobini, e addolorando l’Europa intera con le cronache del disastro diffuse ovunque.
Ferdinando di Borbone, rimesso sul trono un anno prima dal Congresso di Vienna, a soli nove giorni dal distruttivo rogo, aveva incaricato una commissione composta da cinque importanti nobili, coordinati dall’impresario Domenico Barbaja, per sovrintendere, senza badare a spese, affinché il tempio dell’Opera rinascesse e, superando in bellezza ogni teatro, facesse parlare del suo restaurato regno.
In soli otto mesi fu compiuto il prodigio, e Stendhal andò a verificarlo di persona la sera dell’inaugurazione. 12 gennaio 1817, proprio nel giorno di una ricorrenza reale, quello del sessantaseiesimo compleanno del Re. In scena Il sogno di Partenope di Giovanni Simone Mayr, opera composta espressamente per l’occasione. Alla vista del francese una nuova sala neoclassica, firmata da Antonio Niccolini (che già aveva realizzato la nuova facciata qualche anno prima), completamente diversa da quella barocca andata in fiamme. Gli occhi dello scrittore, che avevano ammirato il teatro Alla Scala di Milano e altri teatri europei, rimasero sbarrati alla vista del ricostruito tempio della musica napoletano, mutato nell’aspetto e capace di suscitare stupore ed emozione fino allo stordimento:

“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare. […] Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico. […] Il raso azzurro, i fregi in oro, gli specchi sono distribuiti con un gusto di cui non ho visto l’eguale in nessun’altra parte d’Italia.”

Per quanto milanese di elezione, Stendhal seppe riconoscere la superiore bellezza raggiunta dal rinnovato teatro borbonico rispetto alla Scala, rimarcando che il Borbone, oltre a riavere il suo trono, aveva riavuto, grazie al Niccolini, anche il più bello di tutti i teatri.
Evidentemente, la sala del nuovo San Carlo mostrava cromie diverse da quelle di oggi. Solo con la ristrutturazione interna del 1844 la tappezzeria azzurra bleu-de-ciel foncé – così l’aveva definita Stendhal – fu sostituita con nuovi rasi rossi, mentre venne applicato dell’oro zecchino in foglia e a mecca al di sopra dell’argento.

Nella foto, una mia simulazione basata su una tempera del pittore Ferdinando Roberto eseguita nel 1825.