A Napoli è nata la via delle Stelle

stella_totoNapoli, la città in cui è nato il cinema italiano, ha da oggi la sua “walk of fame”, la via delle Stelle. Si parte dal grande Totò. Una commissione stabilirà, di volta in volta, le star del cinema napoletano da fissare nei marciapiedi di via Scarlatti al Vomero, il quartiere delle primissime case di produzione e degli “studios”.
Un grande plauso va all’attore e regista napoletano Sergio Sivori, direttore artistico del “Vomero Fest”, e a Maria Rosaria Picardi per aver fortemente voluto un evento di riscoperta delle radici napoletane del cinema nazionale.

Totò, guitto e massone, artista snobbato e ora festeggiato dalla sua Napoli

statua_totoAngelo Forgione Ha preso il via il “Maggio dei Monumenti” di Napoli, edizione 2017 dedicata a Totò, scomparso 50 anni fa. Tanti gli eventi in calendario per celebrare la maschera popolare,  napoletana e universale, del principe Antonio de Curtis. Tra gli appuntamenti più significativi, quello in programma per il 13 maggio, nell’ambito del “Vomero fest”, che nasce per ricordare la memoria storica delle case di produzione cinematografica sorte prima della guerra proprio al Vomero. In quella data sarà inaugurata una “walk of fame” napoletana, tra via Luca Giordano e via Scarlatti, con l’apposizione della prima “stella” in pietra lavica e bronzo, a sei punte e ispirata alla forma del Castel Sant’Elmo, dedicata proprio a Totò.
Enorme, debordante l’entusiasmo attorno la figura del “principe della risata”. Eppure si tratta di un personaggio particolarmente snobbato dall’intellighenzia napoletana e dalle passate amministrazioni della Città. Ne danno prova la strada e la statua a lui dedicate. Più che una via, a suo nome c’è un vicolo, parallelo a via Foria, un tempo detto vico della Purità. Vi si può accedere per tre diverse rampe di scale o per una stretta salita, il vico Avallone, e allora ci si ritrova in una stradina degradata e dimenticata. Neanche Google Maps ci è arrivato lì. È questo il massimo che la Città ha saputo offrire a chi in quei vicoli ci passava di notte per lasciare biglietti da diecimila lire alle famiglie meno abbienti. Per non parlare del mai inaugurato museo alla Sanità, o della statua in bronzo realizzata nel 1979, oggi al Rione Alto, in una piazzetta tra via Sigmund Freud e via Onofrio Fragnito, che è diventata per tutti “piazzetta Totò” senza che fosse mai stato ufficializzato il toponimo dal Comune di Napoli. Il monumento, opera dello scultore porticese Vincenzo Borriello, fu realizzato grazie a una colletta e un’asta d’opere d’arte organizzate dal pioniere delle tivù private, l’ingegner Pietrangelo Gregorio, attraverso i teleschermi di Canale 21. Una volta fusa, la statua fu boicottata da certi ambienti intellettuali e finì per essere conservata nei depositi comunali per circa vent’anni. Solo nel 1999, in occasione del centenario della nascita di Totò, la circoscrizione Arenella propose di riesumarla per collocarla in una piazza centrale del quartiere. Dopo le immancabili nuove proteste, il Comune decise di installarla nell’area pedonale del Rione Alto, cioè di mandarla in una zona periferica dove non avrebbe dato fastidio a nessuno. Il 17 aprile di quell’anno si tenne l’inaugurazione alla presenza di Liliana de Curtis, figlia dell’artista, che da allora, in posa da guitto, fa sorridere i passanti della zona.
“Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuto di qualcosa, bisogna morire”. Così disse Totò, che forse immaginava di essere apprezzato più velocemente post mortem. E invece non dev’essere stata sufficientemente sostenuta la sua figura, quantunque la sua appartenenza alla Massoneria possa far pensare il contrario. Antonio de Curtis fu infatti iniziato nel 1945, aderendo prima a una loggia napoletana Fulgor di Monte di Dio  e poi confluendo nella Fulgor Artis di Roma, fondata nell’Ottocento da Gustavo Modena, padre del teatro moderno italiano, insieme a molti importanti attori dell’epoca (Aldo Fabrizi, Gino Cervi, Aldo Silvani, Checco Durante, Carlo Dapporto). Il nobile della Sanità lavorava a Roma e ogni volta che scendeva a Napoli vedeva le distruzioni della guerra. decurtis_massoneSpinto dalla voglia di fare beneficenza, abbracciò la Fratellanza, convinto che mirasse a finalità evolutive. Lui stesso, in seguito, fondò la Loggia artistica Ars et Labor, e ne fu Maestro Venerabile fino alla morte, quando ricopriva il 30° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato. L’adesione massonica dell’attore era riconducibile alla Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, una loggia nazionale conciliante col Vaticano, volta alla libera ricerca personale e religiosa, e meno incline all’eccessiva politicizzazione dell’attività massonica esercitata dall’anticlericale Grande Oriente d’Italia, dalla quale venne fuori per scissione tra il 1908 e il 1910. Pare però che la frequentazione latomica di Totò si spense quando questi comprese che la Massoneria non appagava i suoi ideali di benefattore. Solo nel 2012, attraverso la figlia Liliana, gli è stato consegnato il Brevetto di 33° Grado, l’ultimo e il più importante della scala iniziatica dello scozzesismo, al quale ambiva all’inizio del suo percorso iniziatico. In quell’occasione fu recitata ‘A Livella, la poesia scritta negli anni cinquanta che meglio di tutte incarna i valori massonici nei quali il Principe de Curtis credeva fortemente: “la morte – scrisse Totò – ci rende tutti uguali, poveri e ricchi, nobili e gente comune; il valore più importante resta la fratellanza”.
Massone deluso o meno, Totò fu in ogni caso impegnato in attività di beneficenza e pure di aiuto a persone dello spettacolo cadute in disgrazia. Prima snobbato e ora insignito di Laurea honoris causa. Personaggio simbolo della Napoli del Novecento, a furor di popolo, e non d’altri.

Luisa Ranieri interpreta Totò

Tratto dalla trasmissione Il Nostro Totò (Rai), un’emozionante Zuoccole, tammorre e femmene di Totò interpretata da Luisa Ranieri.

200 anni fa rinasceva il San Carlo, più bello di prima

Angelo Forgione Nella notte del 12 febbraio 1816 il Real Teatro di San Carlo (1737) veniva distrutto da un tremendo incendio divampato accidentalmente durante le prove generali di un ballo. Le fiamme erano scaturite da una lucerna e si erano velocemente propagate sulle ali del vento di quella giornata. Grida e crepitii dei presenti, travi di legno incandescenti e pendenti, crolli di muri, fumo e fiamme visibili da ogni punto della città, artisti che si erano affrettati ad immortalare il tragico evento nei loro dipinti (nell’immagine quello di Salvatore Fergola). In meno di due ore la storica sala borbonica era andata completamente perduta, gettando nello sconforto i napoletani, che se l’erano presa coi giacobini, e addolorando l’Europa intera con le cronache del disastro diffuse ovunque.
Ferdinando di Borbone, rimesso sul trono un anno prima dal Congresso di Vienna, a soli nove giorni dal distruttivo rogo, aveva incaricato una commissione composta da cinque importanti nobili, coordinati dall’impresario Domenico Barbaja, per sovrintendere, senza badare a spese, affinché il tempio dell’Opera rinascesse e, superando in bellezza ogni teatro, facesse parlare del suo restaurato regno.
In soli otto mesi fu compiuto il prodigio, e Stendhal andò a verificarlo di persona la sera dell’inaugurazione. 12 gennaio 1817, proprio nel giorno di una ricorrenza reale, quello del sessantaseiesimo compleanno del Re. In scena Il sogno di Partenope di Giovanni Simone Mayr, opera composta espressamente per l’occasione. Alla vista del francese una nuova sala neoclassica, firmata da Antonio Niccolini (che già aveva realizzato la nuova facciata qualche anno prima), completamente diversa da quella barocca andata in fiamme. Gli occhi dello scrittore, che avevano ammirato il teatro Alla Scala di Milano e altri teatri europei, rimasero sbarrati alla vista del ricostruito tempio della musica napoletano, mutato nell’aspetto e capace di suscitare stupore ed emozione fino allo stordimento:

“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare. […] Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico. […] Il raso azzurro, i fregi in oro, gli specchi sono distribuiti con un gusto di cui non ho visto l’eguale in nessun’altra parte d’Italia.”

Per quanto milanese di elezione, Stendhal seppe riconoscere la superiore bellezza raggiunta dal rinnovato teatro borbonico rispetto alla Scala, rimarcando che il Borbone, oltre a riavere il suo trono, aveva riavuto, grazie al Niccolini, anche il più bello di tutti i teatri.
Evidentemente, la sala del nuovo San Carlo mostrava cromie diverse da quelle di oggi. Solo con la ristrutturazione interna del 1844 la tappezzeria azzurra bleu-de-ciel foncé – così l’aveva definita Stendhal – fu sostituita con nuovi rasi rossi, mentre venne applicato dell’oro zecchino in foglia e a mecca al di sopra dell’argento.

Nella foto, una mia simulazione basata su una tempera del pittore Ferdinando Roberto eseguita nel 1825.

Gli affanni del San Carlo e gli spettacoli per la sopravvivenza

Angelo ForgioneAll’esterno del Real Teatro di San Carlo c’è una fila di pigne a “proteggerne” la facciata. Le pose l’architetto Antonio Niccolini nel 1810, in piena massoneria napoleonica, rifacendo il volto del vecchio teatro reale, e non per sola decorazione. La pigna, infatti, simboleggia la ghiandola pineale, una ghiandola endocrina che riceve il più abbondante flusso sanguigno, in misura maggiore di qualsiasi altra ghiandola nel corpo umano, ed è responsabile della chiarezza mentale. Anche detta “terzo occhio”, essa allude al più alto grado di illuminazione, quindi alla saggezza e alla conoscenza più profonda. Le pigne innanzi il portico del San Carlo volevano significare che il Teatro, il più importante dell’epoca, era la casa della Cultura europea. Quella fila di pigne era il confine tra il tempio della Cultura e l’inferior livello.

sancarlo_pigneSono trascorsi due secoli da allora, e il San Carlo non è più considerato ciò che era allora. Il repertorio settecentesco, quello del secolo della grandissima Scuola Musicale Napoletana, è stato messo in disparte a beneficio di un repertorio ottocentesco che ha contribuito al prestigio della Scala, posta poi in posizione primaria nel dopoguerra, con una Milano al centro della ripresa industriale e sociale del Paese. Da qualche anno, poi, si è sviluppato un uso improprio del Real Teatro di Napoli, prestato a eventi non legati al linguaggio cui è destinato, con conseguenti forti polemiche tra favorevoli e contrari.
La verità è che il San Carlo, che aveva figliato la Scala e tutti i lirici d’Europa, è oggi alla rincorsa del risanamento del buco dovuto agli affanni dei decenni passati. È in fieri un piano triennale finalizzato non solo all’equilibrio finanziario, ma anche all’aumento della produttività e alla riduzione dei costi di gestione, anche a costo di pagare un prezzo di immagine per certi eventi, che fanno arrossire l’invidiata tradizione e l’antico prestigio sancarliano. Gli ultimi bilanci sono in pari, ed è già un risultato; la produzione è triplicata rispetto al 2012, gli incassi da botteghino sono raddoppiati, ma il vero rilancio è lontano.
Le fondazioni lirico-sinfoniche moderne, deputate alla gestione dei lirici italiani, versano in difficoltà economico-patrimoniali. Quella del San Carlo riceve la metà dei fondi statali e regionali destinati alla Scala. Più soldi arrivano anche all’Opera di Roma, alla Fenice di Venezia, al Maggio Fiorentino e al Regio di Torino. Al Massimo milanese, inoltre, affluiscono anche importanti sponsorizzazioni, su tutte quella di Rolex, ma anche le partnership di marchi napoletani quali Kimbo e Ferrarelle. In tal senso, per il San Carlo ci si limita a partecipazioni una tantum o legate a piccoli progetti momentanei, ma nessun imprenditore campano è disposto a investire sull’immagine del Teatro.

Così, per il San Carlo, è impossibile reggere il confronto e riprendersi il posto che gli compete. La condizione si fotografa nel palco reale, il bellissimo palco reale borbonico che tutto il mondo invidia alla sala del Niccolini: una parata di sedie in policarbonato trasparente di Kartell, modello ‘Louis Ghost‘, anche costose, ma di modernissimo design e completamente inadeguate al contesto. E infatti la sovrintendenza del teatro più bello e umiliato del mondo intende sostituirle con più degne e regali sedute, ma di soldi non ne ha, e allora è alla ricerca di donazioni private per lo scopo.
Tale è la triste realtà, ed è per questo che la stessa sovrintendenza sancarliana apre il Gran Teatro a eventi minori. L’inferior livello scavalca la fila di pigne e dissacra il tempio della Cultura napoletana. Ne guadagna la cassa, ma non l’immagine.

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La Villa Comunale di Napoli paradigma dei disastri moderni

Angelo Forgione La devastazione della Villa Comunale di Napoli, antica Villa Reale, è paradigma della direzione in cui va la città. L’ultimo colpo al cuore è un ascensore per disabili della Linea 6 Metropolitana sottostante spuntato all’altezza della già maltrattata Cassa Armonica. Per ora si staglia una parallelepipedo in cemento armato, che sarà rivestito di acciaio riflettente per provare a mimetizzarlo. E mi chiedo come sia possibile che la cervellotica Soprintendenza napoletana abbia potuto autorizzare un manufatto moderno all’interno di un ambiente storico neoclassico.
Lo sfregio all’impronta neoclassica della passeggiata reale, che di reale ormai non ha più nulla, è iniziato con Antonio Bassolino e l’allora assessore competente Dino Di Palma. Tra il 1997 e il 1999, infatti, fu chiamato un designer moderno, Alessandro Mendini, a realizzare un intervento di riprogettazione che sollevò giustissime polemiche per l’evidente contrasto con l’ambiente creato da Carlo Vanvitelli. Napoli chiamava Milano, l’illuminata capitale del design moderno, consentendo a un contemporaneo di sovrapporsi a un architetto della storia locale. Lo stesso sarebbe poi accaduto con la meneghina Gae Aulenti per la ridefinizione con altrettante polemiche di piazza Dante. Questo dovrebbe far riflettere sulla cancellazione di una tradizione gloriosa, a favore di una modernizzazione coloniale. Ne vennero fuori degli chalet-scatolette a colori, l’alterazione dell’aspetto botanico della storica villa ottocentesca (che sconvolse la scelta delle essenze arboree fatta nell’800 dal tedesco Friedrich Dehnhardt, ispettore dell’Orto Botanico), la cancellata in alluminio anodizzato e la sostituzione degli storici lampioni in ghisa con dei “siluri” sempre in anodizzato. Non bastò. Arrivò la nuova linea metropolitana a mangiarsi gli spazi e a devastare la falda acquifera sottostante, con inevitabili danni agli alberi della villa e pure alla stabilità dell’intera Riviera di Chiaja. Poi le vicende della Cassa Armonica. Ora è la volta dell’ascensore, che pare dovesse essere realizzato inizialmente fuori il perimetro della Villa.
Certo che non si può restare ostaggi della storia da valorizzare, ma a Napoli la modernità non ha lasciato segni grandi e durevoli, soprattutto quando mischiata all’antichità. Quasi tutte le creazioni importanti della città appartengono, infatti, alla sua storia.
Senza una tradizione sentita e rispettata si conservano male le attrattive culturali e si offrono servizi inadeguati ai turisti. Le straordinarie creazioni sono state realizzate da artisti e sovrani che avevano come prospettiva la Storia, non il calcolo di corto respiro da amministratori periferici, che beneficiano anche di silenzio e a volte appoggio ideologico da parte di un certo ceto accademico e intellettuale “sensibile” alle suggestioni del potere. Voltare pagina è una necessità. Ma per poterlo fare occorre una coscienza collettiva che alzi la voce di fronte alla devastazione dell’identità napoletana. Prima che sia troppo tardi.

Napoli napoleonica: la Guardia Nazionale mai realizzata

Angelo Forgione  L’arrivo dei napoleonidi a Napoli, nel 1806, significò l’avvio di una ristrutturazione dello Stato, soprattutto con l’incoronazione di Gioacchino Murat, nel 1808, che diede impulso al processo di laicizzazione e di sviluppo scientifico e urbanistico della Capitale. Napoli, che il Neoclassicismo l’aveva formulato con Vanvitelli e diffuso altrove coi suoi epigoni, vide l’avvio della sua stagione neoclassica più intensa, partendo dallo stile Impero, cioè un neoclassico pomposo che Napoleone rese espressione rappresentativa della Grandeur. L’area del Palazzo Reale fu oggetto di una rivisitazione, che avrebbe portato in seguito all’attuale conformazione. Uno dei problemi era l’antica facciata del teatro di San Carlo di Giovanni Antonio Medrano, del 1737, un portale appena decorato con statue e fregi, di stile spigoloso molto somigliante a quello della Reggia di Capodimonte (dello stesso architetto).  Murat pretese che se ne realizzasse una nuova, più degna della Capitale, e incaricò l’architetto pisano Antonio Niccolini, già scenografo e coreografo del Massimo, di progettare tutto il riassetto della piazza San Ferdinando, ancor prima di risistemare il Largo di Palazzo. La prima soluzione mostrò un raccordo tra la reggia e il teatro, con una Guardia Reale al posto degli antichi fabbricati da abbattere e due torri laterali da innalzare sul Palazzo Reale. Di questo progetto sarebbe stata realizzato solo il nuovo volto del teatro. La configurazione della piazza San Ferdinando, così come la conosciamo oggi, sarebbe stata accennata nel 1843, sotto Ferdinando II di Borbone, privilegiando il ruolo del San Carlo con una nuova facciata laterale affidata a Francesco Gavaudan e Pietro Gesuè, mentre Gaetano Genovese ampliava e regolarizzava il Palazzo Reale e i suoi giardini. Lo slargo che preludeva al nuovo foro ferdinandeo, con la basilica di San francesco di Paola, avrebbe preso il nome di piazza Trieste e Trento nel 1919, in celebrazione dell’acquisizione delle due città all’Italia dopo la vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale.

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