Napoli punta al grande turismo con l’identità (ma non con l’arte)

Angelo Forgione «San Gennaro ha mandato i turisti a Napoli anche se non è stato fatto niente per attrarli. Ora bisogna rimboccarsi le maniche per portarceli». Lo ha detto pubblicamente lo spagnolo Josep Ejarque (FourTourism), italiano d’adozione, esperto di management turistico, incaricato dal Comune di Napoli di dirigere il comitato tecnico per la redazione del Piano Strategico del Turismo, un documento programmatico per rendere il capoluogo vesuviano una delle principali attrazioni europee. Tradotto in soldoni, la crescita turistica di Napoli negli ultimi anni è da considerarsi miracolosa, frutto della provvidenza divina, non di una precisa strategia. Da ora in avanti, però, l’amministrazione comunale seguirà le linee guida del Piano. Si chiama Napoli 2020, ed è una precisa dichiarazione d’intenti concertata con Gesac, la società di gestione dell’Aeroporto Internazionale di Capodichino, Federalberghi, Unione degli Industriali e mondo universitario, dopo tre mesi di interviste, studi e tavoli tematici che hanno coinvolto circa 250 operatori turistici.
La notizia buona è che la Città ha le idee chiare per raggiungere la quota di 2 milioni di arrivi entro il 2020 (erano 1,1 nel 2015). Si punterà solo su uno dei due tratti distintivi, sulla napoletanità, quel valore aggiunto che contribuisce alla diversità del luogo e che lo rende non globalizzato. Si farà leva sull’unicità, quella qualità che l’ICOMOS ha attribuito a Napoli nel 1995 prima dell’inclusione del suo centro storico nellla lista Unesco dei patrimoni dell’Umanità.
La notizia cattiva è che non si punterà sull’altro tratto distintivo del territorio. Napoli non cercherà di riprendersi il posto che ha avuto fino a inizio Novecento tra le maggiori città d’arte. Il Piano, infatti, non guarderà all’aspetto più profondamente culturale, come auspicato dal ministro Franceschini nelle sue recenti previsioni per Napoli, ma svilupperà esclusivamente l’immagine “folcloristica”. «Napoli non è percepita come città d’arte ma come città peculiare per personalità e napoletanità. Noi rispondiamo a ciò che il mercato turistico sta cercando», ha aggiunto Ejarque nella presentazione del Piano al Castel dell’Ovo, in occasione degli Stati Generali del Turismo. Il manager ha nel suo curriculum anche un ruolo di responsabile del Destination Management e Marketing di Torino, risultando uno degli artifici del cambiamento del capoluogo piemontese in vista delle Olimpiadi invernali del 2006, da città poggiata sull’industria a città poggiata sul turismo. Per lo spagnolo, chi visita Napoli finisce per apprezzarla molto, anche se è considerata negativamente la sua connotazione di città dei contrasti. I visitatori italiani la considerano una città affascinante e pittoresca, una destinazione unica. Gli stranieri, invece, hanno reazioni diverse: inglesi e tedeschi, a differenza dei francesi, la considerano ancora una meta di passaggio. «Ma è necessario andarsi a prendere i turisti, cercarli e convincerli. Dobbiamo inondare la rete di informazioni positive su Napoli e convincere tutti che sia una città che bisogna visitare almeno una volta della vita». È evidente che si tratti di una necessità non più procrastinabile per contrastare la cattiva fama creata dalle camorra e dal modo squilibrato di raccontare Napoli da parte dei media.
Sfogliando il Piano si apprende come i turisti vedono Napoli: una destinazione unica e irripetibile, competitiva per la napoletanità, ma poco sicura, scarsamente decorosa e insufficientemente preparata al turismo. Nessun riferimento ai monumenti, ai musei e tutto il patrimonio culturale, che potrebbe e dovrebbe contribuire in buona parte a creare attrattiva.

tratto dagli Stati Generali del Turismo (Napoli, 16/3/17)

.

tratto dagli Stati Generali della Cultura (Roma, 20/12/16)

.

tratto dal Congresso Culturale Meridionalista al Museo di Capodimonte (Napoli, 8/4/17)

De Magistris: «Olimpiadi a Napoli». Barcellona esempio anche per chi ride.

demagistris_olimpiadiAngelo Forgione C’è una città, Roma, la cui sindaca è in procinto di mettere il veto alla candidatura alle Olimpiadi del 2024, attirandosi le antipatie di tutto quel mondo intrecciato della politica e dell’impresa che a un’occasione del genere non vorrebbe dover rinunciare. C’è un’altra città, Napoli, il cui sindaco apre all’utopia dei Giochi Olimpici del 2028, suscitando perplessità e squallidi commenti di personaggi facili alla più zotica ironia sulla città, gli olimpionici del tiro al bersaglio partenopeo.
Virginia Raggi, dicendo no ai circa 1.700 milioni di euro pronti per far partire la macchina olimpica, frenerà l’indebitamento non solo comunale ma anche l’opportunità di rilancio della Capitale, perché le Olimpiadi sono una coperta corta e questo portano a chi li ospita. I Giochi sono motivo di rigenerazione territoriale ma finiscono col diventare uno spreco di risorse pubbliche e un ottimo affare solo per le speculazioni private, che in Italia, terra di corruzione diffusa, sono dietro l’angolo. Tutte le edizioni successive a quella del 1984 hanno visto i costi superare le stime di spesa e comportato una perdita netta per le amministrazioni pubbliche locali e nazionali. La candidatura ad ospitare i Giochi è dunque una scelta di precisa priorità, che è quella di rinnovamento a caro prezzo.
Ma se quello romano sarebbe più un rilancio di immagine internazionale di una capitale in difficoltà amministrativa, non c’è nessuna città italiana più bisognosa di rinnovamento urbano come Napoli. In tal senso, l’esempio massimo, quello che dovrebbe far sbiancare loro, gli olimpionici del tiro al bersaglio partenopeo, viene da Barcellona, l’unica città spagnola ad aver ospitato l’evento. Nel 1992 non fu la più grande capitale Madrid ad accogliere il mondo dello sport ma la metropoli catalana. E qui calza perfettamente la boutade di Luigi De Magistris, oltre la quale si deve bandire il vuoto qualunquismo e aprire invece una riflessione su quanto ha fatto proprio Barcellona più di un ventennio fa. Quella città era praticamente nelle stesse condizioni di Napoli, arenata in un preoccupante vuoto di modernità, bisognosa di riconversione industriale e afflitta dai problemi urbanistici ereditati da decenni di dittatura franchista. La politica locale lanciò una sfida apparentemente impossibile, in un momento pure particolare. La candidatura fu infatti avanzata nel 1981, cioè soltanto due anni dopo le prime elezioni democratiche di Spagna. In quel momento, gli enti locali potevano contare su pochissime risorse economiche, che mai avrebbero potuto attuare il cambiamento necessario. Andò a finire che, sostenuti da Juan Antonio Samaranch, ex politico locale e fresco presidente del Comitato Olimpico Internazionale, i soggetti governativi catalani si imposero alla politica nazionale e riuscirono a trascinarla nel sostegno alla trasformazione urbana del secondo centro spagnolo. Fu una scommessa, vinta nei presupposti, anche se a caro prezzo. Il turismo, pressoché inesistente, cominciò ad aumentare due anni prima dell’evento mondiale, solo perché il nome della città iniziò a circolare sui media, e fu l’inizio di un percorso che condusse Barcellona ad essere tra le mete preferite in Europa, con tutto ciò che ne consegue in termini di economia cittadina e occupazione nel settore. La città dovette affrontare il grave problema della sicurezza e quello dell’impreparazione del settore ricettivo, proprio come Napoli, che si rilancia oggi in modo parziale e poco strutturale. Con assoluta mancanza di visione prospettica, gli operatori alberghieri pensarono di poter far tranquillamente fronte all’aumento della domanda nei soli quindici giorni di Giochi, contando anche sulle strutture della Costa Brava. E invece da lì dovettero necessariamente far crescere l’offerta, partecipando alla crescita del PIL, unica grande risorsa cittadina al cospetto dell’avanzata finanziaria di Madrid.
I tre chilometri di lungomare barcellonese che si apprezzano oggi non c’erano, come non ci sono a Napoli da quando, nell’Ottocento, è stata cancellata la lunga spiaggia di Chiaja che attirò i viaggiatori del Grand Tour da tutt’Europa. I catalani hanno restituito il mare alla città demolendo fatiscendi edifici industriali e realizzando una costa fruibile. La cittadella olimpica fu edificata dove fino ad allora c’erano solo vie ferroviarie e decadenti opifici del XIX secolo. Fu posto fine al completo stato di abbandono del vecchio porto e della montagna di Montjuïc, strutturando un complesso piano di localizzazione di impiantistica sportiva.
Certo, furono fatti anche degli scempi in nome della modernità speculativa, e tanti se ne vedono in giro per la città. Ad esempio, per un porto turistico rilanciato alla grande si paga il prezzo di due orribili torri, la Mapfre e la Arts nel quartiere di Sant Martì, che deturpano la già piatta linea di costa, oltre ad essere in rosso di gestione. Non è il solo problema creato allora. I prezzi delle case, dal 1986 al 1992, aumentarono di quasi tre volte, costringendo molti abitanti ad allontanarsi dalla città. Ma nel complesso fu l’Olimpiade di Barcellona l’esempio universale di come sfruttare l’evento per migliorare lo spazio urbano. Semmai qualcuno abbia riso per la proposta di candidatura – dubito che vi siano in Spagna gli olimpionici del tiro al bersaglio catalano – si sarà certamente nascosto in seguito.
«Le Olimpiadi hanno aiutato a far entrare il nome di una cittá nell’ideale collettivo universale», affermò Juan Carlos Montiel, direttore generale di Barcelona Regional, l’azienda pubblica creata dopo i Giochi Olimpici per dare continuità al movimento innescato. Barcellona si pose all’attenzione del mondo e venne anche il Forum Mondiale della Culture del 2004, con ulteriore – e anche qui contraddittorio – sviluppo urbano, ben lontano dall’edizione che Napoli non ha saputo e potuto sfruttare nel 2012.
L’UNESCO tutela Napoli in quanto città unica e sempre fedele alla sua identità, e l’allontana dal tipico paragone mediterraneo con Barcellona, che oggi è paradossalmente l’esempio cui guardare. Senza una politica locale forte e una nazionale che voglia un rilancio vero per il capoluogo partenopeo, questo resterà lontanissimo dai flussi turistici e dalla normalità sociale della città spagnola, dove anche la sicurezza è migliorata con la riqualificazione urbana. Al netto dei gravi problemi di occupazione, Napoli ha oggi la stessa problematiche della Barcellona pre-olimpica del 1981, ma anche potenzialità decisamente maggiori per patrimonio culturale e storico. È per questo che una eventualità olimpica non sarebbe affatto peregrina, e non andrebbe affatto derisa, e neanche cavalcata populisticamente, trattandosi di unica opportunità contemporanea per un veloce rilancio urbano. Quartieri vecchi andrebbero rifatti ex-novo, oltre ai più cronici problemi di Bagnoli e Napoli Est; il lungomare dovrebbe riscoprirsi e riappropriarsi della sua spiaggia cancellata; il turismo dovrebbe esplodere come l’antica capitale di cultura europea meriterebbe. E questo può accadere solo con un evento davvero globale che consenta immissione di capitali e, possibilmente, investimento controllato. A questo serve un’Olimpiade, e del resto questo è quello che ha capito Torino nel 2006, quando nel 1998 ha trovato il modo di avviare il necessario processo di deindustrializzazione e di uscire dalle sabbie mobili di un’ormai esaurita economia cittadina sviluppata con e grazie alla Fiat. Pur con grave indebitamento, la città sabauda, dal 2006, ha trovato nel turismo post-olimpico la sua seconda rinascita. Se poi pensiamo ai più recenti giochi di Rio de Janeiro, vengono in mente le immagini della bellezza orgorafica e paesaggistica carioca, paragonabile nel mondo solo a quelle di Napoli e Istanbul.

Napoli città “unica”. Non paragonatela a Barcellona e Marsiglia.

icomosAngelo Forgione L’ICOMOS, International Council on Monuments and Sites, è un’organizzazione internazionale non governativa il cui scopo è promuovere la conservazione e la valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale nel mondo. Lo fa con l’autorevole contributo di oltre settemila tra architetti, archeologi, storici dell’arte, antropologi, urbanisti, geografi e storici di diversi paesi che ne studiano le caratteristiche e presentano delle accurate relazioni consultive al Comitato del Patrimonio Mondiale, affinché ne decida l’eventuale inclusione nella sua lista. Quando il Centro Storico di Napoli, nel 1995, è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per la sua “cultura unica al mondo che diffonde valori universali per un pacifico dialogo tra i popoli”, è stata presentata una decisiva relazione dall’ICOMOS, in cui era inclusa una valutazione che chiarisce l’unicità della Città in Italia e in Europa:

“È difficile identificare una o più città con cui Napoli potrebbe essere confrontata. Le sue radici culturali sono così completamente diverse da quelle di qualsiasi altra città italiana che il confronto sarebbe inutile. È altrettanto difficile equiparare Napoli con altre grandi città mediterranee come Barcellona o Marsiglia. L’unicità è una qualità che è difficile da definire, ma Napoli sembra avvicinarsi tantissimo a rappresentarla.”

(L’argomento è approfondito nel libro Made in Naples a pagina 34)

Dibattito “Difendo la città, come reagire allo Sputtanapoli”

Sabato 23 aprile dalle 18:00 alle 21:00 si terrà, all’Agorà demA di Napoli, il dibattito pubblico “Difendo la città. Come reagire allo Sputtanapoli”. Tema molto sentito dal popolo napoletano che, come altre comunità nel mondo, è sottoposto ogni giorno a pesanti attacchi mediatici alla propria identità e immagine.
Il clima di risveglio e consapevolezza che si respira nella nostra Città, e che si spinge anche nei comuni della Città Metropolitana, apre nuove scenari ed esigenze di reazione costruttiva verso chi svilisce ogni giorno la dignità dei napoletani.
Un incontro pensato dalla lista civica MO! per suggerire alternative creative e coraggiose che, partendo dall’osservazione critica della colonizzazione mentale subìta attraverso un lungo processo di apprendimento, consentono di attivare un impegno per il cambiamento che sia efficace e libero da agiti violenti.

Moderano l’incontro:
Gianni Simioli (speaker Radio Marte)
Marco Esposito (giornalista de Il Mattino)

Intervengono:
Angelo Forgione, scrittore
Luca Delgado, scrittore
Flavia Sorrentino, portavoce nazionale di Unione Mediterranea
Emilio Coppola, avvocato
Francesco Labruna, avvocato
Antonio Lombardi, mediatore per non violenza nei conflitti

Agorà demA – Napoli via Santa Brigida, 65
Ingresso libero

evento facebook

Le città meridionali le più trafficate per TomTom. Al Sud si esce più di sera

A dispetto di quanto dice il rapporto INRIX Traffic Scorecard sui livelli di congestione stradale delle città nel mondo, secondo cui Milano è di gran lunga la città più trafficata in Italia, per TomTom traffic index sono invece gli automobilisti palermitani ad aver trascorso più tempo in auto nel 2015. 147 ore in coda in mezzo al traffico, un tempo che farebbe del capoluogo siciliano la città la più trafficata d’Italia. Lo studio di TomTom si basa sul rilevamento dei dati di percorrenza reali misurati sull’intera rete stradale di 295 città, 77 in più rispetto allo scorso anno, in ben 38 paesi.
Palermo, col 41% di congestionamento, è la prima in Italia, la quarta assoluta in Europa, dietro solo a Lodz (54%), Mosca (44%) e Bucarest (43%), e undicesima nel mondo. Al secondo posto nazionale c’è Roma col 38% (nona in Europa / diciannovesima nel mondo), seguita da Messina al terzo col 35% (sedicesima / trentottesima), Napoli al quarto col 31% (trentaduesima / sessantacinquesima), Milano al quinto col 29% (quarantesima / ottantatreesima), Catania al sesto col 26% (cinquantottesima / centosedicesima) e Bari al settimo col 25% (sessantasettesima / centotrentaduesima). Seguono Bologna, Firenze e Torino a chiudere le prime dieci.

Un quadro da cui emerge il maggiore congestionamento del Sud, con una forte presenza di città meridionali nella ‘top ten’. Ma a ben guardare i picchi di traffico, le città meridionali sono più trafficate di sera. I picchi notturni sono infatti più alti di quelli diurni a Messina (+1%), a Bologna (+1%), a Palermo (+4%), a Catania (+4%), a Bari (+5%) e soprattutto a Napoli (+9%). Rapporto inverso a Roma (-8%), a Milano (-7%) e a Torino (-3%). La classifica diurna vede in vetta Roma (73%), seguita da Palermo (62%), Milano (59%), Messina (50%) e Napoli (47%). In quella notturna è Palermo in testa (66%), poi Roma (65%), Napoli (56%), Milano (52%) e Messina (51%). Alla luce di questi dati si evince che è verosimilmente la maggior predisposizione alla vita notturna dei meridionali a porre le loro città in alta classifica, in particolar modo a Napoli.

tomtom

Il Napoli come Napoli, regine d’inverno

Angelo Forgione Giro di boa della Serie A 2015/16, e il Napoli è davanti a tutte. Due vittorie convincenti alla ripresa, la tanto temuta ripresa dopo la pausa natalizia, e la squadra azzurra si è presa la testa, nuovamente. Incalza la Juventus, appaiata all’Inter, ma con un’inerzia decisamente diversa da quella dei nerazzurri, partiti di slancio e poi ripresi dalle due squadre più lente nell’uscire dai blocchi di partenza. Sì, perché Napoli e Juventus, alla quinta giornata, erano ai posti 12 e 13, lontane 9 e 10 punti dall’Inter. La sensazione netta è che il nome della squadra campione d’Italia verrà fuori da questo terzetto, precluso alla Fiorentina degli inciampi e all’arenata Roma.
Ma se la posizione della Juventus non desta sensazione, stupisce quella del Napoli, più per il gioco espresso che non per la classifica. Il fatto è che la squadra si diverte agli allenamenti, scende in campo per vincere ma senza la pressione di chi deve farlo per missione. Poi vince, stravince e fa divertire, e va pure a festeggiare coi propri tifosi. L’idillio è palese, l’afflato pure. Il fatto è che l’amore che i calciatori fanno coi propri tifosi si consuma ad ogni vittoria, non solo contro le più blasonate rivali storiche. Con il Frosinone come contro la Juventus. Non c’è in ballo la vittoria che vale una stagione ma la stagione che vale una vittoria. Si guarda a Maggio, flirtando con lo scudetto. Ma intanto si amoreggia in casa. È un’energia sessuale che fluisce ininterrottamente, che risplende in quella danza di fine partita, coi calciatori e i tifosi che si guardano occhi negli occhi, saltellando e battendo le mani. È una tarantella del pallone, una danza erotica dopo l’orgia del campo che propizia quella del trionfo finale. Qualcuno ammonisce sulla perniciosità del rito orgiastico, non conoscendo la natura dell’energia partenopea, che non conosce polarità. Tutti danno, tutti ricevono. Solo chi si immerge in questa vitalità può capirla. Un certo Ibrahimovic Zlatan, giramondo del pallone, Re senza regno, c’è riuscito per caso, catapultato sul prato del ‘San Paolo’ per accompagnare Ciro Ferrara ai chiodi per le scarpette in un lontano giorno di giugno del 2005. Si ritrovò nel cratere di un vulcano in eruzione, e fu marchiato a fuoco. I suoi occhi videro Maradona, Re dei re, in maniche di camicia, anche se tondo e pieno come il San Paolo, riabbracciato e asfissiato dai napoletani. Una bolgia infernale. E un pensiero nato quella sera nel fuoriclasse svedese, nomade del pallone: far impazzire il ‘San Paolo’ e prendersi, un giorno, quell’energia. Lo confidò ai suoi compagni della Juventus che dominava prima di finire in polvere e vergogne, mentre il Napoli annaspava in Serie C, destinato ad essere frenato dall’Avellino. Lo svedesone lo disse anche al suo manager, Mino Raiola: «Un giorno piacerebbe pure a me essere accolto come Maradona. Non posso concludere la mia carriera senza aver giocato con la maglia del Napoli». Avrebbe giocato nell’Inter, nel Milan, nel Barcellona, nel Paris SG. Desiderio azzurro mai realizzato, perché sogni e soldi, nel Calcio moderno, difficilmente si sposano. Zlatan è a Parigi, nel nuovo El Dorado del pallone, dove ingrossa il suo conto in banca, come Edinson Cavani, che il trono di Maradona lo ereditò e poi lasciò il regno dell’amore per quello del danaro. E dalla fredda Parigi, recentemente, ha chiarito: «La realtà è che oggi devo rendere al massimo per il PSG, ma Napoli rimane nel mio cuore». Come dire: “i soldi mi hanno portato qui, lontano da dove ho lasciato il cuore”. Percorso inverso per Pepe Reina, che pure ha conosciuto il calore di Barcellona e Liverpool, ma il suo cuore si è fermato a Napoli. Dodici mesi in prestito per rimpiangerla da Monaco di Baviera, e poi il ritorno tanto voluto, dopo tante fughe di piacere e continui tweet in napoletano. Stipendio ridotto da 4,2 milioni all’anno a 2,8 pur di riabbracciare Partenope: “Napoli è felicità, sono tornato per questo, è il posto giusto per me e la mia famiglia, dopo un anno non abbiamo resistito”.
Napoli che vince e festeggia le vittorie si prende la copertina di metà percorso, effimera ma benaugurale. Squadra che cerca di sovvertire il pronostico, le statistiche, la storia e l’ordine precostituito, che cerca di piegare il Nord del Calcio, che lavora al colpo di Stato. E già si alza da lontano lo stantio refrain del riscatto cittadino, come se il Calcio avesse il potere di risolvere i problemi sociali. Il fatto è che Napoli, nonostante tutto, vince non solo nel Calcio. È la città che, silenziosamente e senza doping governativo, ha fatto registrare il maggior incremento turistico d’Italia nell’ultimo anno, con gran picco nel recente mese di Dicembre, ricomponendo il quadrilatero storico (con Roma, Firenze e Venezia) amputato dal colera del 1973. Non dovrebbe essere una sorpresa, ma è l’ingiusta propaganda che si continua a proporre della città vesuviana a far gioire e sperare per il futuro. Napoli che conquista le vittorie con le sue forze, tra le difficoltà. Napoli che se la vivi ti innamori, proprio come la sua squadra. Napoli che può vincere.

Lettera di un turista vicentino: “Torno al Nord, sono triste”

Scrivo questa mia semplice lettera solo per dire perché amo Napoli e la napoletanità.
Dove abito io, nella provincia di Vicenza, Napoli e i napoletani non sono ben visti. Eppure il sottoscritto da Napoli e i napoletani ha ricevuto solo momenti di gioia. Dalle mie parti dicono che i napoletani sono gente sporca e pronta a fregarti. Niente di più falso! È vero invece che dove abito io, se muori, ti trovano solo quando i vicini sentono la puzza del cadavere.
Adoro la napoletanità, nel cuore, nell’arte, nel cibo, nella musica. Come disse il grande Lucio Dalla, se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro la napoletanità, io la farei anche se costasse duecentomila euro, pur di parlare e ragionare come fa da millenni questo popolo pieno di risorse umane, che anche nei momenti difficili riesce sempre a sorridere e se ne esce sempre con qualche battuta. Ho la sensazione che i napoletani abbiano nel sangue la felicità, e nonostante i tanti problemi non permettono mai di farti sentire triste oppure un estraneo.
Passeggiare per Napoli, osservare le bellezze di questa città, mangiare una pizza, magari in piedi e senza troppe regole, col pomodoro che schizza, parlare del Napoli, sorseggiare un caffè, osservare la teatralità della gente e l’amore che ti trasmette ti fa sentire un privilegiato. Non esiste una città che ti regala queste emozioni. Quando arrivo a Napoli, con la mia dolce fidanzata, sono pieno di gioia, perché qui il mondo è davvero diverso, ci sono i colori della vita. Da noi, invece, l’unico colore che ci attanaglia anche il cuore e l’anima è il grigio! Come se il grigio fosse un colore. Anche le persone da noi sono grigie, tristi, con poca voglia di sorridere. Che strano, a volte mi chiedo come fanno ad attaccare una città così bella che ha ancora un cuore, che sa ancora emozionarsi per una partita di calcio. Sicuramente l’invidia!
Napoli per me è risate, gente che parla, magari che fa anche confusione, ma è una città che non si può che amare e fermarsi a guardare e ad ascoltare. Ti fa sentire più ricco dentro.
 Pur abitando al Nord, figlio di meridionali, Napoli è sempre un riferimento. Spesso combatto tutti i giorni per difendere questa splendida città dai soliti luoghi comuni.
I più grandi artisti sono nati qui: Totò, Troisi, De Filippo, Pino Daniele, Sergio Bruni, ecc. E pure le canzoni più belle, e non passano mai di moda. 
Se ti innamori di questa città, fai di tutto per difenderla. Chi ha sentimento e cuore, dopo un po’ per forza di cose diventa un po’ napoletano. Perché puoi girare anche tutti i posti del mondo, ma non avrai mai visto il mondo come a Napoli.
 E se chiudi gli occhi senti che Napoli ti sta abbracciando e ti accoglie fra i suoi figli.
Andate a Napoli e ve ne innamorerete. Non ascoltate la gente che infanga una città che ha visto solo sulle cartoline. Io devo tornare a casa, e mi si stringe il cuore, mi viene da piangere, mi sento triste. È proprio vero che quando si lascia Napoli si piange. Sono lacrime di tristezza, ma nello stesso tempo posso dire che ho provato la felicità, perché sono stato nella città più bella del mondo!

Francesco Guarino
Arzignano

napoletano_vanto