Intervista per il Roma

versione integrale a cura di Fiore Marro

La nuova frontiera della divulgazione identitaria passa attraverso le giovani leve arrivate nel periodo post-neoborbonico. Firma eccellente di questo nuovo filone letterario è senza dubbio Angelo Forgione, che ha elaborato, in questi tempi, l’idea dell’appartenenza territoriale espressa anche attraverso il mondo del calcio, in questo caso sponda Napoli azzurra. Molto interessanti sono considerate dai più le sue tesi socio–economiche del fenomeno che contraddistingue il nord ricco e opulento al sud sfruttato e tenuto nella incomprensibile ristrettezza. Il suo primo libro, Made in Naples (Magenes, € 15), ha raggiunto un’ottima se non eccelsa distribuzione di vendita, soprattutto nell’antica capitale sebezia. Proviamo a conoscerlo più da vicino.

Da dove nasce l’interesse per i temi che tratti?

«Nasce dalle mie radici e dalla mia indole. Sono napoletano, e poi sono curioso. Essere napoletani impone l’osservazione di mille contrasti tra bello e brutto, tra nobile e plebeo, tra sfarzo e miseria. La curiosità ti conduce a non ignorarli, a non considerarli normali, a capirli e a decifrare la realtà in cui vivi per come si è originata, non limitandoti a una semplice fotografia del presente. Napoli è uno stimolo continuo e io non le sono mai stato indifferente, neanche nell’età dell’incoscienza. La mia realtà e la mia indole mi hanno condotto a capire Napoli, il Sud, l’Italia, e a voler raccontare tutto.»

Dunque, Napoli è responsabile nel tuo sentire l’esigenza di raccontare. Se tu fossi nato a Milano o Bologna avresti intrapreso la stessa strada?

«Non saprei dire quanto mi avrebbe potuto stimolare un ambiente diverso, meno difficile e più inclusivo. Gli impulsi sarebbero stati certamente diversi, ma penso che alla fine la verità è al centro di tutto, e prima o poi vi si arriva se è quella la meta, da qualsiasi parte si intraprenda il cammino. Di certo, partendo dal mio ambiente, ho percorso anche il tragitto di quelle città. A breve, infatti, sarà nelle librerie il mio terzo lavoro, imperniato sulle vicende incrociate di Napoli e Milano, le capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria, i due paradigmi per comprendere l’intera vicenda storica della Penisola. La verità appartiene a tutti e passa dappertutto.»

Spesso nel tuo blog scrivi di storia napoletana. Perché, a tuo avviso, è importante ricordare?

«Perché l’identità è un aspetto vitale di un luogo, ed è un valore da preservare nel mondo globalizzato. Là dove c’è, esiste un popolo. L’identità napoletana sopravvive miracolosamente, rivitalizzandosi continuamente, nonostante tutto. Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo occidentale, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche d’Europa, che hanno smarrito il loro orientamento. Se n’è accorta l’UNESCO, che protegge l’antica Neapolis per i suoi valori universali senza uguali che hanno esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e oltre. E prima ancora se n’è accorto l’ICOMOS, un comitato di oltre settemila tra architetti, geografi, urbanisti e storici dell’arte che già nel 1995 ha certificato che Napoli ha radici culturali completamente diverse da qualsiasi altra città italiana e che il confronto sarebbe inutile anche con città vagamente somiglianti come Barcellona e Marsiglia, poiché Napoli rappresenta l’unicità. Il problema è che l’unicità napoletana, la sua identità, sono state declinate sotto il profilo folcloristico nell’ultimo secolo, tant’è che i turisti si recano a Napoli principalmente per i suoi colori, per i suoi sapori, per i suoi suoni, spesso dimenticando la sua aristocratica cultura, e solo quando vi si immergono comprendono che è anche una città ricca d’arte. Se vogliamo che Napoli venga percepita per quella gran capitale di cultura qual è abbiamo l’obbligo di raccontarla per bene, anche ai napoletani.»

Cosa pensi del revisionismo storico borbonico e duosiciliano?

«È prezioso, ma non va incanalato nella rabbiosa contrapposizione Nord-Sud, non in un’esaltazione neo-meridionalista gravida di improduttivi nostalgismi, ma va convogliato nell’autentico meridionalismo intellettuale. La revisione storica, qualsiasi essa sia, è importante se condotta seriamente. La storia non può aderire a un’unica versione dei fatti, è una scienza indagabile e necessita di ricerca per purificare la contaminazione dei racconti e approssimarsi quanto più possibile alla comprensione della realtà che si vive nel presente. Sulla storia borbonica, poi, si è costruita l’Italia, e l’Italia si è fatta con le armi, non con la volontà popolare. È un’esigenza improcrastinabile raccontare la storia degli sconfitti con maggiore equilibrio. Non si può più perdere tempo.»

Perché hai voluto fondare un movimento come VANTO e in cosa si differenzia dagli altri (molti) movimenti “meridionalisti”?

«VANTO è un acronimo che sta per Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio. Si tratta di valorizzazione, cioè di individuazione di valori napoletani, di napoletanità autentica, che non va confusa con le imposture costruitevi attorno. Si tratta di orgoglio da tutelare, cioè quello di testa da proteggere dai dannosi sentimenti di pancia. Non so in cosa l’idea VANTO sia differente, ma di certo prova ad elevarsi culturalmente, a usare e a fornire gli strumenti della cultura per proteggere la napoletanità da chi la sabota, sia che si tratti di napoletani che di non napoletani. E questo vale anche per la meridionalità, di cui Napoli è punta dell’iceberg, il bersaglio più facile.»

A chi sono rivolte le tue opere, cioè qual è il tuo pubblico, se ti rivolgi ad un pubblico ben preciso?

«Scrivo per esprimere me stesso e scrivo per chi vuole conoscere la storia d’Italia, di Napoli, e la società in generale da un punto di vista alternativo. È chiaro che il mio pubblico sia composto da chi vuole conoscere Napoli e il Sud, la loro storia, la storia d’Italia vista da Sud. C’è tanta gente, anche non meridionale, che ha voglia di vederla in modo diverso da come la pone il racconto convenzionale. Devo dire che diverse attestazioni di apprezzamento arrivano anche dagli stranieri, tanto per Made in Naples quanto per Dov’è la Vittoria, che ha interessato la stampa spagnola e persino l’importante network americano ESPN.»

Come valuti il fenomeno Gomorra?

«Il dibattito è delicato. La denuncia del Male è esercizio giusto, e il successo del libro Gomorra, del resto, è nato proprio per questa. Gomorra ha acceso la falsa speranza di poter combattere con efficacia la malavita organizzata attraverso una più ampia condanna. Nessuno imputò a Saviano di gettare fango su Napoli, Caserta e la Campania tutta quando diede alle stampe il suo primo libro. Nel frattempo, la Camorra è rimasta ugualmente dominante, e sono spuntati pure nuovi inquietanti fenomeni. È proprio con l’eccessiva spettacolarizzazione del Male che la denuncia di Saviano ha iniziato a perdere parte dei consensi del popolo campano e di parte del mondo della cultura. A guardar bene le cose, non si può negare che il simbolo della lotta al malaffare sia diventato al tempo stesso icona della dannazione, e abbia reso il luogo da cui estirpare il Male esso stesso il Male inestirpabile. Saviano, oggi, è per alcuni un eroe e per altri uno sciacallo. Il fatto è che una narrazione del Male non può cancellare la speranza e non può finire per proporre modelli del Male invece che smontarli. L’immagine di Napoli, nel mondo, è stata eccessivamente caricata di valori negativi, imposti da insistenti e redditizi filoni letterari e cinematografici, che hanno ancor più occultati i valori positivi. Tutto con gran facilità, e Dio solo sa quanta fatica si faccia per accendere le luci sulle eccellenze napoletane.»

Cosa significa raccontare la napoletanità attraverso il calcio?

«Significa raccontare un’espressione contemporanea dei napoletani, forse l’unica in cui il popolo sa essere compatto e non dannatamente individualista. Il Napoli accende la fascinazione del territorio, è il simbolo dell’auto-riconoscimento nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, è un veicolo di appartenenza a una precisa identità culturale. Lo è più di tutte le squadre, anche della stessa Roma, squadra di una città più grande ma condivisa con la Lazio. E se le città del Sud offrono gran supporto alle squadre del Nord, Napoli è in gran maggioranza napoletana, proprio per quella spiccata identità che affeziona al territorio. E poi è l’unica squadra della città, per cui non c’è bisogno di fare distinzione linguistica. L’aggettivo “napoletano” vale per il tifoso e per il cittadino. A Roma vi sono il romanista e il laziale, a Torino il torinista e lo juventino, a Milano il milanista e l’interista, a Napoli l’appartenza calcistica e la cittadinanza combaciano per sovrapposizione e si unificano. Col Napoli non è difficile raccontare un aspetto della napoletanità. E col Calcio è facile raccontare la storia d’Italia. Col mio libro Dov’è la Vittoria racconto proprio la storia italiana filtrata dal Calcio, che è espressione industriale e sociale del Paese. Il Calcio è uno strumento di lettura tra i più efficaci, insospettabilmente.»

Quale futuro ti auguri per il Sud?

«Un futuro certamente diverso dal presente. Il Sud di oggi è respingente, per erroracci dell’Unione italiana ma anche dalla più giovane Unione europea, che sembra avere poco a cuore la valorizzazione della Florida d’Europa, in una posizione geografica strepitosa, al centro del Mediterraneo. Risorse enormi, risorse sprecate per un territorio che è in coda alla classifica di competitività delle regioni dell’Unione Europea. Il Mezzogiorno è ricco di risorse ma povero di ricchezza, e questa è l’esatta dimensione di quel che suol dirsi “colonia”. Il Sud non era arretrato rispetto al Nord prima del 1861 ma poi è nata la “Questione meridionale”. Ora è scivolato, insieme alla Grecia, in una questione Sud-Europea, allo stesso modo coloniale. Basta vedere come l’Italia si sia piegata all’Europa per la realizzazione del TAP nel Salento, in un contesto in cui il nord e il sud del Continente sono in contrapposizione per garantirsi un ruolo privilegiato come hub di approvvigionamento energetico. Di gas, in Italia, ne abbiamo anche fin troppo, e però il nostro Governo ha cantierizzato un’opera invasiva dicendola necessaria per alimentare fonti energetiche e ridurre la dipendenza italiana dal gas russo di Gazprom. Ci hanno raccontato che dal TAP dovrebbe giungere gas dell’Azerbaijan, ma i giacimenti azeri vanno verso la netta diminuzione della risorsa, e il governo di quel paese ha chiesto alla Russia di importare del gas per soddisfare la sua domanda. Morale della favola, attraverso il TAP potrebbe ugualmente giungere in Europa del gas russo. Dunque, altro che riduzione della dipendenza da Gazprom ma gas a costi lievitati. Con buona pace della volontà popolare dei salentini. A proposito… la Gazprom è il colosso che sponsorizza lautamente la UEFA Champions League e che, indirettamente, porta non gas ma milioni di euro al calcio continentale. Vedete che il Calcio catalizza i massimi interessi e i più grandi temi in cui siamo coinvolti?»

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Se ne va Oliviero Beha. Mi definì “screanzato”.

Angelo Forgione Se ne va la voce libera di Oliviero Beha, un Maestro di Verità senza compromessi, penna che detestava l’ipocrisia e l’ignoranza del Paese. Volli fortemente una sua prefazione per il mio Dov’è la Vittoria. In realtà volevo che lo leggesse e speravo che lo approvasse, da napoletano a fiorentino, e sarebbe stata una conferma di assoluta validità. Non fu facile, perché avere una sua prefazione non era per tutti, anzi, era per pochissimi. Discutemmo a lungo su Calciopoli, e quando finì di leggere il manoscritto definitivo mi disse che avrebbe volentieri scritto per me. Fu come passare un esame, e a pieni voti, poiché mi fece capire che avevo dato anch’io qualcosa a lui. Non me lo disse apertamente; me lo scrisse in una email, quando mi consegnò l’ambito preludio al mio libro accompagnato da una semplice ma appagante riga: “Come leggerà, sono un Suo fan, sia pure ragionato”.
Era freddo, severo, ma limpido e generoso. Mi definì “screanzato” per il mio sapere osare, perché sapeva che riuscifa facile solo agli “screanzati” come lui. Aveva capito che avevo intrapreso l’impervia strada verso la comprensione della realtà, e scrisse che avevo fatto benissimo a raccontare tutta la verità sul mondo del Calcio italiano.
Qualche suo cauto collega, per ricordarlo, lo definisce “a volte eccessivo”. Altri, quelli che lui chiamava giornalisti mafiosi della tivù o scrittori camorristi omeopatici, neanche lo ricordano nei loro post e tweet, e non deve stupire. La verità è che la Verità è molto, ma molto scomoda, e chi ha definito l’Italia “un paese sfatto, in coma” e il sistema mediatico nazionale “colpevole di un’opinione pubblica demente” è scomodo anche da morto.
Ripropongo, integralmente, la prefazione che scrisse per il mio lavoro, perché anche chi non l’ha letto possa comprendere cosa pensava Oliviero, fiorentino trapiantato a Roma, della “Questione meridionale” e come accolse la mia ottica meridionalista.

UN AFFARE DA “SCREANZATI”

Scrive uno dei più grandi autori del Novecento italiano, Tommaso Landolfi, stile e fantasia raffinatissimi, che “succiare l’universo come un uovo è un affare da screanzati”. È un po’ quello che mi è capitato di pensare alla fine di questo lungo, denso, necessario e bellissimo saggio di Angelo Forgione che tiene insieme “Calcio & Società” in Italia e non solo, nel tempo e nello spazio, nell’economia e nella politica.
Quella che il saggista mette in campo fin dall’inizio è una sorta di complicata ma efficace “macchina del tempo”. Si va in su e in giù sulle montagne russe della grande storia e della cronaca più interessante tra l’Unità d’Italia e i giorni nostri. Proprio come sui vagoncini delle montagne russe in un qualche parco dei divertimenti, a volte ci si sente come sbalzati nell’aria sui saliscendi, ma poi la bravura dell’autore ti evita l’espulsione, ti tiene ben dentro il vagoncino, e il libro ti permette di dare un’occhiata generale a ciò che è successo in questo Paese in circa 150 anni di Unità e 120 di Calcio.
Il punto è che mentre questo gioco alternato, diacronico e sincronico, rende appetibilissimo e prezioso il saggio quando si riesce a focalizzare un’epoca più o meno distante, il discorso si fa più rischioso quando la penna si cala nelle vicende contemporanee.
È arduo, senza la distanza temporale che dà allo sguardo un altro tipo di ritmo, riuscire a giustapporre tessere di mosaico ancora troppo sfuggenti perché troppo intrise di attualità. Questo scrivere sul filo del rasoio senza però tagliarsi è il merito maggiore di un libro impegnativo, per chi lo ha scritto e per chi lo legge. Pieno di fatti, a partire dalla tesi documentata dell’effetto disgregante del Calcio tra le tifoserie, quindi la “ggente”, quindi quei cittadini di una Nazione che quasi mai si comporta da tale o anche soltanto lo sembra.
Dov’è la Vittoria è un bel titolo, immediatamente riconducibile alle contrapposizioni geografiche, geopolitiche, geoantropiche dell’ex Belpaese, e fa riferimento in modo inequivocabile all’inno nazionale. Forgione aveva pensato inizialmente a un altro titolo: Palla al centro. L’avrei gradito alla stessa maniera perché polisemico in profondità, con vari strati di interpretazione, anche se apparentemente facile.
Le differenze tra Nord e Sud, misurate negli scudetti e in tutta la porzione sociale, economica, imprenditoriale, finanziaria, politica e ahimé (troppo spesso) delinquenziale di una “Questione meridionale” ovviamente irrisolta da quando l’espressione è stata coniata nel 1873, dopo che invece – udite udite! – fino all’Unità le sperequazioni economiche tra le due Italie erano assai meno marcate, vengono perimetrate egregiamente in un campo di Calcio.
Ce n’è per tutti, con un’analisi ricca e accattivante. Penso, solo per citarne un aneddoto significativo tra mille, a quando si racconta di un Riccardo Muti salito giovane e sconosciuto da Napoli al Conservatorio di Milano negli anni Sessanta che veniva chiamato “il terrone”… Aneddoto incastonato in pagine precise sul tifo, il razzismo, il Calcio come veicolo di sfrangiamento sociale e imbarbarimento sostanziale ed epidermico.
Un libro “contro”, dunque? Un libro che sgonfia un pallone che la cronaca quotidianamente ci restituisce sgonfio di suo per rigonfiarlo mediaticamente e politicamente ogni volta? Non esattamente. C’era bisogno, anche sobbalzando sull’ottovolante, di un circuito completo, la cui completezza rendesse magari anche impervia la concatenazione e la comprensione, giacché è quell’universo “succiato come un uovo” nella compressione di un solo volume a rendere a volte ostico l’insieme.
Ma lo “screanzato” Forgione ha fatto benissimo a osare. È un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica. Mi sarà e vi sarà utile prima come lettura e poi come consultazione, tra le molte cose che si dimenticano e quelle che si ignorano. Perché in realtà al centro del libro e della realtà che dispiega non c’è la palla, bensì noi stessi.

Oliviero Beha

Come i meridionali sono diventati juventini

Angelo Forgione Il calcio è una straordinario termostato sociale, capace di regolare la temperatura del popolo. I potentati economici l’hanno sempre usato, sin dal principio, per ingrandire i loro affari, accrescere il proprio consenso e sedare le proteste operaie. In Italia, il binomio Juventus-Fiat ha sempre rivestisto significati particolari, come, ad esempio, negli anni del “miracolo economico”, quando migliaia di meridionali salirono a Torino per produrre automobili. La storia dei compressori Fiat per frigoriferi con cui fu acquistato Pietro Anastasi, un vero e proprio blitz per strapparlo di forza all’Inter, è solo la punta dell’iceberg di una strategia industriale attuata dalla famiglia Agnelli per far diventare juventini i meridionali.
Con la chiusura delle frontiere dopo la disfatta della Nazionale italiana contro la Corea nel 1966, la Serie A parlò italiano dal 1967 al 1980. La Juventus iniziò a pescare al Sud, da dove provenivano gli operai che ingrossavano la comunità operaia di Torino. Alla fine degli anni Sessanta, il capoluogo piemontese era diventato la terza più grande città “meridionale” d’Italia dopo Napoli e Palermo. I calciatori del Sud divennero allora fondamentali per la strategia di fidelizzazione del tifo.
Furono proprio i meridionali di Torino, quelli che stavano costruendo le fortune economiche degli Agnelli, a iniziare a tifare in massa per la squadra del padrone, trasmettendo la juventinità ai parenti rimasti al Sud, sui quali faceva facilmente presa tutto ciò che gravitava attorno al miraggio della ricchezza e del successo settentrionale. Il Torino divenne la squadra dei torinesi, la Juventus quella dei lavoratori provenienti dal meridione. La squadra bianconera dominò gli anni Settanta, ingrandendo la sua tifoseria con nuove generazioni di fedelissimi immigrati – figli e parenti – che si identificarono con le vittorie della “zebra”, sul cui blocco fu costruita la Nazionale che vinse i Mondiali del 1982. La Juventus si rese così la squadra d’Italia, e il suo nome, che non era quello di una città e non imponeva il cliché del campanile, agevolò il processo di diffusione della sua popolarità.
Oggi, la gran massa di tifosi meridionali che sostiene la Juventus deriva da quell’eredità familiare e dalla fascinazione del potere esercita in tutti gli abitanti delle province del calcio, cui riesce facile
poter dire la propria scudetti alla mano.

Maggiori approfondimenti su Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015)

Stampa estera: “Autostima napoletana allo stadio”

Ancora un altro approfondimento da oltreconfine sull’identità meridionale e sui significati del calcio per i napoletani di oggi. Tratto dal portale informativo Playground, con redazione a Barcellona, la traduzione di un articolo, con voci di Angelo Forgione, Marco Rossano e Gennaro De Crescenzo.

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Autostima grazie al gol: così si prepara un esorcismo alla napoletana

Più che una città, una tribù. Più che una squadra, uno stato d’animo. Stufa degli insulti e dei luoghi comuni, Napoli mostra la sua forza politica.

“Vedi Napoli e poi muori scrisse Goethe nel XVIII secolo circa la bellezza attrattiva di Napoli.

Vedi Napoli e poi muori! … per il disgusto o per un colpo di pistola: così completerebbe oggi la frase un divertito antinapoletano. Entrambe si riferiscono alla città forse peggio narrata in Europa, che ora deve affrontare il Real Madrid con il suo migliore e simbolico esercito, la SSC Napoli.

L’immagine della città è ora camorra, rifiuti e degrado, mentre prima era la pizza, la musica e il sole. Quando vi è un forte potere della camorra, la delinquenza si mantiene più o meno bassa, è controllata. Quando vi sono arresti e detenzioni, mancano alternative. Per questo molte volte si “sostiene” la criminalità, perché garantisce una sicurezza simile a quella che qui in Spagna offre la Guardia Urbana”, ci dice Marco Rossano, sociologo residente a Barcellona da molti anni e uno dei 10.000 napoletani che saranno al Bernabeu.

Rossano fa parte della più grande comunità straniera a Barcellona: 25.000 italiani, di cui si stima che un terzo proviene da Napoli e dintorni. Quando gioca il Napoli è quasi impossibile trovare un posto al bar Blau. “Il calcio è molto importante per la nostra comunità. Noi ci riuniamo lì, parliamo in napoletano, mangiamo cibo napoletano, ascoltiamo musica napoletana e vediamo il Napoli”, riassume. Combattono così la “napolitudine”, una parola secca che definisce la nostalgia dei figli del Vesuvio che hanno lasciato la loro terra in direzione del nord o verso ovest.

È una ferita ingigantita dagli insulti. Tutti i napoletani vengono chiamati terroni e descritti con termini come cazzimma o scugnizzo, espressioni che alludono a comportamenti egoisti, quasi asociali.

Il cliché patisce il clima degli stadi italiani, soprattutto al Nord, dove a tutti i napoletani si augura la morte col coro xenofobo ‘Vesuvio, lavali col fuoco’. Anche per questo, la tifoseria partenopea è quella italiana che ha la fama di essere la più violenta.

Lo scrittore e ricercatore napoletanista Angelo Forgione smentisce questa reputazione con i dati. Gli ultimi dati dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive del Ministero dell’Interno sono chiari: le tifoserie più coinvolte in atti di violenza sono quelle della Lazio, con 5, Brescia con 4 e Ascoli e Roma con 3. Chi ha causato più feriti sono i tifosi dell’Ascoli, 17, seguiti da quelli della Roma (15), Lazio (14), Brescia (13), Inter (12) e Juventus (11). Nel totale annuale dei Daspo è in testa la tifoseria del Bari con 109 provvedimenti, poi i romanisti, i bresciani, gli juventini e infine i napoletani. E non dimentichiamo che Ciro Esposito, l’ultima vittima in ambito calcistico, era napoletano, e fu ucciso da un romanista di estrema destra, afferma l’autore di libri come Made in Naples e Dov’è la vittoria.

Napoli è intensa e ricca di simbolismi … che pure si è tentato di cancellare.

Uno delle peggiori umiliazioni è stata vedere i tifosi rivali del Nord, gli juventini, cantare ‘O surdato ‘nnammurato, l’inno della città, a mo’ di presa in giro. “Come se ci volessero levare anche questo, forse perché non hanno identità, me non c’è bisogno di ricordare a tutti che O Sole Mio non è una canzone italiana ma napoletana”, dice Rossano, che ammette che negli ultimi tempi, a causa degli attacchi, forse, i napoletani si sono chiusi. Questa chiusura, lontana dal diventare un localismo semplicistico e folcloristico, sta sviluppando correnti politiche e culturali che hanno fatto in modo che le bandiere borboniche del Regno delle Due Sicilie abbiano sostituito quelle italiane.

“I tifosi hanno adottato lo stemma delle Due Sicilie come simbolo identitario. Anche il club ha sposato la simbologia con felpe e magliette ufficiali che hanno fatto registrare un record di vendite”, dice Forgione. Di fatto, lo Stato sovrano borbonico, tra il 1734 e il 1861, ha fatto dell’Italia meridionale una delle nazioni più prospere di tutt’Europa.

Il Movimento Neoborbonico esiste dal 1993. Il suo obiettivo è quello di ricostruire la storia del Sud e l’orgoglio di essere meridionali, secondo il suo presidente Gennaro De Crescenzo. “Dal momento in cui sono stati cacciati i Borbone ed è nata l’Italia unita, il Sud ha perso tutta la sua grandezza culturale, economica e finanziaria, e ha acquisito un ruolo negativo”, ci dice De Crescenzo, che parla anche di un futuro “Sud indipendente e unito, o almeno confederato con il resto d’Italia.

Significa rivendicare una Casa Reale diffamata attualmente anche in Spagna? Rossano, anche fondatore del movimento politico MO! Unione Mediterranea, chiarisce: “Nessuno vuole far ritornare i Borbone, pur avendo fatto meglio di molti politici italiani. Rivendichiamo il momento in cui la nostra storia si è fermata. Quella bandiera è un simbolo dell’ultimo momento in cui siamo andati indipendenti”. Per Forgione, l’approccio alla tematica è simile. “Non rivendico di certo la monarchia borbonica ma faccio luce su ciò che ruota attorno la storia di Napoli. Rivendico semmai il ruolo di Napoli nella storia d’Italia e d’Europa, e cerco di riportarla al centro della cultura europea di oggi, il posto che la città merita.

Quando si pensa alle monarchie, si pensa alla destra, ma a noi non interessa la questione politica. Uno dei nostri slogan è ‘né di destra, né di sinistra: del Sud!’ “, afferma De Crescenzo.

Nei libri e in televisione – ma anche in aree accademiche – il revisionismo è, nelle parole di De Crescenzo, un “trend”. Non è difficile vedere lui stesso, o Forgione, o Pino Aprile (autore di un bestseller del revisionismo del Sud), tenere accesi dibattiti su argomenti tabù dell’unificazione italiana, ad esempio le pregioni piemontesi. Aprile, nel suo ultimo libro Carnefici, parla di più di mezzo milione di “uomini rubati al Sud” nel processo della nascita d’Italia. Molti pagarono con la propria vita.

Da allora, dice De Crescenzo, non abbiamo gli stessi diritti del resto degli italiani: lavoro, servizi, infrastrutture, opportunità o speranze. Prima non eravamo un popolo di emigranti. Oggi Napoli si identifica con la sporcizia e la malavita, con la camorra e con Gomorra, dice in riferimento al successo della fiction Sky basato sul libro di Saviano. “Tantissimo attenzione per questa Napoli e poca per la sua bellezza, forse perché un popolo umiliato è più facile da colonizzare”.

Emerge quindi il ruolo del Calcio Napoli come esercito disarmato, simbolico, dell’autostima della terza città d’Italia per grandezza. “Quando il Napoli sfidò il Chelsea in Champions League, l’allenatore Villas-Boas disse: «Il Napoli non è solo una squadra, ma è lo stato d’animo di un’intera città»”, dice Forgione. “Il club azzurro è l’unico vero gigante del Sud, l’unica squadra meridionale capace di lottare per i primi posti della Serie A, mentre il resto del Sud a stento si affaccia alla Serie A. Se poi consideriamo che il Sud-Italia e la Grecia sono i territori più poveri dell’Eurozona, e che il Napoli è l’unico club di questi due territori che disputa la Champions League, allora possiamo capire cosa significhi il Napoli nel calcio moderno.

Il Napoli è una nazionale, e chi lo nega nega la realtà di un luogo che con molta facilità appare irreale. Solo lì può accadere che qualcuno, dopo aver vinto lo scudetto 87, scriva davanti al cimitero per comunicare con i morti e dirgli ‘che vi siete perso’. Irreale e senza tempo, come la definizione che dei napoletani ha lasciato un ammirato Pasolini, figlio del Nord: “sono una grande tribù che ha deciso di estinguersi, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili ed incorruttibili”.

Gli eroi della tribù sono molti, da Diego ad Hamsik, da Vinicio a Gennaro Iezzo, il portiere che accompagnò la squadra a toccare il fondo della Serie C1 e con la squadra risalì in A. Come Iezzo, il tempio del San Paolo non negozia il suo impegno per la causa. Con creatività, anche perché i tifosi del Napoli hanno reso celebre un coro che è di gran moda in altri campi, anche in Spagna.

E accaduto un anno e mezzo fa, quando una delle curve ha adottato un classico degli anni ottanta del pop italiano, L’estate Sta Finendo dei Righeira. Come un gigantesco esorcismo, appena scatta l’85° minuto le gambe dei calciatori tremano e la tribù canta:

Un giorno all’improvviso, mi innamorai di te
il cuore mi batteva, non chiedermi perché
di tempo ne é passato e sono ancora qua
e oggi come allora difendo la città.

Questa è, evidentemente, una canzone d’amore e di resistenza.

Stampa estera: “Ferita e orgoglio dei figli del Vesuvio”

Il portale online della rivista spagnola Panenka pubblica un focus sulle questioni sociali che gravitano attorno alla discriminazione territoriale nel calcio italiano. Un articolo, nato dalla lettura di Dov’è la Vittoria, di cui è riportata di seguito la traduzione.

panenkaFERITA E ORGOGLIO DEI FIGLI DEL VESUVIO
Il disprezzo contemporaneo che avvertono alcuni abitanti del Nord Italia per la città di Napoli è una realtà. E il calcio lo dimostra.

– I napoletani sono ovunque, nel Nord e nel Sud, un po’ come i cinesi.
– Ma li distinguete dalla puzza.

Risate.

È la trascrizione dell’inizio di un servizio del telegiornale regionale piemontese della RAI, all’esterno dello Juventus Stadium in occasione dell’incontro Juve-Napoli dell’ottobre 2012. La seconda frase è un assist per un tifoso della Juventus fornito da un giornalista della TV pubblica italiana Giampiero Amandola. La RAI, nel clamore che ne è seguito, è stata costretta a licenziare il veterano Amandola.

Il servizio iniziava col coro di due giovani juventini davanti la telecamera: “Vesuvio, Lavali tu!”. È grazie al calcio che possiamo notare tutte la precarietà dell’unità italiana.

NAPOLI MERDA E STRISCIONI SUDAFRICANI

L’Italia è carica di luoghi comuni. C’è, per esempio, la tovaglia a quadri bianchi e rossi delle presunte pizzerie italiane fuori del paese. Altri sono totalmente falsi, come la storia che il disprezzo contemporaneo del Nord per Napoli è iniziato con gli scudetti di Maradona.

“No, accade da prima, e precisamente dal 1973, l’anno dell’epidemia del colera nel Mediterraneo”, precisa Angelo Forgione, giornalista e scrittore napoletano e napolista, colui che per primo denunciò con successo il caso Amandola. “La stampa e la televisione italiana incolparono Napoli e le sue condizioni igieniche. In realtà, quell’epidemia partiva da lontanissimo, dall’Indonesia e colpì il Sud-Italia e alcune coste della Spagna attraverso l’importazione di cozze tunisine infette”. Furono colpite anche le città di Palermo, Cagliari e Barcellona, ma Napoli fu quella che mise in campo una vaccinazione massiccia. “Fu la più grande operazione di profilassi della storia europea. L’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò finita l’emergenza dopo un mese e mezzo, mentre nelle atre città restò aperta per anni. Se la stampa italiana avesse raccontato bene quegli gli eventi, avrebbe fatto di Napoli un esempio della sanità, e invece nell’immaginario collettivo la dipinse come una Calcutta d’Europa”, dice Forgione.

Fu l’inaugurazione di una canzone che è ormai un classico, in tanti stadi in cui va a giocare il Napoli:

Senti che puzza, scappano anche i cani
stanno arrivando i napoletani
oh colerosi, terremotati,
voi col sapone non vi siete mai lavati
Napoli merda, Napoli colera,
sei la vergogna dell’Italia intera.

Non c’è bisogno di aver studiato l’italiano. Né si deve andare troppo lontano per veder cantare questa canzone l’attuale leader della xenofoba Lega Nord, il milanese Matteo Salvini, già coinvolto in numerosi scandali razzisti.
Ovviamente, Salvini si scusò, dicendo che “erano cori da stadio”.

“La prima cosa che vide Maradona al suo esordio in Serie A, a Verona, fu uno striscione con scritto ‘Benvenuti in Italia‘. A lui, in Spagna, lo avevano chiamato ‘sudaca’ e subito capì che cosa significava la parola ‘terroni'”, dice Forgione sul termine usato per etichettare i presunti ignoranti del sud Italia. “Diego capì che la sua missione non era solo sportiva. Quando il Napoli vinse lo scudetto, a Torino si scrisse ‘Napoli campione, oltraggio alla nazione‘ e ‘Siete i campioni del Nord Africa’”.

Erano i tempi dell’apartheid e l’attore napoletano Massimo Troisi, candidato in seguito all’Oscar per Il Postino, se ne uscì con una brillante risposta:

Preferisco essere un campione del Nord Africa che fare striscioni del Sud Africa”

TI HA FATTO GOL UN TERRONE!

I due scudetti del Napoli sono gli unici del Sud Italia in 114 campionati. La Sardegna ne ha uno grazie al Cagliari e la capitale cinque, tre romanisti e due laziali. E del Sud sono Crotone, Pescara e Palermo, le squadre che sembrano destinate a scendere in Serie B quest’anno. Più del 90% degli scudetti sono finiti al Nord. In queste squadre hanno militato grandi giocatori nel Mezzogiorno, e uno di loro è il simbolo della migrazione di massa operaia che ha sostenuto il triangolo MilanoTorino-Genova e il suo miracolo economico calcistico: Pietro Anastasi.

“Il centravanti siciliano era già promesso all’Inter ma poi finì alla Juventus con un accordo basato su una contropartita industriale”, racconta Forgione. “Il presidente del suo club, il Varese, Giovanni Borghi, era il fondatore dell’Ignis, che produceva frigoriferi, e i compressori glieli forniva la Fiat. Gianni Agnelli volle fortissimamente Anastasi: gran parte degli operai della sua azienda erano meridionali, molti siciliani. Portarlo a Torino, alla Juventus, significava creare affezione e consenso. Anastasi fu pagato per metà in contanti e per metà in compressori per frigoriferi”. Per Forgione fu il primo acquisto geopolitico del calcio. La foto di Anastasi in bianconero entrò nelle case degli operai e l’attaccante divenne l’idolo degli emigranti del Sud, che si erano lasciati alle spalle la loro terra per lavorare dove c’era la possibilità. A Petruzzu seguirono il sardo Cuccureddu, il palermitano Furino e il leccese Causio, i cosiddetti “sudisti del Nord”, una Juve  fortissima che accolse tanti tifosi desiderosi di festeggiare i titoli come di sentirsi integrati in una realtà socialmente diversa, se non ostile, al Sud.

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Nel suo libro sulle due Italie e il calcio, Dov’è la Vittoria, Forgione tira fuori un paio di casi in cui i protagonisti della polemica sono stati calciatori napoletani militanti nei club del Nord. Uno è Aniello Cutolo, diventato cinque anni fa una sorta di giustiziere meridionale. In particolare contro Andrea Mandorlini, a quel tempo allenatore del Verona, e contro la curva veneta, considerata la più xenofoba d’Italia. []

L’altro protagonista è Antonio Di Natale. Il napoletano, stanco dei cori anti-meridionali, zittì i suoi sotenitori friulani a Udine dopo aver segnato contro il Catania, svelando pubblicamente l’ipocrisia di un Nord che offende mentre esulta per i gol dei figli del Sud. Che Di Natale avesse messo il sale sulla ferita italiana lo dimostra il fatto che dovette scusarsi con un comunicato ufficiale del club, firmato da lui e concluso con un più che  sospetto saluto in dialetto friulano.

Ma il caso di anti-napoletanità più sanguionoso è un omicidio.

Solo tre finali di Coppa Italia fa, a Roma, Daniele De Santis, un quasi cinquantenne tifoso giallorosso di estrema destra, sparò a Ciro Esposito, prima della partita. I tifosi napoletani erano accorsi a salvare i passeggeri di un autobus di altri napoletani che venivano attaccati da un raid degli ultras romanisti. Esposito è morto dopo 53 giorni in ospedale. La Roma di De Santis, condannato per omicidio a 26 anni di carcere, non giocava quella sera: la sua presenza era motivata dalla caccia al napoletano. Circa quarant’anni prima era successo qualcosa di simile ad Alfredo Della Corte, un napoletano che si era salvato per miracolo dopo un colpo di pistola in bocca ricevuto al di fuori dellOlimpico.

I televisori italiani preferirono concentrarsi – mentre Ciro era attaccato a una macchina – sulla figura del capo degli ultras Mastiffs del Napoli che dialogava con le autorità e anche con il capitanissimo Hamsik, evitando sicuramente una tragedia allo stadio. []

Ma Ciro non è morto per una partita di calcio, e Napoli non è un’insopportabile ‘gomorra’. La peggio narrata tra le maggiori città europee spera in uno scatto di orgoglio contro il Real Madrid. E il ritorno è in casa.

Napoli nel destino del rivoluzionario Diego

Angelo Forgione In occasione del ritorno di Maradona a Napoli per lo spettacolo Tre volte 10 al Real Teatro di San Carlo, ecco un piccolo estratto dal mio Dov’è la Vittoria dedicato ai significati più profondi della sua esperienza in terra vesuviana.

Per emulare il Cagliari tricolore del 1969-70 il Napoli dovette aspettare la stagione 1986-87. Era già nata la Lega Lombarda, che aveva dato nuova linfa e diffusione ai pregiudizi anti-Sud abbracciando l’humus delle province lombarde, in cui era stata digerita l’immigrazione, ma non le culture estranee, ritenute inferiori. La Lega era nata in Lombardia, ma aveva raccolto consensi in tutto il Nord, diffondendo il sentimento e gli slogan contro i meridionali e gli extracomunitari anche nelle curve, sempre più politicizzate nel dilagante calciocentrismo degli anni Ottanta, contribuendo in maniera cospicua all’accentuazione del razzismo sulle gradinate. A Milano, Torino, Bergamo, Brescia, Verona e altri campi caldi d’Alta Italia era già divenuto “indispensabile” il poco cordiale benvenuto in Italia ai napoletani al seguito della squadra del cuore, ormai matura per lo scudetto. Il grido «terroni» ci aveva messo poco a riverberarsi dai conservatori musicali agli stadi.
A Diego Armando Maradona, argentino infamato col marchio di “sudaca” in Spagna, la parola “terrone” ricordava il pregiudizio verso i sudamericani delle ex colonie che gli aveva fatto detestare Barcellona e che, a 22 anni, aveva contribuito a incamminarlo sul sentiero della tossicodipendenza. In Catalogna era persino andato in televisione a difendere la sua gente:

«A tutta la gente di Barcellona voglio dire che non tutti noi argentini siamo cattivi, che noi argentini non vogliamo offendere nessuno, che sappiamo vivere. Non abbiamo noi la colpa per tutti quelli che sono venuti a far del male a questa città. Invece ora ci vogliono far pagare per gli altri.»

Diego ci mise poco a capire che i napoletani erano per i settentrionali ciò che gli argentini erano per gli spagnoli, e si fece interprete di un’istintiva rivalsa sportiva. La prima partita in Serie A la giocò il 16 settembre ‘84, a Verona. In quello stadio, 10 mesi prima, la curva scaligera, la prima ad appellarsi al Vesuvio, aveva salutato il brasiliano del Napoli Dirceu, ex gialloblu, con un messaggio di integrazione territoriale: “Ora non sei più straniero, Napoli ti ha accolto nel continente nero”. Maradona ne lesse un altro di striscione: “Benvenuti in Italia”. Benvenuto anche a lui nel Calcio del Nord contro il Sud, dei ricchi contro i poveri. Tutto subito chiaro, bastò tanto a fargli intendere che la missione non poteva essere solo sportiva. Quel campionato lo vinse proprio il Verona. Sarebbe poi toccato alla Juventus, e successivamente al Napoli.
Gli azzurri iniziarono a vincere col riccioluto argentino, e più vincevano tanto più il razzismo cresceva negli striscioni e nei cori settentrionali. Tanta la paura per quei miserabili del Sud che minacciavano di prendersi quello che era sempre “spettato” al Nord. A traguardo raggiunto, a Torino fu inalberato un infame cartello: “Napoli campione oltraggio alla Nazione”. La sera del 17 maggio ‘87, dagli schermi di Rai Uno per Notte per uno scudetto, uno show celebrativo del primo tricolore, apparve in video Massimo Troisi, grandissimo tifoso partenopeo, in una “falsa” intervista di Gianni Minà culminata con uno sferzante sfogo mascherato da una brillante ironia. L’ottimo giornalista piemontese gli ricordò: «Al Nord sono comparsi striscioni del tipo “siete i campioni del Nord Africa”. L’Unità d’Italia non è mai avvenuta!». Il compianto attore di San Giorgio a Cremano, in tempo di apartheid, rispose alla sua maniera:

«Io, intanto, sinceramente, preferisco essere un campione del Nord Africa piuttosto che mettermi a fare striscioni da Sud Africa.»

    Maradona, un riottoso per natura, infilò i panni del capo dei terroni, un brigante consapevole di poter sovvertire almeno in campo le gerarchie sociali, col Napoli quanto con la nazionale argentina. I due schiaffi – la truffaldina mano de Dios e il poetico gol del secolo in 4 minuti e nella stessa partita – che il fenomeno argentino si divertì a rifilare al popolo inglese dalla trincea messicana, dopo la sanguinosa guerra per la contesa delle isole Falkland/Malvinas, fecero male quanto quelli che avrebbe dato a chi affollava i poco ospitali stadi del Nord Italia delle camicie rosse, rimediate proprio nei mattatoi di Buenos Aires. L’eroe dei due mondi nel XX secolo indossava l’azzurro.
Venne il tempo dei Mondiali italiani del 1990. All’esordio del Meazza di Milano, una delle principali arene delle battaglie del napoletano Maradona contro milanisti e interisti, il tifo fu tutto per i “leoni indomabili” del Camerun (vincitori per 1 a 0). Dopo i fischi all’inno argentino e il sostegno agli africani, Diego si rifece in sala stampa con sarcasmo pungente:

«L’unico piacere di questo pomeriggio è stato scoprire che, grazie a me, gli italiani di Milano hanno smesso di essere razzisti: oggi, per la prima volta, hanno fatto il tifo per degli africani.»

Niente fischi nelle successive due partite, solo perché giocate a Napoli, che vale a dire in casa. Poi il derby sudamericano contro il Brasile a Torino, dove i tifosi locali si regolarono come quelli di Milano: di nuovo fischi all’inno argentino. Ma il destino volle che alla semifinale di Napoli approdassero proprio la Nazionale di Maradona e l’Italia. Dieguito, dopo anni di battaglie in campo per i napoletani, lanciò una bomba, un proclama agli italiani in cui racchiuse un acuto messaggio identitario:

«Per 364 giorni su 365 chiamano “terroni” i napoletani, ma questa volta gli chiedono di essere italiani. L’Italia si ricorda che sono italiani solo quando devono sostenere la Nazionale, poi si dimentica di come li tratta.»

Chiaro l’interesse personale, ma altrettanto chiara la consapevolezza spesso esternata in passato dal capitano nelle sue coerenti parole, che la gente di Napoli apprezzò; molto meno il resto d’Italia, che non poteva guardarsi allo specchio per una partita di Calcio, seppur importante. Diego andava oltre, come sempre, più lontano del suo istinto. Sugli spalti dello stadio di Fuorigrotta, la rivendicazione patriottica si lesse su un visibile striscione: “Diego, Napoli ti ama ma l’Italia è la nostra patria”. Alla fine prevalsero, di una spanna, il patriottismo italiano e la Nazionale argentina. Verdetto sportivo ai calci di rigore, freddi per i piedi sudamericani e gelidi per i cuori italiani. Qualcuno riversò le responsabilità sui napoletani, incolpati di esser caduti nella trappola tesa dal loro idolo, a prescindere dai tricolori a migliaia sugli spalti, dall’esplosione dello stadio al gol di Schillaci e all’espulsione nei supplementari dell’avversario Giusti, e dalle responsabilità di una sciagurata uscita di Zenga su Caniggia, così come dell’altrettanto sciagurato e pietrificante rigore calciato a occhi chiusi da Serena.
Fu l’inizio della rappresaglia: rientrata la Selección nel ritiro di Roma, volarono pugni tra i custodi del centro tecnico di Trigoria e il cognato di Maradona. Nottetempo fu pure strappata la bandiera argentina sul pennone, accanto alla quale furono issate quelle della Roma e d’Italia. Nella finale dello stadio Olimpico, Diego subì la vendetta sotto forma di fischi, quelli degli infuriati spettatori italiani durante l’inno argentino, ai quali rispose con un chiaro «hijos de puta». Sempre tra incessanti fischi, dovette accontentarsi della medaglia d’argento e lasciare il trofeo ai tedeschi, aiutati dell’arbitro Codesal. Qualche giorno dopo, il capitano dell’Argentina dichiarò che l’astio degli italiani era indirizzato a un napoletano. Nel film-documentario del 2008 a lui dedicato, il fuoriclasse argentino disse al regista Emir Kusturica:

«I napoletani sanno bene che io feci di tutto per far vincere il Napoli. Però c’era la netta sensazione che il Sud non potesse vincere contro il Nord. Una volta andammo a Torino per giocare contro la Juventus e gliene facemmo 6. Sai cosa significa che una squadra del Sud ne fa 6 all’avvocato Agnelli?»

In realtà i gol realizzati quella volta erano 5, ma per el revolucionario non erano mai troppi quelli rifilati ai potenti. Un eccesso di orgoglio ininfluente sul senso della storia.
Nessuno straniero è stato amato quanto Maradona dalla gente di Napoli; un fanatismo al confine col feticismo. Egli stesso ha accostato i napoletani agli argentini, diversamente dai catalani di Barcellona e dagli andalusi di Siviglia, che quasi lo detestarono. Nessuno ha pagato come lui l’identificazione nella realtà partenopea. Il fuoriclasse argentino fu incapace di gestirsi e imporsi come esempio per i giovani, fallendo troppe volte con sé stesso e con i suoi affetti; allo stesso tempo offrì beneficenza nell’ombra e mostrò la sua generosità ai compagni di squadra. Un autolesionista altruista, si potrebbe dire. Fu proprio per il suo intuito primitivo che seppe dar dimostrazione di aver fiutato certe dinamiche sociali di uno strano Paese che già negli anni Ottanta faceva del Calcio il campo di battaglia degli odi e delle intolleranze.
È altamente simbolico e significativo che la storia del più grande artista del pallone non sia legata a quella dei più vincenti club del Nord Italia e d’Europa, ma alla squadra regina del Sud. Fondamentale è la comprensione dell’indole del personaggio, il più grande rivoluzionario della storia del Calcio, un trascinatore che leggeva Che Guevara e sprigionava energia in campo e fuori, trasmettendola a tutti; un antiaziendalista capace di dettare campagne acquisti e convocazioni, di modellare il suo gruppo ideale. Un sudamericano così, nel più ricco campionato del mondo degli anni Ottanta, non poteva che diventare un’icona dei poveri, un lustro ineguagliato della storia del Napoli, più prezioso dei trofei portati alla bacheca azzurra. Dopo aver ricevuto il Pallone d’oro alla carriera, nel 1995, fu proprio lui a dichiarare:

«Tutti dicono: “Questo è stato il migliore del Barcellona, questo è stato il migliore del Real Madrid, questo è stato il migliore del Chelsea…”. Io sono orgoglioso di essere stato il migliore a Napoli.»

Attenzione: il migliore (del mondo) a Napoli, non del Napoli. Maradona si è riempito d’orgoglio per aver conquistato il trono e la gloria indossando la divisa di un club importante d’Italia, ma pur sempre della periferia del Calcio mondiale, senza il supporto di un ricco sodalizio. 259 partite e 115 gol in quasi 7 anni sono solo l’aspetto numerico di quanto offrì alla declinata Napoli il condottiero che nel luglio 1987, a qualche settimana dal primo storico scudetto azzurro, fu invitato contemporaneamente dagli Stati Uniti e da Cuba per ricevere due differenti premi. Scelse Cuba, senza indugio, e conobbe Fidel Castro, dialogando col Líder di sport e politica americana per 5 ore di seguito. 18 anni più tardi, nel novembre del 2005, avrebbe guidato col presidente venezuelano Hugo Chávez la foltissima protesta dei paesi sudamericani e caraibici contro l’imperialismo egemonico statunitense di George W. Bush al Vertice dei Popoli di Mar del Plata. Il Che Guevara del Football, colui che rifiutò di conoscere Carlo d’Inghilterra, che si fece tatuare il Che e Fidel sulla pelle, che incarnava l’orgoglio dei Sud del mondo, non poteva avere nel suo destino la Torino dell’industria, e neanche poteva essere amato nella ricca Barcellona, lui che a Buenos Aires era sbocciato nel povero Argentinos Juniors e che aveva sposato i colori proletari del Boca, contrapposto all’aristocratico River Plate. Il destino volle renderlo interprete delle vittorie dei sottomessi e gli riservò il trono decaduto della deindustrializzata, infamata e razziata Napoli, dal quale riconobbe la stessa intolleranza che credeva di essersi lasciato alle spalle e individuò nelle grandi squadre del Nord la rappresentazione del potere settentrionale da sabotare.
Eppure, prima di approdare all’ombra del Vesuvio, il Che del Football fu proprio a un passo dalla Mole Antonelliana e dall’indossare la maglia della Juventus. Lo svelò l’ex calciatore e presidente bianconero Giampiero Boniperti a La Stampa nel luglio 2008, alla vigilia dei suoi 80 anni:

“L’avevo preso, solo che il presidente della Federazione argentina, Julio Grondona, bloccò il trasferimento. Ordini superiori.
Un giorno, molti anni dopo, ho rivisto Diego e mi ha confidato che, se fosse venuto alla Juve quando doveva, magari avrebbe avuto una vita privata più serena.”

Su questa rivelazione il mondo bianconero ha ricamato un presunto rimpianto juventino di Maradona, imboccandogli altre parole di ammirazione e rammarico per non aver mai potuto vestire la maglia bianconera. Nel maggio 2012, per celebrare il ritorno al tricolore della Juventus post-Calciopoli, il quotidiano Tuttosport pubblicò un pensiero attribuito all’argentino dal giornalista Guido Vaciago:

“Forse se fossi finito alla Juventus avrei avuto una carriera più lunga, vincente e tranquilla. Non rimpiango nulla, ma per quel club ho sempre avuto grande ammirazione e rispetto.”

Frasi senza alcun riscontro, peraltro mai confermate da Diego ed evidentemente nate dalla manipolazione di quel «se fossi venuto alla Juve quando dovevo, magari avrei avuto una vita privata più serena» reso noto da Boniperti qualche anno prima. E come dar torto a colui che in Catalogna iniziò ad affrontare i suoi tormenti? Se fosse andato a Torino, nel 1980, avrebbe probabilmente evitato i dolori di Barcellona e magari la cocaina: una sorta di sliding doors della sua vita. È tutto qui il significato della condivisibile riflessione intima senza rimpianti di Maradona svelata da Boniperti; semmai il rammarico era dei dirigenti juventini.
La storia narra che nel 1978 Gianni Di Marzio, allenatore del Napoli, recatosi in Argentina per vedere i Mondiali, fu contattato da Settimio Aloisio, un responsabile dell’Argentinos Juniors, e condotto a osservare il giovane fenomeno. Ne rimase entusiasta e lo segnalò al presidente Ferlaino, proponendogli di “parcheggiarlo” in Svizzera per un paio d’anni, nell’attesa che si riaprissero le frontiere in Italia. Il patron azzurro non accettò, intendendo puntare su calciatori già affermati (avrebbe poi preso il fuoriclasse olandese Ruud Krol), e così il primo treno per Napoli passò. Nella primavera del 1980, dopo una segnalazione di Omar Sivori alla Juventus, fu Boniperti a volare in Argentina per prelevare Maradona dall’Argentinos Juniors. Il trasferimento del diciannovenne astro di casa non fu autorizzato dal presidente della Federcalcio locale Julio Grondona poiché il commissario tecnico César Luis Menotti gli aveva chiesto di trattenere in patria i migliori calciatori in vista dei Mondiali di Spagna del 1982. La Vecchia Signora avrebbe però potuto prenderlo e attendere 2 anni, ma Boniperti non si entusiasmò alla vista della statura del campioncino e lo bocciò. Non se ne fece niente; la Juve ripiegò sull’irlandese Liam Brady e 2 anni dopo strappò il fantasista Michel Platini alla concorrenza dell’Inter, mentre Maradona, dopo un anno e mezzo al Boca Juniors, si accasò al Barcellona con un contratto di 6 anni. Nella città catalana, il giovane argentino si infilò nel tunnel della droga. Troppa e improvvisa la pressione sulle spalle, cui si aggiunse un forte disagio interiore: nessuna integrazione con la ricca borghesia catalana, autosegregazione nella lussuosissima villa di Pedralbes dopo la traumatica notizia di aver contratto l’epatite, guerra immediata col dispotico presidente José Luis Núñez che pretendeva invano di impartirgli ordini, scarso feeling con alcuni compagni di squadra invidiosi, stampa ossessiva che non gli perdonava nulla e tifosi blaugrana insoddisfatti dal rendimento di un calciatore pagato a peso d’oro, ma spesso infortunato e pure riottoso ai metodi dell’allenatore Udo Lattek. L’unica occasione di divertimento erano le discoteche notturne delle Ramblas, e lì cominciò il pericoloso gioco della cocaina, un’illusione nei pochi momenti di finta felicità nella gabbia dorata catalana che lo faceva sentire straniero ed emarginato.
Nel 1983 spagnolo, dopo anni di frustrazioni dittatoriali dello pseudo-fascismo di Francisco Franco, la rivalità tra le varie comunità era fortissima e in campo si picchiava davvero duro, coi gomiti e coi piedi. Non era come in Italia, dove le marcature toglievano il fiato con correttezza. Il culmine della tensione fu l’entrata spezzacaviglia di Andoni Goikoetxea, difensore dell’Athletic Bilbao, noto anche come “il macellaio” (indicato dal Times come il giocatore più violento di tutti i tempi). Quarta giornata della Liga 1983-84: sul 3-0 per il Barça, scivolata da tergo: caviglia, malleolo e legamenti della gamba sinistra di Diego in frantumi. Il basco mise a repentaglio la carriera dell’argentino, costringendolo a un intervento chirurgico che avrebbe comunque potuto comportare la perdita dell’eccezionale dote che lo distingueva dai comuni mortali, ovvero la flessibilità rotatoria della magica caviglia sinistra, superiore alla norma. L’integrità dell’arto fu salvata dal miracoloso trattamento del dottor Rubén Oliva, vero e proprio taumaturgo, che riconsegnò al mondo del Calcio il suo astro più luminoso. A fine stagione, la finale di Copa del Rey fra Barcellona e Athletic rimise Maradona di fronte a Goikoetxea. Al termine della partita, vinta dal Bilbao (1-0) tra derisioni e insulti, Diego si scagliò contro Andoni con colpi d’arti marziali e pugilato, scatenando una furiosa rissa tra le due squadre. Fu sottratto al linciaggio solo grazie all’intervento dei compagni di squadra. A bocce ferme, chiese scusa al re Juan Carlos di Borbone, ma in Spagna il suo tempo era ormai scaduto.
Tramite Ricardo Fuica, un mediatore argentino residente a Valencia, il dirigente dell’Avellino Pierpaolo Marino seppe dell’opportunità e informò Boniperti, che, appagato dal rendimento di Platini, rifiutò di ritornare sul giocatore e rispose che con quel fisico non sarebbe arrivato lontano. Marino sondò allora il direttore generale del Napoli Antonio Juliano, da cui partì la lunga trattativa che portò il grande fuoriclasse a Napoli. Al diavolo l’epatite, la frattura, Núñez e la maledetta Barcellona! Il riccioluto prodigio si catapultò senza esitazioni sulla prima squadra italiana che gli fornì l’occasione di evadere dalla ricca prigione spagnola, esternando la sua voglia di scappare e raggiungere quello che in quel momento era il campionato più bello del mondo:

«Mi stanno uccidendo, non possono più tenermi in questa incertezza. Il Barcellona deve decidere prima possibile. Ormai mi sembra quasi tutto fatto e l’offerta del Napoli non può che essere considerata ottima.»

    Maradona accettò alla cieca quel che Paolo Rossi aveva rifiutato qualche anno prima, ad accordo fatto. «A Napoli non andrò mai», aveva detto in segreto l’attaccante italiano ad alcuni amici. Il giornalista Mimmo Porpiglia aveva raccolto e pubblicato, e 90.000 tifosi napoletani, fischietti alla bocca, avevano riempito il San Paolo per lo sfizio di contestare l’autore del gran rifiuto sceso a Napoli con la maglia del Perugia il 20 ottobre ‘79: 89.992 spettatori paganti, record nella storia della Serie A. El Pibe de oro ebbe tutt’altro approccio, dichiarando subito dopo la firma di sentirsi come un bambino nato da poche ore. L’ufficialità fu data a pochi minuti dalla chiusura del calciomercato e i napoletani si riversarono in strada. Chi uscì dai cinema, dai teatri e dai luoghi al chiuso si ritrovò all’improvviso di fronte a un pandemonio inatteso, la prima vera festa sportiva della città, 3 anni prima di quella per il primo scudetto. Cambiò tutto, compreso l’appeal del Napoli: Giordano lasciò l’amata Lazio e accettò l’azzurro per richiesta diretta di Diego. Careca pure, ambito da mezza Europa, si mise in testa di giocare a tutti i costi con l’argentino e decise autonomamente la sua destinazione, forte di una scrittura privata che gli permise di svincolarsi dall’adorato São Paulo a un prezzo vantaggiosissimo per il Napoli.
Anche Berlusconi si innamorò di Maradona e provò a sedurlo con un faraonico ingaggio, più una lunga lista di benefit. Ricevette dal calciatore una risposta secca:

«No, grazie… Non giocherò mai al Milan, non tradirò mai i tifosi napoletani.»

Diego si fece invece corteggiare da Bernard Tapie, il Berlusconi di Francia, miliardario di simpatie socialiste e presidente dell’Olympique Marsiglia, voglioso di vincere la Coppa dei Campioni (ci sarebbe riuscito nel ‘93 prima d’essere condannato a 2 anni di galera per corruzione). Maradona provò in quell’occasione – era la primavera del 1989 – a lasciare Napoli, stanco delle reclusioni diurne, degli spifferi giornalistici sulle sue amicizie con alcuni camorristi e delle accuse di aver “venduto” lo scudetto del 1988. Droga e criminalità le avrebbe certamente incrociate anche a Marsiglia, ma era forte la voglia di cambiare ambiente, di avere quella villa con giardino e piscina che Ferlaino gli aveva sempre promesso e mai concesso, e l’intenzione di prepararsi per i Mondiali ‘90 in un campionato molto meno pressante di quello italiano, con un mese di sosta invernale. A Monaco di Baviera, alla vigilia della semifinale di ritorno della Coppa UEFA, strappò a Ferlaino la promessa di poter essere ceduto se il Napoli avesse vinto il trofeo. Il trofeo andò al Napoli, ma quando sul prato di Stoccarda Maradona si apprestò ad alzarlo al cielo il presidente gli si avvicinò e gli sussurrò all’orecchio di aver approntato il contratto da rinnovare. Mantenere la parola avrebbe significato il linciaggio dai tifosi. Togliere ai napoletani il loro condottiero era impossibile, e infatti il distacco sarebbe giunto per una squalifica per doping. Diego a Marsiglia ci sarebbe andato, ma non avrebbe mai tradito i tifosi napoletani e non avrebbe mai giocato in una squadra italiana diversa dal Napoli. La separazione definitiva avvenne nel peggiore dei modi: alla scadenza della squalifica per doping, Diego fu convocato in ritiro, ma l’acredine per il nemico Ferlaino e il rifiuto di tornare a vivere a Napoli portarono a una guerra per vestire la maglia del Siviglia, vinta anche grazie all’arbitrato della FIFA. L’esperienza in Andalusia fu pessima e la carriera del fuoriclasse si concluse in Argentina.
La controversa immagine di Maradona è stata sempre allacciata, dall’opinione pubblica e da qualche comico senza troppa fantasia, ai mali di Napoli e alla sua stessa tossicodipendenza, quasi a ridurre le sue mirabilie e il valore dei trionfi in azzurro. Maradona non ne trasse alcun beneficio sotto il profilo agonistico, e anzi fu limitato dall’abbattimento e dalla depressione che spesso lo costrinsero a non allenarsi. Di fatto, l’euforia, l’infaticabilità e l’accentuazione della reattività tipiche dell’assunzione da cocaina inalata durano dai 20 ai 90 minuti, in base alla quantità e alla purezza. Dopo l’esaurimento degli effetti sopraggiungono abbattimento morale, depressione e irritabilità. El Pibe avrebbe dovuto sniffare negli spogliatoi nell’immediatezza della partita per presentarsi in campo sotto effetto “positivo” e non subirne svantaggi alla distanza. Sul terreno di gioco si mostrò sempre equilibrato, di una correttezza esemplare, per niente irascibile e mai reattivo nonostante i numerosi calcioni incassati. Piuttosto, si fece bucare continuamente da spaventosi siringoni pieni di massicce dosi di cortisone, unico rimedio per andare in campo senza avvertire il cronico dolore alla schiena procuratogli da una congenita deformazione della colonna lombo-sacrale.

«Sai che giocatore sarei stato se non avessi tirato cocaina? Che giocatore ci siamo persi! Mi resta l’amaro in bocca: avrei potuto essere molto più di quello che sono stato. Io sono la mia colpa e non posso rimediare.»

È il rimpianto del sommo fuoriclasse, la voce della coscienza nel finale della pellicola di Kusturica. Certo, la potenza mediatica di Maradona non è quella di Michele Padovano, Mark Iuliano, Jonathan Bachini, Francesco Flachi, Angelo Pagotto o Angiolino Gasparini, alcuni tra i calciatori della Serie A che hanno fatto uso e, in qualche caso, spaccio di droghe ricreazionali senza essere irrisi per questo. Ancora nel febbraio 2014, a dipendenza da tempo cancellata, Gene Gnocchi, tifosissimo del Parma, fu querelato da Maradona per una battuta di cattivo gusto pronunciata nel corso della trasmissione Rai Il Processo del Lunedì: «Maradona ambasciatore di Napoli? No, al massimo della Colombia e del cartello dei narcotrafficanti di Medellín».
Solo un mese dopo, nel pieno delle polemiche tra l’argentino e il fisco, il regista napoletano Paolo Sorrentino, che da piccolo andava a sostenere la squadra del cuore al San Paolo, dedicò il Premio Oscar appena ricevuto a Hollywood per La grande bellezza a Federico Fellini, a Martin Scorsese, ai Talking Heads e a Diego Armando Maradona, definendoli “fonte d’ispirazione”.
Maradona scontò evidentemente anche la sua appartenenza, l’essere icona di Napoli, per giunta vincente. Con lui a guidare gli azzurri verso la vetta d’Italia si fece più vigorosa l’aggressività verbale nei confronti della gente partenopea. Esisteva già, da quel 1973 del colera mal raccontato dalla tivù. Un’aggressività fluttuante, proporzionale al rendimento sportivo del club partenopeo, ma mai arrestata: più insistente nell’era dei trionfi degli anni Ottanta, sopita nel lungo periodo della cadetteria e della rinascita in Serie C, riaccesa col ritorno in Massima Serie concomitante con l’esplosione della crisi dei rifiuti, e resa più volgare e insistente col dirompente ritorno ai vertici nazionali.

(Continua sul libro Dov’è la Vittoria)

De Laurentiis: «Gli Agnelli hanno costruito un impero»

Angelo Forgione Chiarissime le dichiarazioni di Aurelio De Laurentiis rilasciate a Sky dopo la vittoria del Milan ai rigori sulla Juventus nella finale di Supercoppa.

«Il gap con la Juventus esiste solo societariamente, loro hanno una storia immensa perchè immensa è la storia della loro famiglia. Il vero re d’Italia è stato Agnelli, e prima Valletta. La Juve è una goccia nell’oceano di una famiglia immensa. È roba da far paura, ma di cosa stiamo parlando? Dal punto di vista del potere economico non ce n’è per nessuno, nemmeno per gli arabi, i cinesi, i club inglesi, spagnoli o tedeschi.
Quando la mattina apro i giornali e leggo che il PIL può aumentare, mi cascano le braccia. Non si può parlare di calcio e stadi quando la situazione generale è questa. Il Sud, leggevo su un quotidiano, sta prendendo coscienza di se stesso. Dico da tempo che Napoli è una testa di serie di tutto il Meridione, sino a Palermo».

Il presidente del Napoli, circa gli Agnelli, parla di “Regno d’Italia”, e poi di economia meridionale e di rappresentanza calcistica del Sud in Europa, riferendosi chiaramente al fatto che l’unica squadra competitiva dei territori più poveri del Continente (Sud-Italia e Grecia) è il Napoli.
Parole in perfetta sintonia con il mio Dov’è la Vittoria, soprattutto nello specifico del capitolo “Il Regno d’Italia“.