Il Vesuvio rugge, revocata la cittadinanza onoraria a Cialdini

Angelo Forgione È stata approvata in giunta, su proposta del sindaco de Magistris, la delibera con la quale viene revocata la cittadinanza onoraria di Napoli ad Enrico Cialdini, generale dell’esercito piemontese e, successivamente dal luglio 1861, Luogotenente Regio delle province meridionali, responsabile dei massacri di civili a Pontelandolfo e Casalduni, nel Beneventano, del bombardamento di Gaeta e di altri atti dispotici e sanguinosi nel periodo dell’invasione sabauda nel Mezzogiorno d’Italia.
La revoca è stata decisa “come atto di riconoscimento della memoria storica delle vittime delle stragi che il generale Cialdini ha perpetrato nel nostro territorio e nel Mezzogiorno d’Italia”.
La cittadinanza al Generale dell’esercito del Regno di Sardegna fu conferita il 21 Febbraio del 1861 dal Decurionato di Napoli, presieduto dall’allora sindaco Giuseppe Colonna, a conclusione dell’assedio di Gaeta che aveva decretato la scomparsa del Regno delle Due Sicilie. Giuseppe Colonna aveva “ereditato” la carica dal dimissionario Andrea Colonna, nominato Sindaco con decreto di Giuseppe Garibaldi del giorno 8 settembre 1860, al principio del periodo dittatoriale della Città.
Quando Cialdini si insediò in città, il 19 luglio 1861, proclamò minacciosamente: «quando rugge il Vesuvio, Portici trema», alludendo alla paura che egli incuteva nei confronti della nobiltà filoborbonica, ritiratasi nei paesi vesuviani per non vedere la cancellazione della patria napolitana. Quando il Generale lasciò, al termine della sua luogotenenza, disse: «Tolga il cielo che il mio soggiorno tra Voi sia stato di danno a queste belle Provincie». Sui muri della città i napoletani gli lasciarono un messaggio esplicito: «quando il Vesuvio rugge, Cialdini fugge». Il Vesuvio, evidentemente, dopo più di un secolo e mezzo, continua a ruggire.

Il generale Cialdini sempre più sgradito al Comune di Napoli

Angelo Forgione Il Consiglio comunale di Napoli, nel corso della seduta del 20 marzo, ha approvato la modifica dello statuto con cui si riconosce a Napoli il ruolo di “Città di Pace e di Giustizia”. Inoltre, dando seguito al confronto sulla storia e l’identità di Napoli nel contesto del Meridione e del Mediterraneo tenutosi l’11 marzo in Commissione Cultura, si è discusso, tra i vari ordini del giorno, dell’istituzione di una giornata giornata della memoria del popolo meridionale e della revoca del della cittadinanza onoraria al generale Enrico Cialdini, responsabile dei massacri di civili a Pontelandolfo e Casalduni, nel Beneventano, del bombardamento di Gaeta e di altri atti dispotici nel periodo dell’invasione sabauda nel Mezzogiorno d’Italia. La cittadinanza al Generale dell’esercito del Regno di Sardegna fu conferita il 21 Febbraio del 1861 dal Decurionato di Napoli, presieduto dall’allora sindaco Giuseppe Colonna, a conclusione dell’assedio di Gaeta che aveva decretato la scomparsa del Regno delle Due Sicilie. Giuseppe Colonna aveva “ereditato” la carica dal dimissionario Andrea Colonna, nominato Sindaco con decreto di Giuseppe Garibaldi del giorno 8 settembre 1860, al principio del periodo dittatoriale della Città.
Nel corso della discussione dell’ordine del giorno, approvato all’unanimità, ha preso la parola Luigi De Magistris, sollecitato dal consigliere Andrea Santoro a cogliere l’invito unanime del Consiglio a proporre all’ente Camera di Commercio di Napoli di rimuovere il busto di Cialdini dal salone delle contrattazioni del palazzo dellal Borsa. Il sindaco ha riferito di essersi già attivato per procedere alla revoca della cittadinanza onoraria conferita a Cialdini. «Sin dal primo momento – ha detto il Primo Cittadino – questa amministrazione ha avuto grande attenzione per la toponomastica. Mettere la storia al suo posto significa anche revocare la cittadinanza a Cialdini. Presto inaugureremo l’area dedicata ai Martiri di Pietrarsa e continueremo, perché la gente che legge il nome di una strada o vede un monumento deve capire qual è la storia di Napoli. Auspico che il Consiglio si pronunci all’unanimità, perché comunque andremo in quella direzione per dire a tutti che la Città di Napoli ha revocato la cittadinanza a chi si è macchiato di crimini orrendi nei confronti del popolo meridionale».
Il successivo ordine del giorno ha riguardato l’istituzione di una giornata della memoria del popolo meridionale, con relative modifiche ai programmi e ai testi scolastici per il ripristino della verità storica sull’Unificazione d’Italia, alle intitolazioni di strade e piazze e conseguente rimozione di monumenti dedicati a discussi personaggi del Risorgimento. Quest’ordine del giorno, per la sua complessità, è stato rinviato ad un maggiore approfondimento in Commissione Cultura.

Il Generale Cialdini è sgradito al Comune di Napoli

Angelo ForgioneA conclusione della seduta del consiglio comunale di Napoli del 23 dicembre 2016, si è svolta la discussione sull’ordine del giorno presentato dal consigliere Andrea Santoro (Fratelli d’Italia-An) con cui si intendeva proporre al sindaco Luigi de Magistris di esplicitare presso la Camera di Commercio la volontà di rimuovere i busti del generale Enrico Cialdini e del conte Camillo Benso di Cavour dalla sala delle contrattazioni del palazzo della Borsa.
Santoro ha preso la parola e spiegato le motivazioni della mozione tra la confusione dei colleghi, con numerosi consiglieri deputati al voto a confabulare come al bar. A ricondurre l’intero Consiglio all’attenzione, più che il presidente Alessandro Fucito, è stato il consigliere Salvatore Pace (Lista DEM), che si è appellato alla serietà dell’argomento e ha sollecitato un nuovo percorso di rivisitazione della toponomastica. Da questi è giunto favorevole sostegno alla mozione, come pure dalla collega di lista Eleonora Di Majo, proveniente da quel collettivo politico (Insurgencia) che già in passato ha manifestato per chiedere la rimozione dei busti. Francesca Menna (Movimento 5 Stelle) ha poi proposto una commissione per la rivisitazione della storia del Meridione e per la divulgazione nelle scuole cittadine. Ha chiuso la discussione Gaetano Simeone, che ha chiesto al collega di banco Santoro di limitare la proposta di rimozione al solo Cialdini, «dato per assodato che per tutti trattasi di cialtrone», e di rimandare Cavour a un maggior approfondimento storico sulla sua figura in un’opportuna commissione consiliare. Spazio anche a una battuta finale dello stesso Simeone: «a meno che Pace non ci dica che Cavour era uno juventino, perché in quel caso…». Dal banco della presidenza, Fucito ha chiarito che la Juventus, nel 1861, non era ancora nata.
Atto modificato ma approvato all’unanimità.
La parola passa ora alla Camera di Commercio di Napoli. Sarà l’ente di Piazza Bovio a decidere se il busto di Cialdini potrà essere rimosso o dovrà restare dove si trova. Intanto è già significativo che per l’attuale consigliatura comunale di Napoli sia ufficialmente considerata sgradita l’effigie del Generale e Luogotenente di Vittorio Emanuele II, massacratore di circa 9000 meridionali durante l’inavsione piemontese del Sud e responsabile dei violentissimi bombardamenti dell’assediata Gaeta, della distruzione di una decina di paesi interamente dati alle fiamme (Pontelandolfo e Casalduni i più noti), oltre che dei feriti, dei prigionieri, dei deportati, delle perquisizioni e dei saccheggi delle chiese.

Resta comunque impresa arda la sua sparizione, poiché il Sindaco non ha potere sulla Camera di Commercio, e certamente si attiveranno forti opposizioni. Facile prevedere che si dirà che il Palazzo della Camera di Commercio di Napoli è stato costruito a fine Ottocento anche grazie all’elargizione dello stesso Cialdini di una parte di quanto risparmiato dalle spese di rappresentanza per conto di Vittorio Emanuele II. Quell’edificio, infatti, è proprio un simbolo di colonizzazione co-finanziato da un criminale di guerra, che in tal modo intese cancellare lo splendore della precedente sede della Borsa Cambi e Merci di Napoli (nata nel 1778) nella Gran Sala del Real Edificio dei Ministeri di Stato, l’attuale Palazzo di San Giacomo, a metà dell’antico cammino coperto in ferro e vetro realizzato da Stefano Gasse che conduceva a via Toledo (ostruito nel Ventennio fascista dalla costruzione del palazzo del Banco di Napoli). Cialdini era convinto che, con quel gesto, il suo nome non sarebbe stato maledetto dai napoletani, che tanto lo detestarono. «Tolga il cielo che il mio soggiorno tra Voi sia stato di danno a queste belle Provincie», disse il Generale lasciando la città. Sui muri, i napoletani gli lasciarono un messaggio esplicito: “Quando il Vesuvio rugge, Cialdini fugge”. Era il verso alla frase «quando rugge il Vesuvio, Portici trema» con cui, il 19 luglio 1861, il generale concluse il minaccioso proclama di insediamento a Napoli. Nel Vesuvio c’era l’allusione a se stesso, e dietro al nome di Portici c’era la nobiltà filoborbonica ritiratasi nei paesi vesuviani per non dover assistere alla cancellazione della patria napolitana.

Verso Juve-Napoli: analisi e prospettive a ‘San Paolo Show’

Nonostante la concomitanza della prima serata del Festival di Sanremo, numeri record per la puntata “carnascialesca” di “San Paolo Show” che ha anticipiato la super sfida di sabato sera tra Juventus e Napoli. Ospiti del salotto di Paola Mercurio e Gigio Rosa sono stati l’allenatore Paolo Specchia, il giornalista Toni Iavarone, il procuratore Enrico Fedele e lo scrittore Angelo Forgione, protagonisti di un piacevole e competente dibattito, tra risvolti sociali e aneddoti storici.

Il busto di Cialdini rispedito a Torino, ma è solo protesta

Angelo Forgione Incursione degli attivisti del gruppo meridionalista Insurgencia nel salone delle contrattazioni della Borsa di Napoli, in piazza Bovio. Obiettivo: il busto del generale Enrico Cialdini, con la sua espressione sprezzante e autoritaria. Imballato completamente e simbolicamente spedito a Torino, la città dalla quale il luogotenente del Regno di Sardegna fu inviato a Napoli per reprimere nel sangue la reazione dei meridionali all’invasione sabauda del 1860.
“Siamo convinti – commentano sulla loro pagina Facebook gli autori della protesta – che dal punto di vista simbolico (ma non solo) oggetti come quello di cui parliamo rappresentino la plastica volontà di cancellare un pezzo di storia coloniale e di parte che è la storia del saccheggio che ha subito il nostro territorio a partire dall’unità. Una storia che ha condizionato e condiziona le nostre condizioni di vita, di sviluppo, che ancora determina l’iniqua distribuzione delle risorse economiche e l’assoluta sproporzione tra le condizioni di vita del Nord e del Sud del paese. L’azione di questa mattina serve esattamente a ribadire il nostro rifiuto radicale per questi continui tentativi di mettere le mani sulla città, sulla nostra città, le mani della speculazione e del saccheggio, le mani dell’oppressione delle forze dell’ordine la cui presenza nelle strade aumenta solo l’insicurezza e occlude la libertà. Napoli piuttosto rivendica tutta la libertà che merita, rivendica autonomia nella gestione delle proprie questioni e rivendica soprattutto una inversione radicale dell’ordine di discorso intriso di razzismo con cui da sempre vengono affrontate da sempre tutte le questioni sociali”.
Vale la pena ricordare che il busto fu voluto dallo stesso Cialdini, al quale si deve la costruzione del palazzo della Borsa per motivi meramente propagandistici. Evidentemente non è bastato per cancellare il triste significato che continua a sprigionare: circa 9.000 fucilati (anche esponenti del clero), circa 10.000 feriti, circa 7.000 prigionieri, circa 1.000 case incendiate, circa 3.000 famiglie violate, circa 14.000 deportati in Piemonte, 6 paesi interamente messi a ferro e fuoco, circa 1.400 comuni assediati, circa 160.000 bombe scaricate su Gaeta che fecero circa 5.000 vittime tra napoletani (in grande maggioranza) colpiti anche da tifo, e poi chiese e regge saccheggiate. Tutto sommato basta per descrivere il generale vanaglorioso e spietato che “liberò” Napoli e il Sud per conto di Vittorio Emanuele II.

Vigilia di Napoli-Torino a ‘San Paolo Show’

“San Paolo Show” ha anticipato l’arrivo della Befana ed il ritorno del campionato di serie A. La calza di Tv Luna ha, infatti, regalato un’interessante puntata di “San Paolo Show”, in onda in diretta dalle ore 21 sul canale 14 del digitale terrestre. Padroni di casa sono stati la splendida Paola Mercurio ed il noto conduttore Gigio Rosa, che cura anche la direzione artistica del programma prodotto dal gruppo televisivo Lunaset.
Attorno alla sfida contro il Torino ed alle ultimissime di mercato si è sviluppato il dibattito nel salotto tv, che ha ospitato l’allenatore di calcio, Paolo Specchia; lo scrittore Angelo Forgione; il procuratore Enrico Fedele ed il giornalista di Radio Marte e Mediaset Premium, Gianluca Gifuni, nonché i blogger Anna Ciccarelli e Peppe D. Rufy.
“Gennaio è un mese pericolosissimo perché si torna a giocare dopo la sosta – ha spiegato Paolo Specchia -. Nelle cinque partite di questo mese il Napoli dovrà ottenere il massimo. C’è poi l’incognita del mercato perché le scelte della società potrebbero rivelarsi determinanti per il prosieguo del cammino degli azzurri.
Ginaluca Gifuni non si fida del Torino “che ha subito tre gol nelle ultime cinque partite ed è una squadra molto solida. Sarri non teme il Toro ma la sosta, che è diventata un incubo per l’allenatore azzurro. Per arginare i rischi, Sarri ha, infatti, anticipato di tre giorni il ritorno della squadra e, contrariamente alle abitudini, ha ordinato il ritiro a Castelvolturno prima della gara contro i granata”.
“Sono curioso di valutare come Sarri abbia inciso sulla psicologia dei calciatori – ha sottolineato Angelo Forgione -. L’allenatore vuole che la squadra resti sempre sul pezzo senza staccare mai la spina. Contro il Torino vedremo se il Napoli sarà in grado di ripartire con la stessa intensità e la stesso gioco spettacolare, che abbiamo ammirato prima della sosta”.
Sulle scelte di Sarri ha espresso i propri dubbi Enrico Fedele. “Perché serve il ritiro alla vigilia della partita contro il Torino? Non avrei cambiato le abitudini del passato. Dopo la sosta, i sudamericani hanno sempre avuto problemi. Non si deve temere il Torino, che fa giocare gli avversari e concede ampi spazi. Se il Napoli è in discrete condizioni, non avrà perciò difficoltà a vincere la partita”.

Nel video, una sintesi del dibattito.

Pulcinella, che vuol dirci costui?

Angelo Forgione È o non è un’offesa dare del “Pulcinella” al prossimo? È questo il tema scaturito dal modo con cui il tifoso interista Enrico Mentana si è rivolto al tifoso napoletano Raffaele Auriemma, entrambi giornalisti, seppur in diversi ambiti. Il fatto è che Pulcinella è finito nel Novecento sul podio del folklore partenopeo insieme alla pizza e al mandolino, coi quali condivide un’altissima dignità, svilita da quella profana superficialità che tutto trita. Tutto quanto è simbolo di una napoletanità fortemente espressiva, mal tradotta da chi parla un “linguaggio” diverso, rischia oggi di imbarazzare i napoletani stessi, o almeno quelli che subiscono passivamente ciò che è la vulgata nazionale predominante. Provare a chiarire i significati reconditi della notissima maschera napoletana della Commedia dell’Arte può aiutare a sgretolare un po’ di frivolezza soverchia.
Pulcinella è magnifico archetipo, rappresentazione universale di quella parte di umanità sofferente che affronta le difficoltà mascherandosi dietro un sorriso amaro. Pulcinella è messaggio esoterico: nasce dall’uovo alchemico della vita, e già dai primi respiri trova la morte a incombere; ma è esplosivo, figlio di una terra vulcanica, è fuoco, ed “erutta” con tutta la sua vitalità, pronto ad affrontare le difficoltà con la sua indole “leggera”, incurante del pericolo con cui esorcizza le paure e sfugge alle avversità dell’esistenza. È deforme, gibboso e panciuto, ha il naso adunco e la voce stridula, è affetto da ipogonadismo, motivo per cui è chiamato “piccolo pulcino”. Pulcinella è il bambino celato nell’adulto, è la morte dentro la vita, è la malinconia mascherata dall’allegria, è la saggezza popolare nascosta dalla sciocchezza, è il nero in mezzo al bianco. Pulcinella è il contrario di sè, è incoerenza fatta carne. Pulcinella, più di tutte le altre, è maschera. Il fatto è che è facile confondere l’incoerenza con l’inaffidabilità dalla quale nasce la sentenza “Pulcinella uguale cialtrone”.
Jean-Noël Schifano, in occasione dell’inaugurazione del busto in bronzo donato da Lello Esposito sito in vico fico Purgatorio ad Arco, definì antropologicamente Pulcinella «figura-simbolo partenopea, spesso bollata come folklore e invece vera porta sul genius loci della città… Pulcinella essere ermafrodito, Horus del popolo, figura esemplare del barocco esistenziale». Nella stessa occasione, l’intellettuale residente a Parigi si disse «molto felice di lasciare la torre Eiffel per una cosa autentica, vera e di filosofia che è Pulcinella». Con lui, il filosofo Aldo Masullo, appellandosi ai napoletani: «In nome della maschera di Pulcinella, togliamoci la maschera», cioè, recuperiamo la nostra vera identità.
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