25 aprile, la data sbagliata della Liberazione, simbolica per il “vento del Nord”

Angelo Forgione 25 aprile, festa della Liberazione d’Italia, che non si concretizzò in un giorno, e non il quel giorno. Infatti, nella nazione del “prima il Nord”, la data del 25 aprile 1945 corrisponde alla fine dell’occupazione nazifascista di Milano, Torino e Genova, divenuta simbolica per tutta la Nazione e dichiarata festa nazionale “a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano”. Non era esattamente così, perché altre città furono liberate in seguito, compiendo un processo partito da Matera e Napoli nel Settembre del 1943, passando per la capitale Roma nel giugno ’44. Venezia fu “liberata” il 28 aprile. Trieste e Gorizia solo il 1° maggio. Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste, vi fu solo il 2 maggio, data scritta a chiare lettere dai rappresentanti delle forze in campo nel documento della cosiddetta Resa di Caserta, siglata il 29 aprile 1945 nella reggia vanvitelliana, anch’essa violentemente bombardata da un raid aereo che causò la devastazione della bellissima Cappella Palatina. Lì, proprio nel Real Palazzo borbonico, era stato allocato il Quartier Generale delle Forze Alleate, al comando del generale Harold Alexander.
Senza ridurre l’alto valore morale che animò l’insurrezione popolare del 25 aprile, andrebbe disincagliata dall’oblio storico la verità di una Liberazione agevolata dalla positiva conclusione dell’operazione militare segreta “Sunrise”, sotterrata dalla storiografia ufficiale, ma decisiva per la resa separata delle truppe tedesche in Italia. Attori principali dell’oscura tessitura furono Allen Dulles, agente dello SSO (Servizio Segreto Americano), che poi diventerà capo della CIA (Criminal Investigation Division), ed il generale Karl Wolff, comandante delle SS in Italia. Le lunghe trattative furono condotte in territorio neutrale di Svizzera e concluse a Caserta, dove s’incontrarono le delegazioni alglo-americana e tedesca. Separati da un tavolo rettangolare, si schierarono da un lato i rappresentanti dello stato maggiore del Comando Supremo Alleato nel Mediterraneo e dall’altro, in abiti civili, i plenipotenziari tedeschi. In qualità di osservatore, presente anche il generale sovietico Aleksei Kislenko. L’atto di resa, firmato dai tedeschi, stabilì il cessate il fuoco su tutto il territorio italiano per le ore 14 del 2 maggio 1945. Restarono dubbi sul rispetto dei patti, che si dissolsero solo all’alba del 30 aprile, quando giunse la notizia del suicidio di Adolf Hitler nel suo bunker di Berlino.

 

Sugli sviluppi dell’operazione “Sunrise” era stato tenuto sempre aggiornato il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Il 24 aprile, consapevoli dello svolgersi delle trattative e preso atto che le forze alleate avevano superato il Po, gli uomini della Resistenza settentrionale provvidero a proclamare l’insurrezione armata per il mattino seguente, certi di non trovare una vera opposizione da parte tedesca. Senza le trattative dell’operazione “Sunrise”, la guerra sarebbe durata almeno altri due mesi e vi sarebbero state certamente ulteriori distruzioni nel Nord Italia.
E l’Italia quale data festeggia simbolicamente? Non quella delle firme meridionali di Caserta, non quella delle ultime città “liberate” del Nord-Est, che per il Nord-Ovest valeva quanto il Sud. Ecco perché la Liberazione è anche detta “Secondo Risorgimento”. Non a torto, perché a liberarsi, sotto l’aspetto economico, furono proprio le città del “triangolo industriale”, che dagli americani ricevettero danari freschi per ricostruire le fabbriche. Decisero che dovessero essere solo le loro. Anche dopo la Guerra, soffiò davvero fortissimo il “vento del Nord”, definizione coniata nei decisivi frangenti del conflitto per definire la spinta politica settentrionale alla destituzione della nefasta monarchia e alla svolta democratica verso la Repubblica. Il politico sindacalista pugliese Giuseppe Di Vittorio – e non solo lui – chiese di investire parte dei finanziamenti americani per la ricostruzione europea garantiti dal Piano Marshall per uno sviluppo industriale anche nel Sud, colpito da distruzioni molto maggiori rispetto al Nord, ma trovò opposizione nell’imprenditoria settentrionale, guidata dal genovese Angelo Costa, l’armatore che avrebbe fondato la compagnia delle crociere con i fumaioli gialli, presidente di Confindustria, che rifiutò con già cronico nordismo. Per l’imprenditore ligure era più conveniente trasferire manodopera al Settentrione che creare fabbriche nel Meridione. E così fu sprecata l’occasione di ricreare un equilibrio produttivo a circa ottant’anni dalla sbagliata Unità d’Italia.
Il Meridione, invece, che la Liberazione la inaugurò nel settembre 1943 e la concluse con le firme di Caserta, non riuscì a liberarsi della subdola colonizzazione italiana, dalla povertà e dalla disoccupazione; e mai sarebbe riuscito a liberarsi delle mafie, esplosivo prodotto risorgimentale, che proprio in quel periodo rialzarono la testa dopo che la repressione fascista mussoliniana pure era riuscita a mettervi qualche argine… con la complicità degli Alleati, quelli che bombardarono a spron battuto per stremare la popolazione, i quali, sbarcati in Sicilia, sempre lì, nel luglio del 1943, misero a capo delle amministrazioni locali dei dichiarati mafiosi in quanto antifascisti per ovvie ragioni, né più e né meno ciò che accadde nel “primo” Risorgimento, con mafiosi e camorristi assoldati da Garibaldi. Già a conclusione della Guerra la delinquenza meridionale dilagò enormemente. Centinaia di detenuti cui i tedeschi in fuga, nel ’43, avevano aperto le celle nelle prigioni napoletane ebbero campo libero per depredare e alimentare la criminalità. Raggiunta la pace, la camorra e la mafia fecero un ulteriore salto di potere allacciando rapporti e collegamenti con la mafia d’America e coi poteri internazionali, orientando gli affari verso il traffico internazionale della droga. Riaffiorò più forte di prima la malavita organizzata, con drammatiche conseguenze morali e sociali nel futuro del Sud, sulla cui pelle furono impresse le cicatrici di un lunghissimo periodo di anarchia e sostanziale autogestione, dal settembre 1943 al maggio 1945.
Oggi, senza economia e con le mafie in casa, anche il Sud la chiama “Liberazione”.

156 anni di Unità. Cos’è oggi il Sud?

Angelo Forgione 156 anni sono passati da quando le Italie furono unite con la forza. Oggi, il Sud-Italia è un immenso porto virtuale di sola partenza, un gran deposito mediterraneo di smistamento umano, e vi si traffica in emigrazione, la principale fonte di conservazione personale e di altrui fortune. Solo dal 2001 a oggi sono emigrati al Nord circa 1.700mila meridionali, i più qualificati, i più specializzati, i più istruiti. L’era delle migrazioni unidirezionali li condanna all’abbandono della propria terra, spesso controvoglia, per approdare a più sicure opportunità occupazionali. Si tratta perlopiù di emigrazione involontaria, una scelta di subalternità, compiuta per sopravvivere attraverso il ricollocamento in luoghi di cultura estranea.
La tendenza a restare appartiene ai ceti meno istruiti e più poveri, afflitti da problemi di disoccupazione e scarsa scolarizzazione, che trovano nell’illegalità e spesso nella delinquenza l’unica risposta alle loro esigenze esistenziali. E così, sull’impoverito sistema produttivo insiste pure, fortemente e costantemente, la criminalità organizzata, scoraggiando gli investimenti e alterando la concorrenza.
Risorse enormi, risorse sprecate per la Florida d’Europa, in una posizione geografica strepitosa, al centro del Mediterraneo, ma che è in coda nella classifica di competitività delle 263 regioni dell’Unione Europea, per propri limiti sopraggiunti ma anche e soprattutto per precise responsabilità politiche dei governi superiori. Il limes non è solo tra Settentrione e Meridione ma anche tra Nord-Europa e Mediterraneo.
Il dualismo italiano non ha eguali nel Continente, per dimensioni e continuità di sedimentazione, e si palesa in ogni aspetto della vita del Paese. Meno occupazione, meno reddito, meno servizi, meno trasporti, meno sanità, meno figli, meno sport, meno tifosi… meno tutto, tranne i rincari. Così il Sud continua la sua lunga agonia, nel silenzio generale. E non può neanche lamentarsi questo Sud vittimista e fannullone che ha fatto, e continua a fare, la ricchezza altrui.
Grazie monarchia, per aver creato il paese più spaccato d’Europa.
Grazie Repubblica, per aver tenuto le cose come le hai ereditate.

De Laurentiis ha smesso di ridere di “discriminazione territoriale” nel paese degli struzzi

Angelo Forgione Furia De Laurentiis ai microfoni di Mediaset Premium nel post Napoli-Real. Gli basta una scintilla per accendere un fuoco e alimentarlo a benzina, una domanda di Francesca Benvenuti sul rapporto con Sarri, dopo i travagli dell’andata madrilena: «È tutto a posto col suo allenatore?». E da lì parte la discriminazione territoriale della stampa, l’assoluzione del Corriere dello Sport e la dura reprimenda per la Gazzetta dello Sport, senza neanche citare Tuttosport e tutto il fronte più estremo dell’informazione settentrionale. «Poiché i giornalisti del Nord mi odiano, e odiano il Napoli, tutti al servizio del Nord. È da Camillo Benso di Cavour che il Nord odia il Sud, anche se poi la Juventus è una squadra molto sudista. Sono venuti a scasinare i nostri rapporti e abbiamo perso con l’Atalanta, ma poi ci siamo ripresi con la Roma». Sandro Sabatini, dagli studi di Milano, cerca di riparare all’uso della parola “odio”, all’indomani del vile danneggiamento dell’automobile di Mimmo Malfitano, penna della rosea. Ma non c’è verso di placare il patron azzurro, e va allora in scena la contrapposizione tra l’uomo vulcanico che tira fuori il suo pensiero, senza girarci intorno, e il bravo giornalista che parla alla Nazione ed è quindi costretto a calarsi nella retorica ecumenica. E allora Aurelio alza i toni e sbatte in faccia al suo interlocutore, ma in realtà all’Italia del pallone intera, tutta la verità di una divisione imperante. «E mi dispiace che lei che è un giornalista non se ne renda conto, ma siccome siamo in regime silente in cui dobbiamo dire quello che non pensiamo, voi volete che io non dica quel che penso e mi tappi la bocca». Il conduttore prende ad aggrapparsi allo specchio, un bel po’ deformato, di un Napoli amato da Bolzano a Pantelleria. «Dopo dodici anni di calcio – incalza il presidente – mi sono anche stancato, perché andare nei vari stadi e sentire “lavali col fuoco” è molto antipatico, e vedere che gli italiani non si ribellano a questo è molto volgare e cafone. Le prime volte che lo sentivo mi veniva da sorridere, ma ora vorrei che il pubblico che va allo stadio crescesse culturalmente, come stanno dimostrando i napoletani». Sabatini va trincerandosi sulla necessità di non dar risalto e pubblicità ai cori razzisti, e proprio qui inciampa, mostrando tutte le pecche del sistema giornalistico italiano, che invece avrebbe l’obbligo di sollecitare soluzioni efficaci tanto alla Federazione quanto al Governo. Non è che tutto il Nord odi Napoli e il Napoli, chiaro che vi sia molta gente sana e con intelletto intaccato, ma manca proprio l’analisi del vuoto culturale e legislativo che non consente di cancellare, a partire dalle scuole, quel Settentrione alimentato e avvelenato da pregiudizi e sentimenti razzisti, che esiste in diversi ambiti della cancrena sociale d’Italia, e chi lo nega è complice. De Laurentiis non sbaglia affatto a sottolinearlo, come ha fatto anche Maurizio De Giovanni ventiquattr’ore prima a Tiki Taka. Dopo certi titoli di giornale, al di là delle polemiche sportive, la misura è colma ed è evidentemente esplosa la voglia di dirla tutta.
Che il patron azzurro si sia stufato di una certa stasi non pare falso sentimento. È infatti vero che per anni abbia sorvolato, ridendoci su. Nell’autunno del 2013, al convegno “Cittadinanza sportiva” presso il Maschio Angioino, disse proprio di divertirsene: «Quando vedo migliaia di persone negli stadi che insultano un popolo con frasi che non voglio ripetere non lo trovo disgustoso, lo vedo come uno sfottò, ci rido sopra e mi diverto. Li prendo come un incitamento alla città per risvegliarsi». Nel frattempo cosa è accaduto? È accaduto che la FIGC ha fatto marcia indietro nella lotta al razzismo contro Napoli negli stadi, ha tirato il freno a mano e ha parcheggiato. Riavvolgiamo il nastro e capiremo perché.
Il 22 ottobre 2012 scoppia il
caso TGR Piemonte, la grande vergogna del cronista Giampiero Amandola, cinquantottenne di Nizza Monferrato, recatosi ai cancelli dello Juventus Stadium prima del match Juventus-Napoli per ascoltare le due tifoserie in affluenza. Un servizio condito da cori «o Vesuvio lavali tu» intonati da due giovani al microfono e dallo scivolone dello stesso giornalista Rai, cui uno juventino spiega che i napoletani sono inestinguibili perché «ovunque, a Nord e a Sud, un po’ come i cinesi»; risatine sarcastiche a denigrare i napoletani e pure i cinesi, e poi la geniale imbeccata di Amandola: «I napoletani li distinguete dalla puzza, con grande signorilità». Compiaciuto dell’insperato assist, il tifoso raccoglie e rilancia: «Molto elegantemente, certo!»… e ancora risate. Giornalismo spazzatura figlio della sottocultura italiana applicata al calcio. Amandola paga col licenziamento lo scandalo che ne segue, e la redazione torinese, in diretta regionale, deve chiedere scusa a tutti gli italiani. Mai accaduto prima!
Anche per tutto questo, nella primavera del 2013 la FIGC, allertata dall’UEFA per la degenerazione degli eventi italiani, deve recepirne le nuove direttive, diramate il 23 maggio nel XXXVII Congresso Ordinario di Londra in cui il parlamento del calcio europeo ha adottato la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo con cui sono state inasprite le pene per i casi associati agli eventi internazionali. La UEFA e le 53 Federazioni affiliate si sono impegnate a uno sforzo maggiore per debellare il fenomeno dal mondo del pallone. La tolleranza zero ispira il nuovo Regolamento disciplinare UEFA. Vietate le forme di propaganda ideologica; punizioni per i tifosi che insulteranno la dignità umana per ragioni di razza e origine etnica, dalla chiusura di un settore a quella dell’intero stadio, fino alla sconfitta a tavolino, alla detrazione di punti e, in estrema conseguenza, alla squalifica dal campionato. Da Londra, l’organo europeo pretende altrettanta severità da ogni Federazione affiliata, chiedendo di impegnarsi per favorire l’adozione di identiche politiche sanzionatorie “in relazione alle manifestazioni nazionali”, lasciando cioè a ognuna la libertà di allargare le tipologie di discriminazione in base alle diverse problematiche presenti nei vari paesi. Si adegua la FIGC, modificando il Codice di Giustizia Sportiva e tarandolo alla nuova normativa UEFA, con un inasprimento delle sanzioni in materia di razzismo. Gli ispettori federali sono chiamati a non tapparsi più le orecchie. La prima società a farne le spese è il Milan, ma è solo l’apertura di una pagina molto triste per il Calcio italiano, smascherato e inchiodato al suo razzismo interno contro Napoli. Chiudono settori a Milano, Torino, Roma, e scoppia il caos. La soluzione, rendendo tutti i tifosi ostaggi di quelli razzisti, non è quella giusta. E allora, inizia la retromarcia, prima con la “sospensione condizionale”, una sorta di ammonizione per le società, le cui pene saranno congelate per un anno solare e applicate in modo cumulativo solo nel caso di una seconda violazione da parte di medesimi supporters nel periodo interessato, e infine con la cancellazione delle chiusure dei settori degli stadi per responsabilità oggettiva, cotta e mangiata all’elezione alla FIGC di Carlo Tavecchio, l’uomo della buccia di banana del fantomatico Optì Pobà, subito interdetto dalle attività internazionali dell’UEFA e della FIFA. Con questa reputazione, quale credibilità avrà il nuovo presidente federale nell’accodarsi alla campagna contro il razzismo? Con quale faccia potrà prendere le distanze da cori e striscioni razzisti e di “discriminazione territoriale” ascoltati e visti negli stadi di mezza Italia? Che idea ci si farà all’estero dell’Italia alla vista delle curve della Serie A sbarrate e vuote per razzismo? E allora via alla modifica del Codice di Giustizia Sportiva, stabilendo l’applicazione di ammende invece delle tanto contestate chiusure parziali degli stadi. Solletico per le società sportive, un dazio tollerato per cancellare la vergogna dei cori contro i napoletani.
Insomma, un doppio passo indietro invece che uno nella giusta direzione, verso una soluzione davvero efficace. L’incapacità di trovarla produce la tolleranza più vergognosa e l’autorizzazione sostanziale per tutti gli ultras a cantare vittoria nel braccio di ferro con le istituzioni e a urlare contro i napoletani a pagamento delle società, a loro volta in silenzio e senza rivalersi sui colpevoli. Ciro Esposito, a Roma, ci rimette la vita, per quell’odio territoriale indegno oggi denunciato da De Laurentiis. Andrea Agnelli, padrone di casa allo Juventus Stadium, definisce tutto questo «campanilismo, che fa parte della nostra cultura e non è razzismo ma una peculiarità italiana», e per somma beffa, nel dicembre 2015, prende l’iniziativa catartica e se ne va all’Unesco a farsi paladino della lotta al razzismo nel calcio, rispondendo in conferenza, a chi gli chiede cosa accada in Italia, che la situazione è in miglioramento. In realtà è solo silenziata, insabbiata, con la complicità dei media.
Tavecchio, l’uomo del “rinnovamento” che non c’è, l’ha votato anche De Laurentiis nell’estate del 2014, per accontentare una pressione del laziale Lotito. Nel corso degli anni, il napoletano se n’è pentito, per diversi motivi, e qualche giorno fa, alla rielezione dell’uomo che vuole proseguire lo svecchiamento neanche partito, è stato l’unico presidente di club astenutosi dal voto. Forse l’altro candidato, Abodi, neanche lo aveva convinto, e però dalla tivù ha poi dimostrato di essersi sganciato dall’attuale sistema. Dai media del Nord già lo era da tempo. Il futuro parlerà.

Stampa del Nord, volgari attacchi a Napoli (e Sicilia) in stile ottocentesco

Angelo Forgione No, non siamo nell’Ottocento ma nel Duemila, e anche da un bel po’. Le guerre le facciamo sui campi di calcio, non sui campi di battaglia, e neanche sul terreno culturale, che è sempre meno fertile. Eppure il razzismo ottocentesco di impronta scientifica, quella positivista, è ancora vivissimo. Quello che per giustificare nuovi nazionalismi e diversi colonialismi crebbe fino alla Prima guerra mondiale. Quello che indirizzò la società del Nord-Italia verso atteggiamenti anti-meridionali utili a colonizzare quel popolo di “caffoni” e “affricani” che abitava il Sud. Con una vigorosa e sprezzante doppia effe venivano apostrofati i napoletani e i meridionali in genere da chi voleva allargare i propri confini al Sud dei “beduini” e prendersene le risorse, perché per questo, da sempre, si inventano le guerre. Fomentare la divulgazione nel Settentrione di una certa visione di Napoli e del Mezzogiorno legittimava la creazione di una “questione napoletana” da risolvere con una finta rivoluzione di popolo. Milano detestava Torino almeno quanto Palermo detestava Napoli, ma le due sotto le Alpi, a differenza di quelle giù al mare, si misero insieme, tra diffidenze e ostentazioni reciproche di grandezza e priorità. E una volta compiuta l’invasione, aperta proprio dalla Sicilia, quelli che l’avevano voluta iniziarono a sdegnarla. Il piemontese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, in una corrispondenza col patriota Diomede Pantaleoni del 17 ottobre 1860 (pubblicata postuma nel 1888), scrisse: “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Fu proprio lui a dire in seguito che “Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”. Questa riflessione massonica ce l’hanno raccontata così: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, ma quello del marchese d’Azeglio non fu affatto un invito al miglioramento, come travisato con l’utilizzo strumentale dell’ultimo periodo della frase, bensì la constatazione di un limite invalicabile dell’Unità, che i sedicenti liberali non volevano affatto. In realtà gli italiani precedevano l’Italia, e dall’età paleolitica fino al 1861 avevano vissuto felicemente divisi, senza mai essere costretti alla fusione politica. Il problema, dunque, non erano gli italiani ma l’Italia, che mai avrebbe trovato un’identità condivisa. L’unico risultato, davvero disastroso, raggiunto dalla Stato alla piemontese fu l’apertura di una ferita che superava la “questione napoletana” con la “Questione meridionale”, con cancrena dagli esiti già drammatici in quegli anni, separandola dalla “Questione settentrionale”, politica e istituzionale.
Niente è cambiato. Milano e Torino continuano ancora oggi a rivaleggiare. La prima sottolinea la diuturna definizione di “capitale morale”, che nasce in quella disputa dell’Ottocento, nella gestazione del “triangolo industriale”, non come rivendicazione nei confronti di Roma, come tutti pensano, ma di quella città piemontese con cui faceva a gara a chi rappresentasse il centro alla guida del progresso italiano. Oggi, al compimento del processo di deindustrializzazione e terziarizzazione, con Milano senza rivali e con Torino convertita al turismo, la disputa è su chi delle due deve organizzare l’Expo, sul salone del libro, che la lombarda scippa alla piemontese, o sui campi di calcio, con la piemontese che ostenta il numero di scudetti conquistati e la sua egemonia in fieri. Ma quando si tratta di attaccare il nemico comune, Napoli e tutto il Sud, partendo proprio da un incontro di calcio, le due nemiche si compattano e tirano fuori manifestazioni sprezzanti, delle più volgari. Basso giornalismo, chiaro, non certo dalle più qualificate testate della potente batteria nordica, ma proprio per questo espressione dei più bassi istinti. Alt! La colpa è dei meridionali, incapaci di far fronte comune. Roma fa da sé. In Sicilia inneggiano ancora a Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Tutto il Meridione è pieno di tifosi della Juventus, dell’Inter, del Milan, legittimamente, ma molti di questi, quelli che non hanno cultura storica e pensiero individuale, sono capaci di detestare Napoli per una bieca fede sportiva, di disconoscere la storia del loro Sud, ammesso che lo sentano loro. E intanto quella che fu la Magna Grecia muore, senza lavoro, senza servizi, senza rispetto e senza soluzioni, ma pagando prodotti e servizi padani e veneti. La tecnica è sempre la stessa. L’italia pure, nella farsa infinita. E luce non si vede, per colpa del Sud.

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200 anni fa rinasceva il San Carlo, più bello di prima

Angelo Forgione Nella notte del 12 febbraio 1816 il Real Teatro di San Carlo (1737) veniva distrutto da un tremendo incendio divampato accidentalmente durante le prove generali di un ballo. Le fiamme erano scaturite da una lucerna e si erano velocemente propagate sulle ali del vento di quella giornata. Grida e crepitii dei presenti, travi di legno incandescenti e pendenti, crolli di muri, fumo e fiamme visibili da ogni punto della città, artisti che si erano affrettati ad immortalare il tragico evento nei loro dipinti (nell’immagine quello di Salvatore Fergola). In meno di due ore la storica sala borbonica era andata completamente perduta, gettando nello sconforto i napoletani, che se l’erano presa coi giacobini, e addolorando l’Europa intera con le cronache del disastro diffuse ovunque.
Ferdinando di Borbone, rimesso sul trono un anno prima dal Congresso di Vienna, a soli nove giorni dal distruttivo rogo, aveva incaricato una commissione composta da cinque importanti nobili, coordinati dall’impresario Domenico Barbaja, per sovrintendere, senza badare a spese, affinché il tempio dell’Opera rinascesse e, superando in bellezza ogni teatro, facesse parlare del suo restaurato regno.
In soli otto mesi fu compiuto il prodigio, e Stendhal andò a verificarlo di persona la sera dell’inaugurazione. 12 gennaio 1817, proprio nel giorno di una ricorrenza reale, quello del sessantaseiesimo compleanno del Re. In scena Il sogno di Partenope di Giovanni Simone Mayr, opera composta espressamente per l’occasione. Alla vista del francese una nuova sala neoclassica, firmata da Antonio Niccolini (che già aveva realizzato la nuova facciata qualche anno prima), completamente diversa da quella barocca andata in fiamme. Gli occhi dello scrittore, che avevano ammirato il teatro Alla Scala di Milano e altri teatri europei, rimasero sbarrati alla vista del ricostruito tempio della musica napoletano, mutato nell’aspetto e capace di suscitare stupore ed emozione fino allo stordimento:

“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare. […] Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico. […] Il raso azzurro, i fregi in oro, gli specchi sono distribuiti con un gusto di cui non ho visto l’eguale in nessun’altra parte d’Italia.”

Per quanto milanese di elezione, Stendhal seppe riconoscere la superiore bellezza raggiunta dal rinnovato teatro borbonico rispetto alla Scala, rimarcando che il Borbone, oltre a riavere il suo trono, aveva riavuto, grazie al Niccolini, anche il più bello di tutti i teatri.
Evidentemente, la sala del nuovo San Carlo mostrava cromie diverse da quelle di oggi. Solo con la ristrutturazione interna del 1844 la tappezzeria azzurra bleu-de-ciel foncé – così l’aveva definita Stendhal – fu sostituita con nuovi rasi rossi, mentre venne applicato dell’oro zecchino in foglia e a mecca al di sopra dell’argento.

Nella foto, una mia simulazione basata su una tempera del pittore Ferdinando Roberto eseguita nel 1825.

Gli affanni del San Carlo e gli spettacoli per la sopravvivenza

Angelo ForgioneAll’esterno del Real Teatro di San Carlo c’è una fila di pigne a “proteggerne” la facciata. Le pose l’architetto Antonio Niccolini nel 1810, in piena massoneria napoleonica, rifacendo il volto del vecchio teatro reale, e non per sola decorazione. La pigna, infatti, simboleggia la ghiandola pineale, una ghiandola endocrina che riceve il più abbondante flusso sanguigno, in misura maggiore di qualsiasi altra ghiandola nel corpo umano, ed è responsabile della chiarezza mentale. Anche detta “terzo occhio”, essa allude al più alto grado di illuminazione, quindi alla saggezza e alla conoscenza più profonda. Le pigne innanzi il portico del San Carlo volevano significare che il Teatro, il più importante dell’epoca, era la casa della Cultura europea. Quella fila di pigne era il confine tra il tempio della Cultura e l’inferior livello.

sancarlo_pigneSono trascorsi due secoli da allora, e il San Carlo non è più considerato ciò che era allora. Il repertorio settecentesco, quello del secolo della grandissima Scuola Musicale Napoletana, è stato messo in disparte a beneficio di un repertorio ottocentesco che ha contribuito al prestigio della Scala, posta poi in posizione primaria nel dopoguerra, con una Milano al centro della ripresa industriale e sociale del Paese. Da qualche anno, poi, si è sviluppato un uso improprio del Real Teatro di Napoli, prestato a eventi non legati al linguaggio cui è destinato, con conseguenti forti polemiche tra favorevoli e contrari.
La verità è che il San Carlo, che aveva figliato la Scala e tutti i lirici d’Europa, è oggi alla rincorsa del risanamento del buco dovuto agli affanni dei decenni passati. È in fieri un piano triennale finalizzato non solo all’equilibrio finanziario, ma anche all’aumento della produttività e alla riduzione dei costi di gestione, anche a costo di pagare un prezzo di immagine per certi eventi, che fanno arrossire l’invidiata tradizione e l’antico prestigio sancarliano. Gli ultimi bilanci sono in pari, ed è già un risultato; la produzione è triplicata rispetto al 2012, gli incassi da botteghino sono raddoppiati, ma il vero rilancio è lontano.
Le fondazioni lirico-sinfoniche moderne, deputate alla gestione dei lirici italiani, versano in difficoltà economico-patrimoniali. Quella del San Carlo riceve la metà dei fondi statali e regionali destinati alla Scala. Più soldi arrivano anche all’Opera di Roma, alla Fenice di Venezia, al Maggio Fiorentino e al Regio di Torino. Al Massimo milanese, inoltre, affluiscono anche importanti sponsorizzazioni, su tutte quella di Rolex, ma anche le partnership di marchi napoletani quali Kimbo e Ferrarelle. In tal senso, per il San Carlo ci si limita a partecipazioni una tantum o legate a piccoli progetti momentanei, ma nessun imprenditore campano è disposto a investire sull’immagine del Teatro.

Così, per il San Carlo, è impossibile reggere il confronto e riprendersi il posto che gli compete. La condizione si fotografa nel palco reale, il bellissimo palco reale borbonico che tutto il mondo invidia alla sala del Niccolini: una parata di sedie in policarbonato trasparente di Kartell, modello ‘Louis Ghost‘, anche costose, ma di modernissimo design e completamente inadeguate al contesto. E infatti la sovrintendenza del teatro più bello e umiliato del mondo intende sostituirle con più degne e regali sedute, ma di soldi non ne ha, e allora è alla ricerca di donazioni private per lo scopo.
Tale è la triste realtà, ed è per questo che la stessa sovrintendenza sancarliana apre il Gran Teatro a eventi minori. L’inferior livello scavalca la fila di pigne e dissacra il tempio della Cultura napoletana. Ne guadagna la cassa, ma non l’immagine.

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La speranza cinese di Tavecchio e la sacralità del San Carlo

Tratto da Club Napoli All News del 4 gennaio, due chiacchiere con Francesco Molaro e Vincenzo Balzano sulle parole di Tavecchio, la polemica su Maradona-Siani al teatro di San Carlo e la partita dell’anno Napoli-Real, senza dimenticare un ricordo di Pino Daniele.