Capodichino diventa “archeoporto”

L’Aeroporto Internazionale di Napoli diventa un “archeoporto”. Un’insolita galleria di sculture, vasi ed altri reperti, da oggi, accolgono i passeggeri in arrivo, ma anche in partenza. Chi approderà in città, in tal modo, potrò immediatamente capire in quale terra avrà messo piede, ed è quella del primo museo archelogico d’Europa (1777). Chi andrà via, sarà salutato dall’anima culturale del territorio. Un vero e proprio viaggio nella storia antica della Campania, realizzato dalla Gesac – la società che gestisce l’Aeroporto Internazionale di Napoli – , il Museo Archeologico di Napoli e altri Istituti periferici del MiBACT per mettere in vetrina il patrimonio artistico e culturale della Regione, sull’esempio del Metrò dell’Arte, ma qui classica e non contemporanea. 10 e lode!

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Real-Napoli: dialogo impossibile tra Carlo e Ferdinando

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carlo_ferdinando“Padre, ma Vi hanno detto che i napoletani stanno venendo in massa a Madrid?”

“Sì, sono informato, caro Ferdinando… credi che sia solo caccia e presepi, io? Il calcio mi interessa. Tutto mi interessa!”

“Scusatemi, padre, non volevo mancarvi di rispetto. E ditemi un po’, per chi tiferete?”

“Figliolo, lo sai che Napoli ce l’ho nel cuore e che i napoletani me li sono portati in Spagna per governare e costruire. Ho governato da “napoletano” qui. Ma io sono nato a Madrid, ci sono cresciuto prima di andarmene a Parma, e ci sono morto. E poi, qui la squadra porta la corona. Voi, a Napoli, ve ne siete dimenticati, e portate pure la enne napoleonica sulle maglie.”

“Me ne rendo conto, e potete capire che rabbia. Però, sapete che c’era il Corsiero del Sole sulle maglie del 1926. E però, pure nel calcio il nostro Sud è stato umiliato, e quando ha iniziato a misurarsi coi sabaudi e gli austriacanti è stato un disastro. Però molta gente porta le nostre bandiere allo stadio. Il popolo non si è dimenticato dei tempi migliori, nonostante tutto. Che bella rivincita!”

“Sì, Ferdinando, vedo… vedo… e mi fa piacere, ma i simboli del Regno coi simboli di Napoleone sull’azzurro mi sembra una follia. Ma a chi è venuto in mente?”

“Ai torinesi.”

“Che cosa?”

“Sì. Quelli producono l’abbigliamento del Napoli e si sono inventati una linea borbonica. Hanno venduto assai. Alla gente piace il nostro stemma.”

“Mi fa piacere, figliolo. Quelli, i torinesi, ne sanno una più del diavolo. Ma dimmi un po’, che ci facevano i calciatori al Real Museo?”

“Hanno posato per il calendario ufficiale del club tra i tesori della Collezione Farnesiana.”

“Ferdinando, io te lo dicevo che non era il caso di togliere i vincoli di famiglia alla collezione di tua nonna e donare tutto quel ben di Dio alla città.”

“Padre, state tranquillo, non si è danneggiato nulla. E poi, permettetemi di dirvelo, Voi siete un sovrano illuminato, ma tutti quei marmi, se non fosse stato per me, stavano ancora a Roma. L’impresa per trasportarli a Napoli sulle navi l’ho voluta io. Voi neanche ci pensaste.”

“Stai al posto tuo, Ferdinando. Io ho portato la pinacoteca della Collezione da Parma e Piacenza, e se non fosse per me, tutti quei quadri starebbero a Vienna, accidenti! E poi ho iniziato gli scavi vesuviani. Io ho fatto tantissimo per l’amata Napoli.”

“Certo, e chi dice il contrario? La città Vi ricorda ancora con tanto affetto. Siete considerato il miglior re che Napoli abbia mai avuto.”

“E pure a Madrid, caro mio.”

“Però voi siete nato a Madrid, e siete pure tifoso del Real, a quanto pare.”

“E quindi?”

“E quindi il vero napoletano sono io. Jammo, padre… lo sapete benissimo che avete fatto costruire la Reggia di Caserta perché non pensavate di dover tornare a Madrid. Credevate che sareste morto a Napoli e che quello sarebbe stato per sempre il Vostro regno. Se il Vostro fratellastro Ferdinando VI non fosse scomparso prematuramente voi non sareste mai tornato in Spagna.”

“E che vuoi dire con questo?”

“Che siete madrileno, e tifoso del Real, e che il vero napoletano sono io.”

“Sei sempre stato un insolente, Ferdinando. Io mi sento napoletano, a tutti gli effetti. E ricordati che tuo fratello Carlo Antonio, napoletano come te, è stato Re di Spagna dopo di me.”

“Ecco, appunto. Parliamo di Carlo Antonio. Per chi tifa? Ditelo che tifa anche lui per il Real.”

“Te lo ripeto, lui è napoletano come te.”

“Sì, ma è venuto con Voi a Madrid a undici anni. Chissà quanto è rimasto napoletano.”

“Ha sempre ricordato tutto dei luoghi della sua infanzia. E poi, vuoi condannare chi non tifa Napoli?”

“Per carità! Io ho firmato lo Statuto di San Leucio, sono il primo sovrano d’Europa ad aver bandito le discriminazioni. Tranne giacobini e juventini, a casa mia sono tutti i benvenuti. Voi, che siete considerato il miglior sovrano di Madrid e di Napoli, non siete arrivato a tanto.”

“Uh… basta, Ferdinà! Lo Statuto leuciano è tutto merito dell’austriaca, che ho voluto metterti vicino io per assicurarti il trono. Questo è il ringraziamento. Tornatene da lei, va’, che ora ho perso la pazienza.”

“Preferisco sempre la siciliana.”

“Vai da chi vuoi tu, basta che te ne vai.”

“Padre, un’ultima cosa…”

“Dimmi…”

“Vincerà il Napoli!”

“Il solito sbruffone. Una squadra del povero Mezzogiorno d’Italia contro il club più ricco è blasonato del mondo. Neanche lo stadio di proprietà riuscite a farvi. Da quando siamo andati via noi non si è capito più niente laggiù. Se fosse stato per me, avrei fatto costruire il Real Stadio di San Carlo, una reggia del calcio, e sarebbe stato certamente il più bello del mondo.”

“Vi state vantando del San Carlo? Meglio che Vi vantiate della Reggia di Caserta, perché il teatro l’ho fatto ricostruire io, più bello di prima, e se è il più bello del mondo lo si deve a me e al mio architetto Niccolini.”

“Era un epigono del mio Vanvitelli. Tu non cambierai mai.”

“Mai, Maestà. Napoletano per l’eternità. Stàteve buono… e forza Napoli!”

Nuovo record per i musei italiani nel 2016

Campania (in continua crescita) seconda regione, ma Capodimonte resta un problema

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Angelo Forgione
Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha presentato i numeri dei musei italiani del 2016, costantemente in crescita. Battuto il record del 2015, da 43.288 a 44.446.573 visitatori. «Una crescita – sottolinea soddisfatto il ministro Dario Franceschininella quale il Sud gioca un ruolo importante, con la Campania anche nel 2016 stabilmente al secondo posto nella classifica delle regioni con maggior numero di visitatori grazie agli oltre 8 milioni di ingressi registrati, un aumento del 14,2% sul 2015».
Il Lazio, stazionario, resta la regione leader, dai 19.750.157 ingressi del 2015 ai 19.653.167 del 2016. Roma continua a fare da polo attrattivo internazionale, ma cresce Napoli con il suo polo tutto ancora da sfruttare appieno, motivando le lusinghiere previsioni di Franceschini per il suo ritorno nell’élite internazionale.
La Campania, infatti, si conferma seconda regione e rafforza il suo dato con un milione di ingressi in più, da 7.052.624 visitatori a 8.075.331. Ancora molte le potenzialità inespresse, ma crescono gli Scavi di Pompei, quelli di Ercolano e Paestum, la Reggia di Caserta e il Museo Archeologico Nazionale.
Classifica confermata anche per la Toscana, terza sullo zoccolo di Firenze, che però perde quattrocentomila visitatori, da 6.738.862 a 6.394.728. Inattacabile il terzo gradino del podio, nonostante la crescita del Piemonte, da 1.903.255 visitatori a 2.464.023, e della Lombardia, da 1.552.121 a 1.791.931 anche grazie al dato di Mantova, che ha ospitato la Capitale Italiana della Cultura 2016.
Il più alto tasso di crescita si è registrato proprio in Piemonte (+31,4%), grazie al raddoppio degli ingressi alla Reggia di Venaria Reale, ma buoni aumenti hanno mostrato anche Calabria (+17,6%), Liguria (+17,5%), Veneto (+17%), Campania (+14,2%) e Lombardia (+8,3%).
I dieci luoghi della cultura più visitati nel 2016 sono stati il Colosseo/Foro Palatino (6.408.852), gli Scavi di Pompei (3.283.740); gli Uffizi (2.010.631), le Gallerie dell’Accademia di Firenze (1.461.185), Castel S.Angelo (1.234.443), la Venaria Reale (1.012.033), il Circuito Museale Boboli e Argenti (881.463), il Museo Egizio di Torino (852.095), la Reggia di Caserta (683.070) e la Galleria Borghese (527.937). Tra i primi dieci siti, il miglior salto è della Venaria Reale (+71%), passata dall’ottavo al sesto posto grazie a una serie di eventi ben comunicati con una buona campagna pubblicitaria. Il risultato è un numero di visitatori che è ben superiore all’ancor più bella e sicuramente più importante Reggia di Caserta (+37%), la quale pure ha guadagnato una posizione. Lo scarto, di fatto, è passato da 58.149 a 328.963 visitatori a favore della Venaria.
Nelle retrovie, incalzano la top-10 il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, passato dal 14simo all’11esimo posto, e la Villa d’Este a Tivoli. Resta ancora attardato l’importante Museo di Capodimonte a Napoli, coi suoi problemi logistici e fuori dalla top-30 nonostante il +33% di visitatori. Del complesso napoletano primeggia il Parco, che, tra i luoghi della cultura gratuiti, si conferma secondo solo al Pantheon di Roma.
Nei dati non sono riportati il risultati di Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, regioni a statuto speciale (ma lo sono anche la Sardegna e il Friuli V.G.) che gestiscono autonomamente i beni culturali.
Notizie dunque positive, ma è bene ampliare lo sguardo almeno all’Europa e chiarire che i nostri musei e siti culturali, nonostante la crescita, non attirano come altri giganti dell’esposizione internazionale. Se storniamo Colosseo e Pompei, che non sono propriamente dei musei, il primo tale, ossia gli Uffizi, con i suoi 2 milioni di visitatori, è lontano dal Louvre (circa 9 milioni di ingressi), dal British Museum (6,7), dalla National Gallery (6,4) e pure dai Musei Vaticani (6,2), che non appartengono allo Stato italiano.

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Nella ‘Dama con l’ermellino’ un simbolo del prestigio rinascimentale di Napoli

Angelo Forgione L’unione tra Napoli e Milano del secondo Quattrocento, cioè tra gli aragonesi e gli Sforza, fruttò a Ludovico il Moro la nomina a duca di Bari per volontà di Ferrante Re di Napoli, il quale poté beneficiare dell’appoggio milanese per arginare la congiura dei più influenti baroni del suo regno, intenzionati ad arrestare l’opera di modernizzazione anti-feudale dello Stato napoletano. Il sostegno ricevuto dall’alleato lombardo fu premiato con il conferimento a Ludovico del prestigioso collare dell’Ordine dell’Ermellino, altissima onorificenza nobiliare napoletana istituita proprio da Ferrante alcuni anni prima. Il Moro ambiva a quella decorazione, già assegnata in passato a importanti uomini di corona, perché desideroso di essere riconosciuto Duca di Milano al posto del nipote, Gian Galezzo Sforza, il legittimo Dux Mediolani. Per celebrare la prestigiosa nobilitazione, il Moro commissionò a Leonardo da Vinci il dipinto della Dama con l’ermellino, raffigurante probabilmente la nobildonna milanese Cecilia Gallerani, sua amante, col selvatico animale in grembo, pure simbolo di purezza.
In nome del legame politico Napoli-Milano, a Gian Galezzo Sforza fu data in sposa Isabella d’Aragona, nipote di Ferrante (e presunta Gioconda secondo la storica tedesca Maike Vogt-Lüerssen). Ma quando la giovane napoletana si trasferì a Milano trovò l’autoritario Ludovico a usurpare il ruolo ducale di Gian Galeazzo, costringendo la coppia a trasferirsi a Pavia e pregiudicando l’alleanza tra Napoli e Milano. Isabella richiese l’intervento di nonno Ferrante, che finì col revocare il collare dell’Ordine dell’Ermellino e a rompere l’unione col ducato lombardo.

Nell’immagine: a sinistra il dipinto di Leonardo esposto al castello del Wawel di Cracovia; a destra il busto di Ferrante con il collare dell’Ordine dell’Ermellino, esposto al Museo di Capodimonte di Napoli.

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Il controverso prestito di tesori napoletani a Comacchio

Angelo Forgione  Una strana storia. Due città candidate al ruolo di “capitale italiana della cultura 2018”. La napoletana Ercolano e l’estense Comacchio. Il titolo è una bella invenzione del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, anch’egli estense, e dà l’opportunità di promuovere annualmente un territorio, attribuendogli anche un contributo ministeriale di un milione di euro e l’esclusione dal patto di stabilità delle spese per gli investimenti necessari per realizzare le iniziative previste per l’anno di investitura. Il fatto è che per ottenere il riconoscimento bisogna mettere in campo diverse iniziative culturali che rendano il territorio vivo e lo dotino di un’offerta di un certo interesse. Accade allora che l’assessorato alla Cultura del Comune di Comacchio inizi a lavorare per rafforzare la candidatura, e concepisca l’idea di chiedere aiuto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che è il più importante museo al mondo di antichità classiche e ospita l’immenso patrimonio di reperti provenienti dagli scavi vesuviani, tra cui anche quelli di Ercolano, che è città in competizione per la gara del MiBACT. La proposta è quella di esporre, lungo un periodo di due anni e forse più, alcuni reperti archeologici custoditi nei depositi dell’importante museo napoletano nel nascente Museo Delta Antico di Comacchio, che aprirà i battenti nella primavera 2017, in modo da promuovere il nuovo spazio espositivo e proiettarlo immediatamente nei circuiti museali internazionali. Cosa normale, visto che le mostre itineranti e i prestiti museali sono prassi. Il direttore del Museo Archeologico di Napoli, Paolo Giulierini, archeologo toscano specializzato in etruscologia, nominato da Franceschini, accoglie la proposta e pure il sindaco di Comacchio, accompagnato dall’assessore competente, per firmare un protocollo d’intesa che rende partner il Museo Delta Antico.

Alcune domande, però, sorgono spontaneamente. Siamo proprio sicuri che sia questo il modo giusto per promuovere i tesori di Napoli, visto che i tour-operator internazionali ignorano la città e indirizzano i turisti stranieri da Roma in su? Possibile che Napoli debba tenere parte dei suoi tesori negli scantinati museali mentre il mondo fa a gara per mostrarli? Possibile che l’enorme palazzo Fuga, l’Albergo dei Poveri, resti un eterno incompiuto e non possa essere reso invece un spazio espositivo, come propone ad esempio l’associazione Ram – Rinascita Artistica del Mezzogiorno? Possibile che Napoli dissemini cultura nell’avamposto ferrarese e la concorrente Ercolano, ma anche l’altra candidata Caserta, restino a guardare?
Il sindaco di Ercolano, Ciro Bonajuto, pur non essendo contrario alla promozione dei tesori, lamenta il silenzio della Soprintendenza alla richiesta di strutture espositive, che starebbe invece approntando uno sponsor privato per far sì che sia la cittadina vesuviana il naturale approdo espositivo di quanto conservato negli depositi dei ricchi musei napoletani.

Esposto a Parigi il presunto Caravaggio napoletano ritrovato

caravaggio_napoletanoAngelo Forgione Un’abitazione di contadini di Tolosa perde acqua e la riparazione porta alla luce un dipinto del Seicento perfettamente conservato, nascosto nell’intercapedine del sottotetto. È accaduto nel 2014 ma solo ora il quadro è stato mostrato alla stampa, per la prima volta, a Parigi. Potrebbe trattarsi dell’opera Giuditta che decapita Oloferne dipinta a Napoli dal Caravaggio nel 1604 e poi andata dispersa. In attesa delle perizie che potrebbero portare all’attribuzione, il Ministero della Cultura francese ha disposto che la tela non esca dal territorio nazionale. Se dovesse essere del Merisi, potrebbe avere un valore di 120 milioni di euro.
L’attribuzione sarebbe confermata da una copia dell’epoca realizzata da Louis Finson, appartenente alla collezione del Banco di Napoli ed esposta a Palazzo Zevallos di Stigliano a Napoli. L’esistenza dell’originale sarebbe nominata proprio nel testamento del pittore fiammingo, nato a Bruges e morto ad Amsterdam, che trascorse alcuni anni a Napoli e fu amico stretto del Caravaggio.
Ma come è andato disperso il quadro napoletano del grande artista lombardo? Il Merisi dipinse la prima Giuditta che decapita Oloferne a Roma nel 1602, oggi conservata a Palazzo Barberini. Nel 1606 scappò dai territori vaticani per un omicidio commesso e approdò a Napoli. Qui si perfezionò frequentando le accademie scientifiche napoletane, le uniche che approfondivano segretamente le conoscenze anatomiche proibite dalla Chiesa. Caravaggio produsse molte opere in città e fecondò la pittura barocca del Seicento. Nel 1607 dipinse nuovamente la Giuditta che decapita Oloferne, nella versione napoletana. Poco dopo partì per Malta e lasciò delle opere ai suoi amici nordici Louis Finson e Abraham Vinck, pittori, anche loro interessati alla pittura locale. Uno di quei dipinti era proprio la Giuditta che decapita Oloferne. Tornando da Malta, Caravaggio ripassò per Napoli, dove apprese di aver avuto la grazia dal Papa, cosa che gli consentiva di rientrare a Roma. Prese alcuni quadri da donare al Pontefice e affidò ai suoi amici pittori a Napoli alcune opere da conservare, tra cui Giuditta e Oloferne, che avrebbe ritirato tornando in seguito a Napoli. Ma a Napoli non sarebbe più tornato e quelle opere non le avrebbe mai riprese. Finson realizzò una copia del dipinto sicuramente non prima del 1607, a Napoli, e poi lasciò la città, portandosi via i quadri del Caravaggio. ormai morto. Da allora del Giuditta e Oloferne si persero le tracce.
Nel 1957, dalla collezione del Banco di napoli, spuntò la copia del dipinto di Finson, oggi in mostra a Palazzo Zevallos di Stigliano. E poi, nel 2014, il ritrovamento di Tolosa.
Per Nicola Spinosa, grande esperto d’arte, di pittura napoletana e di Caravaggio (ex soprintendente del Polo Museale di Napoli), nel quadro ritrovato a Tolosa è evidente la mano del Merisi. C’è invece chi ritiene che non si tratti affatto di Caravaggio, come Daniele Radini Tedeschi, altro specialista del Merisi, che la accosta più ai suoi discepoli napoletani per via di una marcata impronta satirica. In ogni caso, il dipinto potrebbe appartenere a Napoli, dove fu fecondata la pittura del Seicento e dove, a differenza di altre città, gli artisti avevano la possibilità di migliorare le conoscenze anatomiche. Se la provenienza partenopea fosse accertata, sarebbe auspicabile che il Governo italiano si attivi affinché l’opera sia restituita a Napoli (già spogliata di opere d’arte da giacobini e napoleonidi). Caravaggio o epigono che sia.

Renzi là dove gli italiani spararono sui napoletani: «tornare orgogliosi di far parte dell’Italia»

Angelo Forgione Certo che è proprio strana l’Italia. Oggi la guida un fiorentino di mezz’età che prima taglia risorse al Sud e poi, con buone parole, predica il riscatto nazionale; che invita gli italiani a «tornare ad essere innamorati di un Paese che nel mondo è stato famoso per la sua storia»; che chiede di essere supportato nella partita del turismo, inteso come «elemento di cultura politica e di orgoglio nazionale». È una strategia condivisibile quella di Matteo Renzi, se di strategia si trattasse e di non sola propaganda. Lo vedremo in futuro, ma intanto è necessario che il leader del Governo nazionale si prepari meglio, ora che esercita una certa presenza sui vari territori. «Il museo, due secoli fa – ha detto Renzi a Portici (nel video al minuto 5:58) – era una delle tappe del Grand Tour. C’era una élite che studiava per mesi e che sapeva che doveva fare Venezia, Firenze e Roma, e che se non si faceva non era un pezzo della formazione […]». Cancellate Napoli, patria del  Neoclassicismo, e la Sicilia dalle tappe del viaggio sette-ottocentesco. È così che si parla di turismo alla platea napoletana di Pietrarsa.
Ascolti il premier confermare che Napoli non la conosceva, e ora la conosce perché i suoi viaggi istituzionali lo hanno condotto a scoprire le sue bellezze. Dopo la prima volta agli scavi di Pompei e alla Reggia di Caserta, è stata la volta della prima volta al Museo nazionale e parco di Capodimonte e al Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa. E proprio da lì, chiudendo gli Stati generali del Turismo, il Primo Ministro ha affermato che «Napoli e tutto il Paese devono tornare a sentire orgoglio di far parte dell’Italia». Sì, proprio da lì, luogo simbolo di una Napoli produttiva piegata e della colonizzazione meridionale, lì dove venivano costruite locomotive, rotaie, caldaie per navi e tutto quello che serviva per il primo sviluppo industriale dell’antico Regno del Sud, interrotto a tavolino dalle politiche del Regno d’Italia, che non esitò ad armare bersaglieri, carabinieri e guardia nazionale per sparare sugli operai in rivolta mentre difendevano la propria fabbrica e il proprio lavoro. Se Renzi, nel suo discorso, avesse chiesto scusa ai napoletani, per quella e per altre ferite sempre aperte, forse sarebbe apparsa meno lunga la strada per ricongiungerli al comune sentimento nazionale, ammesso che esista. Già, perché l’orgoglio partenopeo è realtà sempre crescente, e viene prima d’ogni cosa, ma l’orgoglio italiano di cui parla Renzi non esiste e mai è esistito.
«Dev’essere un pezzo dell’orgoglio della mia identità sapere che se sono nato a Firenze, a Napoli o in alti posti del nostro Paese. Questa realtà fa parte del nostro DNA», ha aggiunto Renzi. Giusto, giustissimo, perché proprio questo significa essere culturalmente unitaristi. Riconoscere la cultura dei grandi centri storici dello Stivale è il primo passo per provare a costruire l’identità nazionale mai esistita (altro che “tornare” ad esser orgogliosi; NdR), che non può essere quella proposta ancora oggi con ostinazione, un retaggio della cultura massonica post-risorgimentale, che prevedeva l’affermazione di una romanzata Storia Patria di tutti, riempita di un tronfio spirito dei miti fondanti della Nazione e delle battaglie che avevano condotto all’indipendenza. L’istruzione fu nel 1861 la prima cura della nuova Italia tutt’una, col preciso intento di annientare le culture locali e affermarne una sola, di fatto inventata, che era piemontese e non apparteneva che al Piemonte. Ancora oggi siamo tutti, da Bolzano a Pantelleria, “vigilati” da statue, busti e toponimi dei ladri della Patria. Ogni zona della Penisola ha invece la sua cultura, in modo più eterogeneo che in ogni altro paese del mondo. Bisognerebbe lasciare ad ogni territorio la rivendicazione della propria identità, riconoscendola. Soprattutto in ottica turistica, che è un’ottica settentrionalista, come conferma lo stesso Renzi con la sua riflessione sul Grand Tour di un tempo. E lo confermano persino i souvenir che in certe zone d’Italia si vendono ai viaggiatori, spesso stranieri. ombrelloApri un ombrello con l’Italia turistica vista dai toscani: Firenze, Pisa, Siena, Roma, Venezia e Milano. Il Sud sparisce completamente. Niente Napoli e Palermo, Lecce o Catania, ma due volte raffigurate Firenze e Pisa. Anche così si capisce perché il premier fiorentino Renzi, solo per compiti istituzionali, sia sceso per le sue “prime volte” nei luoghi delle meraviglie di Napoli.