Juventus-Napoli, un film già visto e che rivedremo ancora

Angelo Forgione Non mi ha affatto stupito l’atteggiamento dell’arbitro di Juventus-Napoli di Coppa Italia, tipico di chi vuol fare carriera e, per riuscirvi, non può contrariare il potere. Credetemi, ma credetemi davvero… scrivere un libro paradigmatico dei circa 120 anni di calcio marcio d’Italia ti fa vedere tutto il passato ma anche tutto il futuro, anche se non c’eri, anche se non ci sarai. E quando ci sei, sorridi amaramente.
Ieri, in quell’azione di gioco tra le due aree di rigore, si è assistito alla replica di un film già visto, un classico che sarà replicato anche prossimamente. Certo, il servilismo degli arbitri verso la Juventus è sempre latente, a volte manifesto, e l’ “ajutino” viene fuori puntualmente quando un Valeri in versione Ceccarini 1998 fischia rigore per i bianconeri (che non c’è, palla deviata da Reina) dopo un rigore non fischiato per gli azzurri (dubbio). Si tratta di un fischietto evidentemente mediocre che non ha visto la spinta da rigore di Strinic su Dybala, perché se l’avesse vista non ci avrebbe pensato un secondo.
Polemiche sulla Rai? Non sono il vero problema, e non si può neanche ignorare che la tivù di Stato sia espressione di una Nazione che tollera i cori razzisti e chiude i settori degli stadi, limitando la “libera” circolazione degli individui, non sapendo risolvere nessuno dei suoi problemi. Attenzione a limitare l’ottica alla superficialità del calcio. Le criticità sono ben più profonde.
E però, il Napoli non è entrato in campo nella ripresa. E se ti fai sorprendere da rimessa laterale… e se il tuo portiere fa l’assenteista del Loreto Mare… e se lasci due uomini ripartire sul tuo corner, non puoi che perdere la partita, come a Madrid.
Solito calcio italiano, non vale la pena arrabbiarsi. E sbaglia il Napoli per primo a farlo. Reagire vincendo!

Roberto Mancini e il bigottismo che non incanta

Angelo Forgione Maurizio Sarri dà del “finocchio” a Roberto Mancini, e finisce in squallida rissa verbale una partita di Coppa Italia tra due delle prime tre squadre del campionato. L’allenatore azzurro ha sbagliato e ha compiuto metà del suo dovere chiedendo scusa. Ciò detto, ‪‎Mancini‬, l’immenso Mancini che mi deliziava quando era calciatore, ha esagerato nel non accettarle per poi correre ad avvelenare i microfoni, alzando un polverone. Il Calcio non ha bisogno di certe tensioni. Razzismo confuso con omofobia, ma fu proprio il Mancio colui che definì «semplici sfottò» i cori e gli striscioni razzisti riservati ai napoletani durante il match Inter-Napoli del 7 Ottobre 2007 (“napoletani tubercolosi”, “colerosi”, etc.), e che incolpò i giornalisti: «iniziate a non farli vedere quegli striscioni. Siete dei falsi moralisti!», mentre il collega sull’altra panchina milanese Carlo Ancelotti lo stigmatizzava. Falso moralista è lui; ed è lui, più pericoloso del Sarri pentito, che nel Calcio avvelenato d’Italia, già abbondantemente disgustoso, non ci può stare.
Altro che lezioni britanniche! Bigottismo eletto a modello sportivo, utile magari a destabilizzare l’ambiente della capolista, in cui tutto, fin qui, è proceduto inaspettatamente a gonfie vele! Non ci caschi il Napoli! Mi è crollato un idolo della mia adolescenza, che già vacillava da quel 7 ottobre 2007.

E ora la Juventus sponsorizza la discriminazione territoriale: “purifica lo spirito!”

agnelli_unescoAngelo Forgione Con ancora sullo sfondo lo sdegno per il classico “accanimento” dei tifosi veronesi contro i napoletani, il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, ha rinnovato la partnership con l’Unesco contro ogni tipo di discriminazione, intervenendo a Parigi, nella sede dell’Organizzazione internazionale, a margine della presentazione della ricerca Colour? What Colour?, uno studio finanziato dal club bianconero che analizza la connessione tra fenomeni di discriminazione e contrasto all’inclusione a livello internazionale in relazione allo sport.
Iniziativa lodevole, se non fosse che è sovvenzionata da una società sportiva, ironia del caso in bianco e nero, non propriamente candida in tema di discriminazioni, ribelle nei confronti della giustizia sportiva in tempo di squalifica dei settori dello ‘Juventus Stadium’ per cori di discriminazione territoriale nei confronti dei napoletani; muta e priva di parole di condanna allorché un giornalista della sede Rai di Torino [Giampiero Amandola] finì nell’occhio del ciclone per aver spalleggiato la discriminazione, sempre nei confronti dei napoletani, di alcuni tifosi bianconeri all’esterno del proprio stadio, mentre la redazione di riferimento chiedeva scusa ai napoletani e agli italiani. Può questo club fare da guida nella lotta al razzismo?
È chiara da tempo la posizione del presidente Andrea Agnelli circa la “discriminazione territoriale”, che in Italia equivale a dire cori contro la dignità dei napoletani. Il patron juventino, un anno fa, si disse infastidito dalle sanzioni applicate “che puniscono a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura”. Con certe premesse, non poteva essere differente l’indicazione di massima dettata dallo studio finanziato dalla Juventus, che, seguendo le esternazioni del rampollo Agnelli, invita ad avere “un po’ di tolleranza nei confronti degli sfottò di discriminazione territoriale, accettabile fin quando non si riversa o non rispecchia reali discriminazioni nella società”. Come se lo stadio fosse una zona franca frequentata da mandrie di bestie e non un luogo di aggregazione sociale dove si estrinseca la psicologia collettiva delle folle, ovvero il luogo comune e quindi l’ignoranza (nella ricerca si legge che “gli stadi sono separati ermeticamente dai luoghi circostanti e voltano le spalle alle altre attività che hanno luogo in città. Questa tipo di configurazione produce un contesto in cui le regole “normali” della vita sociale cessano di valere”); come se certi cori non siano emanazione nel tempo e nel pensiero di vergognose pagine di storia italiana fatta di discriminazione nei confronti dei meridionali scritte nella Torino dell’automobile, con infami cartelli affissi ai portoni dei palazzi e articoli della stampa locale ad alimentare pregiudizi sui lavoratori immigrati che contribuivano alla crescita locale e alla realizzazione del miracolo economico italiano.
Con la ricerca appena presentata, il cui sottotitolo è “Relazione sulla lotta contro la discriminazione e il razzismo nel calcio”, la Juventus si impegna alla lotta contro il razzismo e pure contro il concetto di discriminazione territoriale. A leggerla per intero ci si imbatte, a pagina 60, nell’analisi del problema interno italiano, leggasi accanimento standardizzato e mascherato contro Napoli. E si entra così nel paradosso di un’analisi assolutoria che sembra proprio essere figlia del pensiero di Andrea Agnelli:

[…] Questo concetto particolarmente controverso viene utilizzato soprattutto in Italia per gli insulti di natura xenofoba fra il Nord e il Sud del Paese […].
[…] L’idea che il campanilismo, il quale racchiude una forma secolare di orgoglio e rivalità locale fra città e regioni, sia semplicemente parte dell’eredità culturale italiana e pertanto non dissociabile dal calcio è condivisa in modo praticamente unanime, anche da coloro che lo avversano.
[…] Le rivalità calcistiche basate sulla storia locale e regionale abbondano ovunque e si possono considerare realmente “il sale” del gioco.

Fatta tale premessa, che tende già ad esprime un giudizio sull’inesistenza di ideologia razzista, l’analisi prosegue tentando di affermare la tesi assolutoria:

[…] Un criterio iniziale è l’esistenza (o meno) di una discriminazione istituzionalizzata. Ad esempio, gli insulti nei confronti di un territorio chiaramente svantaggiato dallo Stato, o abitato da una minoranza che non ha gli stessi diritti di altri cittadini, sono chiaramente discriminatori.
Un secondo criterio consiste nel verificare se un determinato territorio è sistematicamente attaccato rispetto a un altro. Ad esempio, se i tifosi di tutti i club di un campionato attaccano lo stesso territorio (supponiamo il “Sud”), allora il Sud è chiaramente più discriminato, più di quanto non accadrebbe se il Sud attaccasse normalmente le squadre del Nord, Est e Ovest e i tifosi di queste ultime si attaccassero fra loro.
Nel primo caso, si parla di azioni basate su un’ideologia e pertanto chiaramente di natura razzista e discriminatoria. Nel secondo caso, l’utilizzo di cliché e stereotipi deriva dalla logica del gioco stesso ed è alimentato da pura stupidità, crassa ignoranza o eccessivo umorismo, ma non da un’ideologia […]

Lo studio non arriva a una sentenza, pur contenendola tra le righe, ma invita tuttavia a tollerare il fenomeno piuttosto che combatterlo.

[…] Il fenomeno della discriminazione territoriale resta di difficile soluzione. Le opinioni su come contrastarlo divergono sensibilmente.
[…] In conclusione, la decisione più saggia sulla discriminazione territoriale consiste forse nel tollerare, temporaneamente, queste forme tradizionali di insulto catartico non rivolto contro minoranze soggette a varie forme di esclusione. Allo stesso tempo, le situazioni variano significativamente da una cultura regionale/nazionale all’altra, il che impedisce di trovare una soluzione universale a questa specifica questione […]

“Insulto catartico”, cioè purificatorio. Così è definita la discriminazione territoriale. Da tutto ciò non si può non percepire una volontà partigiana di spegnere le accuse di razzismo alle tifoserie delle squadre del Nord che attaccano Napoli, in particolar modo, e il Sud. Un tentativo promosso proprio da un club rappresentativo del Nord, nella cui curva si annidano non solo torinesi e piemontesi ma persone originarie di tutte le zone d’Italia e che, per questo, dovrebbe rappresentare un modello di integrazione etnica, e invece fa tutt’altro. Un club che farebbe meglio a guardare in casa propria e a guardarsi allo specchio prima di analizzare l’intero contesto dal punto di vista sociologico. Un club che ha influenzato il costume, così come la sua proprietà, e che ora cerca di influenzare anche il pensiero.

scarica il documento pdf Colour? What Colour?

Tutta l’ignoranza d’Italia nella domenica del pallone

bandiera_francia_veronaAngelo Forgione Verona-Napoli la portano a casa gli azzurri. Una partita in cui si è specchiato un Paese che nel proprio campionato impone la bandiera francese in bella mostra e l’ascolto de “la Marsigliese”, in segno di solidarietà per le morti di Parigi. Giusto e sacrosanto commemorare delle vittime innocenti, ma quando ciò avviene solo in ricordo di un popolo e non di tutti quelli coinvolti in luttuosi eventi si finisce per esprimere un messaggio politico. Avremmo preferito la bandiera multicolore della pace e l’esecuzione di Imagine di John Lennon, ma evidentemente il cocchiere guida il carrozzone in una strada a senso unico. A Verona, poi, non per colpa degli innocenti ragazzini deputati a mostrarla, è venuto fuori persino un tricolore francese ribaltato (che nei paesi del Commonwealth significa arrendevolezza) e nessuno dei commissari di Lega ha pensato di far rettificare il senso. Sugli spalti, appena terminata l’ultima nota dell’inno di Francia sono ripresi i cori razzisti contro Napoli, e tutti a sdegnarsi, a partire da Paolo Condò su Sky, la cui denuncia veniva condivisa da Ilaria D’Amico. Ma ci vogliamo forse stupire per l’ipocrisia nazionale e per l’incoerenza dei tifosi del Verona, da sempre eccessivamente animosi nei confronti dei napoletani? Non un comportamento diverso dal solito, e certamente non peggiore di quello avuto dai bolognesi il 31 maggio 2013, durante Italia – San Marino, partita dedicata alla lotta al razzismo, quando intonarono a sproposito “stonati” cori contro il popolo partenopeo.
insigne_veronaSul campo del ‘Bentegodi’, il più bersagliato è stato, neanche a dirlo, il napoletanissimo Lorenzo Insigne. E proprio lui ha infilato il primo pertugio aperto nella difesa gialloblu, ha baciato più volte la maglia azzurra all’altezza dello stemma, è corso ad abbracciare il napoletano-toscano Sarri ed è stato travolto dai napoletani dello staff, a partire dal medico sociale De Nicola, passando per il massaggiatore Di Lullo, per finire con il magazziniere Tommaso Starace, lo stesso di trent’anni fa, quando fu Maradona a fargli giustizia sullo stesso campo. Lorenzo ha dedicato il goal alla sua città e la sua rivalsa da scudetto è finita in copertina, con più risalto di quanto non ne ebbe lui stesso due stagioni fa e, in Serie B, l’ex compagno di squadra a Pescara Ciro Immobile, che le offese dei veronesi se la legò al dito, così come l’altro conterraneo Aniello Cutolo, che restituì i ceffoni al ‘Bentegodi’ con tutto Mandorlini.
La domenica calcistica è finita come era iniziata. Nello stesso stadio in cui, nel 2007, fu sonoramente fischiato l’inno di Francia, a dieci minuti dal termine di Inter-Frosinone, con i padroni di casa in gloria, i tifosi nerazzurri si sono proiettati allo scontro al vertice di lunedì 30 al ‘San Paolo’ e hanno pensato bene di vomitare il loro repertorio razzista all’indirizzo dei napoletani. Tanto per non farsi mancare nulla.
Bandiere rovesciate, ipocrisie e scontri territoriali; questo è lo spettacolo che va in scena sui palcoscenici della Serie A. Non c’è affatto da meravigliarsi. Lo faccia chi non sa che l’Italia è un paese profondamente ignorante – tra i primi al mondo per odio razziale – che ignora la reale connotazione dei fenomeni immigratori e li rende negativi anche quando non lo sono. Insomma, Italia regno dei pregiudizi. C’è qualcuno – la Ipsos Mori in Gran Bretagna – che qualche tempo fa si è preoccupato di certificare il dato con una ricerca in 14 paesi del mondo con cui si evince che gli italiani hanno la più scarsa conoscenza di temi di pubblico interesse ed esprimono giudizi e sentimenti dalle deboli fondamenta. Insomma, italiani tutt’altro che brava gente. E allora non stupiamoci del razzismo negli stadi e nemmeno degli inciampi del presidente della FIGC Carlo Tavecchio. Ce lo meritiamo.

L’ipocrisia di Tavecchio e della giustizia sportiva

Angelo Forgione Cori dal 1′ al 90′ contro Napoli. Striscioni offensivi nei riguardi di Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, accusata di lucrare sulla morte del figlio. Allo stadio Olimpico di Roma è andata in scena una nuova vergogna, e a nulla è servito il comportamento esemplare dei napoletani nel corso della partita di andata. Lasciamo stare che dal libro scritto la signora Leardi non caverà un euro e devolverà tutto in beneficenza (come in passato a beneficio del ‘Gemelli’ di Roma). Lo striscione più indecente è quello che recitava “Daniele con noi”, come a dichiararsi tutti idealmente solidali a un accusato di omicidio in quella curva giallorossa.
I romanisti non solo non si sentono colpevoli dell’omicidio di Ciro Esposito, dimenticando quanto odio razzista vomitano nei confronti dei napoletani anche quando non c’è il Napoli di scena nella capitale. Eppure l’Olimpico è l’unico stadio d’Italia che, in regime di squalifiche dei settori, ha subito la chiusura non solo delle curve ma anche delle tribune. Neanche la Roma, nel suo comunicato ufficiale, si è degnata di stigmatizzare il comportamento dei suoi tifosi fascisti, ma questo fa parte del teatrino. Come dello stesso teatrino fa parte l’atteggiamento del presidente della FIGC Carlo Tavecchio, che si è detto sorpreso per quanto accaduto e ha condannato il tutto annunciando l’interesse della Procura Federale, che non porterà a nulla. “Le partite del nostro campionato – ha detto Tavecchio – dovrebbero essere un luogo di gioia e non di insulto, per questo lavoriamo sulla trasmissione dei valori alla base del calcio: l’ignoranza e la violenza sono mali sociali che si estirpano con progetti comuni, di tutte le componenti sportive e politiche, oltre al contributo fondamentale dei media”. Parole vuote di un massimo dirigente federale inadeguato ed evidentemente già bruciato alla sua elezione, senza alcuna credibilità in tema di razzismo, artefice (per volontà altrui) della modifica con effetto immediato, alla sua elezione, dei rognosi articoli 11 e 12 del Codice di Giustizia Sportivo relativi alla chiusura dei settori per “discriminazione territoriale”. Con le manovre estive, risultato raggiunto: niente sanzioni dure, niente dibattiti televisivi, niente indignazione e tanti cori e striscioni offensivi nel luogo del delitto. Tutto come prima, peggio di prima. Un’ipocrisia senza fine.
Sfugge ai più che la modifica dell’articolo 12 stabiliva l’applicazione di ammende, invece delle tanto contestate chiusure parziali degli stadi, ma, nei “casi più gravi”, permaneva al comma 6 l’obbligo di disputare partite a porte chiuse; casi “da valutare in modo particolare con riguardo alla recidiva”. In sostanza, restò in piedi almeno la “valutazione”, ovvero l’interpretazione da parte del giudice sportivo, però soggettiva e influenzabile dalle già rumorose pressioni esterne. Quello della vigilia di Pasqua non è forse un caso così grave da meritare la chiusura dell’Olimpico?

‘Discriminazione territoriale’: adeguamento all’Europa? Fu proprio l’UEFA a chiedere severità

Angelo Forgione Assordanti cori contro Napoli durante Lazio-Napoli di Coppa Italia, siamo alle solite. Il passo indietro della FIGC ha di nuovo reso possibile l’impunità. Il “castigo”, dopo la modifica degli articoli 11 e 12 del Codice di Giustizia Sportiva con cui è stata cancellata la chiusura dei settori responsabili di certi atteggiamenti, ricade esclusivamente sulle società, chiamate a pagare semplici multe senza rivalersi sui responsabili. Insomma, insultare Napoli si può, a pagamento dei non responsabili, ai quali una multa fa solo il solletico.
Il dietro-front sulla responsabilità oggettiva di Carlo Tavecchio, già apparecchiato al punto 2 del suo programma elettorale, fu ispirato in sede di candidatura dal suo gran sostenitore Galliani, con Lotito (proprio il presidente della Lazio) e di tutti i presidenti dei club più importanti a ruota, e ha autorizzato gli ultras a cantare vittoria nel braccio di ferro con le istituzioni del Calcio. Si è agito in direzione di una “armonizzazione a livello europeo della responsabilità oggettiva”. Falso, falsissimo, perché era stata proprio l’UEFA a chiedere severità alle varie federazioni. La FIGC fu allertata nella primavera 2013 da Platini e soci per la degenerazione degli eventi italiani, e dovette recepirne le nuove direttive, diramate il 23 maggio 2013 nel 37° Congresso Ordinario di Londra in cui il parlamento del Calcio europeo adottò la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo, con cui furono inasprite le pene per i casi associati agli eventi internazionali. Attraverso l’Articolo 14 del proprio Regolamento Disciplinare, furono vietate dall’organismo internazionale le forme di propaganda ideologica e introdotte punizioni severe, compresa la chiusura parziale o totale degli stadi, per i tifosi che avrebbero insultato la dignità umana per ragioni di razza e origine etnica.
Da Londra, l’UEFA pretese altrettanta severità da ogni federazione affiliata, chiedendo di impegnarsi per favorire l’adozione di identiche politiche sanzionatorie “in relazione alle manifestazioni nazionali”, lasciando cioè ad ognuna la libertà di allargare le tipologie di discriminazione in base alle diverse problematiche presenti nei vari paesi. In Scozia, ad esempio, la questione riguardava da sempre l’ambito religioso, diviso in presbiteriani, cattolici ed anglicani. In Italia il problema interessava la divisione interna e l’aggressione ideologico-territoriale verso i meridionali, ma de facto contro i napoletani. La FIGC si adeguò, credendo di essere in grado di vincere un’antica battaglia culturale. L’insulto alla dignità umana, non potendo (volendo) la FIGC considerarlo “razziale”, fu rubricato come “discriminazione per origine territoriale”. L’Articolo 11 del Codice di Giustizia Sportiva fu adeguato alla nuova normativa UEFA con un inasprimento delle sanzioni in materia di razzismo. Gli ispettori federali furono chiamati a non tapparsi più le orecchie per far scattare la tagliola della chiusura dei settori.
Dopo le prime sanzioni e le forti proteste delle società, incapaci di svincolarsi dal ricatto dei tifosi, fu ben presto scardinata la certezza della punizione dall’intervento di Galliani. Risultato: modifica all’applicazione della norma e introduzione da parte del Consiglio Federale della ‘sospensione condizionale’, una sorta di ammonizione per le società, le cui pene sarebbero state congelate per un anno solare e applicate in modo cumulativo solo nel caso in cui i loro supporters, nel periodo interessato, si fossero resi responsabili di una seconda violazione. L’intento era quello di ridurre il rischio di chiusura parziale degli stadi, col subdolo presupposto che il Napoli sarebbe stato ospitato solo una volta l’anno da ciascuna società, ignorando però che la maleducazione dei tifosi più accesi si sarebbe manifestata anche in partite senza i partenopei di scena. Per rendere ancora più incerta l’applicazione della sanzione fu stabilito che il giudice sportivo, in caso di presenza del fenomeno, avrebbe dovuto valutarne l’entità e la capacità di raggiungere l’offeso. E su quali parametri? Tutto in modo discrezionale e soggettivo, quindi non verificabile e influenzabile da pressioni esterne. Infine, con l’elezione di Tavecchio al posto di Abete, la totale marcia indietro per conformarsi alle altre federazioni europee e “per evitare di sottoporre i club italiani a sanzioni superiori al resto dell’Europa”, come se dappertutto esistesse un problema interno come quello italiano e come se non fosse stata l’UEFA e chiedere severità, la stessa UEFA che ha squalificato Tavecchio per dichiarazioni di stampo razzista.

Thohir: «Napoli colera non è razzismo»

Angelo Forgione – Ancora una chiusura di settore di stadio per discriminazione territoriale: stavolta tocca alla curva dei tifosi dell’Inter restare chiusa per due turni a causa dei cori contro i napoletani. L’indonesiano Erick Thohir dissente e dice che “Napoli colera” non è razzismo perché non si parla di colore della pelle, e quindi, a suo dire, si tratterebbe di “diversità di cultura tra le città”. Per il patron dell’Inter, evidentemente, offendere e denigrare un popolo non è razzismo e le discriminazioni sono da catalogare in base al colore della pelle. Finché pioveranno simili giustificazioni e proteste di dirigenti e di certi giornalisti non se ne verrà fuori.