Un congresso per la cultura di Napoli a Capodimonte

Sarà certamente un appuntamento interessante quello previsto per sabato 8 aprile alla Reggia di Capodimonte. Con ingresso libero, presso l’auditorium del Museo, dalle ore 10:00, si terrà un “Congresso culturale meridionalista” a più voci, per analizzare le prospettive della storia, della cultura e dell’identità napoletana. Il dibattito, promosso dall’Associazione Compagnia dell’Aquila Bianca, impegnata nell’organizzazione di rievocazioni storiche e di eventi di valorizzazione dei luoghi del nostro patrimonio culturale, in collaborazione coi due maggiori Musei statali di Napoli e con l’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli, sarà finalizzato allo sviluppo turistico ed economico del territorio e all’ottimizzazione delle sue peculiarità.
Dopo il saluto del padrone di casa, il direttore del Museo di Capodimonte Sylvain Bellenger, la giornalista Simona Buonaura modererà il dibattito affidaro a: Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico Nazionale di Napoli; Gigi di Fiore, giornalista e scrittore; Roberto Cinquegrana, presidente della Real Cavallerizza di Napoli; Angelo Forgione, scrittore e giornalista pubblicista, e Vincenzo Laneri, responsabile rapporti istituzionali Aquila Bianca.
Sono attesi inoltre esponenti delle istituzioni e dell’informazione con i quali ci sarà un dialogo diretto affinché si possano indirizzare gli argomenti affrontati verso una concretizzazione. Sarà inoltre presentata ufficialmente la poesia “Io sono Napoletano” di Raffaele Moccia, letta dall’attore Patrizio Rispo.

Tra speranza e dannazione, perché Roberto Saviano divide

saviano_striscione

Angelo Forgione “La camorra e rinnegati non hanno nazionalità. Napoli ha bisogno d’amore, non di fango!!! Napoli nazione”. È il messaggio impresso su uno striscione dedicato a Roberto Saviano, a Napoli per presentare il suo La paranza dei bambini (Feltrinelli) tra centinaia di fan al rione Sanità. Messaggio chiaro. Lui, simbolo dei rinnegati, che nulla avrebbe di napoletano, come gli uomini del crimine. Dunque, lo scrittore di camorra come i camorristi, colpevoli di infangare Napoli e ammantarla d’odio. Forte affondo di stampo indipendentista, che Saviano ha commentato da facebook così:

Questo striscione campeggia a Napoli abbarbicato sul ponte della Sanità. Questo striscione lo ha messo lì chi odia Napoli. Perché fango non è raccontare, fango è uccidere, spaventare, terrorizzare, togliere speranza e azzerare ogni futuro possibile.

Accusa rispedita ai mittenti. Per Saviano sono i suoi contestatori a odiare Napoli.
L’autore del best-seller Gomorra gode di grandissimi apprezzamenti ma è anche vero che si sta allargando una schiera di chi, ad ogni sua uscita, soffre di fortissimi dolori di pancia. Il dibattito è delicato, delicatissimo, quantunque la semplificazione dello scenario riduca tutto alla disopprovazione dei sui libri e dei suoi temi, che raccontano al mondo del torbido sostrato della malavita campana. Non è questo il punto sul quale si è annodato lo scontro. La denuncia del Male è esercizio giusto, giustissimo, e il successo di Saviano, del resto, è nato proprio su questa. Gomorra ha il gran merito di aver reso letteratura fruibile ciò che i cronisti hanno precedentemente raccontato qua e là nel corso di tanti anni, di portare l’inchiesta in trincea sui comodini e di accendere i riflettori su un mondo conosciuto ma al tempo stesso indecifrabile. E ha acceso la speranza di poterlo combattere attraverso una più ampia condanna, una coscienza ben più diffusa. Era in realtà una falsa speranza, perché non sono i lettori sparsi nel mondo ad avere il potere di combattere la micro e macro criminalità italiana o a potervisi opporre, pur con tutto lo sdegno possibile. Dei mali bisogna parlare affinché si risolvano, e non era imputabile a Saviano – nessuno lo fece quando Gomorra sbancò in libreria – di gettare fango su Napoli, Caserta e la Campania tutta. Ma la lotta alla camorra non sembra aver fatto passi avanti dal 2006, anno di pubblicazione del romanzo, e sono anzi spuntati nuovi inquietanti fenomeni. Competeva e compete al cosiddetto Stato, ed è questo, solo questo, artefice di prospettive di soluzione, ammesso che vi sia la volontà di aprirle. È proprio così che Saviano, napoletano contro il Male di Napoli, con Gomorra sotto il braccio e sotto scorta, da solo a “lottare” contro il grande crimine, è diventato simbolo della lotta alla camorra, e la percezione del suo eroismo è cresciuta proporzionalmente all’incapacità dello Stato di estirpare un cancro nativo della Nazione, non di Napoli.
Dopo i libri e la speranza accesa, sono spuntati discutibilissimi film e ben confezionate serie-tivù. Alle varie stagioni televisive di Gomorra è in procinto di accodarsi anche la produzione di Zero Zero Zero, e non è difficile preconizzare un futuro in video per il fresco di stampa La paranza dei bambini. Tutto con incarichi di supervisione e diritti di autore. E nel frattempo hanno preso il sopravvento i consigli degli editori, che ormai sparano ben in vista il nome Saviano in copertina, a sovrastare i titoli dei suoi libri, ben consapevoli che di un autore-simbolo si venda il nome prima di ciò che scrive. È proprio con l’eccessiva spettacolarizzazione del Male che la denuncia di Saviano ha iniziato a perdere parte dei consensi. Non si tratta di idiosincrasia ai temi dei suoi libri ma di sdegno per il lucro su tutta l’industria che vi si è creata attorno, deteriorando oltremodo l’immagine di Napoli.
La reazione è umana. Traendo in diversi un grasso vantaggio dalla spettacolarizzazione del Male, la denuncia di Saviano sta perdendo forza persuasiva, e gli si imputa di non voler cambiare le cose, perché non converrebbe a molti. Lo scrittore, al contrario, continua a dare la rassicurante sensazione di voler accendere una luce, costi quel che costi, ma il suo nuovo libro è ancor più cupo, privo di speranza. Le baby-gang di cui narra le tristi gesta sono espressione di un fenomeno in forte ascesa negli ultimi anni, proprio quelli dei modelli imposti dalle serie-tivù a lui riconducibili. Ecco perché, per i suoi detrattori, Saviano non può più essere considerato un martire, non più emblema vivente di riscatto. A guardar bene le cose, non si può negare che il simbolo della lotta al malaffare sia diventato al tempo stesso icona della dannazione, in qualche modo emblema della marcescenza che denuncia, e abbia reso il luogo da cui estirpare il male esso stesso il Male inestirpabile. Questo è per molti Napoli oggi, non le sue eccellenze, che andrebbero esposte e non sottoposte alla dannazione imposta attraverso la spettacolarizzazione della camorra.
Ognuno può dare una personale risposta alla fatidica domanda: Saviano fa il bene o il male di Napoli? Certamente non rinfrancano alcune reazioni suscitate, per quanto stupide. Qualcuno, dopo una presentazione del nuovo libro a Milano, sulla fanpage facebook, ha scritto di Napoli come di “città priva di cultura” in cui non mettere mai piede da turista. Chiacchiere da social network ma anche spunto di riflessione.

saviano_commento

Simbolo della lotta alla camorra e icona di dannazione, è qui che ci si divide su Roberto Saviano, che ha compreso da tempo, attraverso i social network, di avere fedeli ammiratori e coriacei detrattori. Non si tratta di chi odia Napoli e neanche di camorristi, come qualcuno ha insinuato, ma – ne sono certo – di appassionati lettori della prima ora di Gomorra. In quel che ne è seguito si è lasciato il proscenio alla dannazione, che in realtà non regna. Questo è l’errore che paga lo Scrittore, il quale sta contribuendo a togliere la speranza da lui stesso accesa. Toccava davvero a uno scrittore farlo?

50 anni dopo, la maglia sbarrata che inaugurò la nuova SSC Napoli

kappa_napoli_sbarrata.jpgAngelo Forgione La seconda maglia del Napoli 2016/17, inaugurata con la cinquina d’agosto al Monaco, ci riporta alla divisa della stagione 1964/65, la prima con la denominazione Società Sportiva Calcio Napoli S.p.A., seguita alla precedente Associazione Calcio Napoli, già trasformazione dell’Internaples Foot-Ball Club 1922. Il cambio avvenne il 25 giugno del 1964, per arginare i grandi problemi economici del club. Achille Lauro non versò una lira per il capitale sociale ma ottenne il quaranta per cento delle azioni per i crediti vantati. Fu eletto presidente Roberto Fiore, dopo una serie di scontri e tentativi di ricreare addirittura un “nuovo” Napoli, il Napoli Football Club, per iniziativa di Giovanni Proto, consigliere comunale monarchico, ma il compagno di partito Lauro non lo seguì. Il dissidente, talmente adirato da strappare la tessera dell’Unione Monarchica e da dichiararsi indipendente in consiglio comunale, si associò con Carlo Del Gaudio e spostò gli interessi sul CRAL Cirio in Serie D, cambiandogli il nome in Internapoli.
napoli_2016_17La nuova SSC Napoli di Fiore (e Lauro) disputò il campionato 1964/65 di Serie B. La tradizionale maglia azzurra dell’AC Napoli fu messa in naftalina per privilegiare una scaramantica maglia sbarrata, ricalcata da quella del Bologna, che l’anno prima si era laureato campione d’Italia con una sbarra rossoblù. La maglia accompagnò la squadra, allenata da Bruno Pesaola, al secondo posto in cadetteria a suon di vittorie e alla promozione in A. L’anno seguente, il presidente Fiore mantenne la scaramantica bianca sbarrata, indossata dai nuovi acquisti Altafini e Sivori. Il neopromosso Napoli (in foto) chiuse la stagione 1965/66 al terzo posto, alle spalle di Inter e Bologna, e vinse il suo primo trofeo internazionale, la Coppa delle Alpi.
napoli_1965_66La maglia sbarrata cedette il posto alla tradizionale azzurra nella stagione 1966/67, restando però seconda divisa. La scaramanzia si esaurì nella stagione 1967/68, quando venne introdotta una seconda maglia rossa, in ricordo di quella indossata nella finale di Coppa Italia del 1962 disputata e vinta contro la Spal. La squadra partenopea aveva approntato una inconsueta maglia di colore rosso per non confondersi con la casacca bianco-azzurra dei ferraresi.
Una sartoria milanese ha realizzato nell’agosto 2015 una splendida riedizione vintage della maglia sbarrata di cinquant’anni fa, con stemma cucito recante serigrafia dei tre gigli capetingi borbonici.

Beppe Fiorello: «Gomorra non mostra l’altra Napoli!»

Angelo Forgione Roberto Saviano contro Beppe Fiorello. Non è una faida, certo, ma un’interessante polemica. Innescata dallo scrittore napoletano un paio di anni fa, con un articolo su l’Espresso in cui attaccò il buonismo della produzione televisiva italiana, puntando indirettamente il dito verso i ruoli interpretati dall’attore siciliano, che rispose difendendo il suo mestiere dalle generalizzazioni. Saviano, sempre più infastidito da certe critiche alla fiction Gomorra, è tornato recentemente sull’argomento, e ha alzato il tiro in un’intervista al Corriere in cui ha difeso la sua serie: “Napoli è una città che ha molteplici racconti. C’è anche Un posto al sole, e molte storie edificanti di poliziotti e magistrati nobili. Tutto questo esiste. Gomorra racconta il male dal punto di vista del male. Il bene non c’è, perché così sei costretto a misurarti con il male. Una particolare prospettiva dove lo Stato è solo una interferenza. Non c’è mediazione. Noi mostriamo l’infamia del potere. Questo è il mondo che osservo, e nessuno mi costringerà a edulcorarlo”. Che equivale a dire: chi vuole limitarsi al bene di Napoli guardi Un posto al Sole; Gomorra racconta esclusivamente il male.
Beppe Fiorello, sollecitato sull’argomento da Massimo Giannini a Ballarò, ha detto la sua, mostrandosi ancora distante dall’ottica gomorrista: «È una questione di messa a fuoco. Al mondo ci sono il bene e il male, e coesistono. Bisogna raccontare tutto, e io ho raccontato anche una Scampia diversa. Esiste anche un’altra Napoli!». Ed è questo il nocciolo della questione, anche perché Un posto al Sole non è mica tutto rose e fiori. Racconta di storie d’amore, di intrighi familiari, mostra scorci magnifici di Napoli e bellezze monumentali da urlo, ma narra anche di camorra, violenza, estorsioni e ricatti, e lo fa da sempre, cioè dal 1996, quando Saviano andava al liceo, ma con maggior insistenza negli ultimi anni. Una specie di effetto Gomorra anche sulla soap Rai, che evidentemente è costretta ad accontentare le influenze sul pubblico, ma sempre mischiando bene e male, raccontando luci e ombre di Napoli, con un’abbondante spruzzata di tematiche sociali universali come omosessualità, violenza sulle donne, disoccupazione giovanile e molto altro, e mettendo pure insieme personaggi di Napoli con altri di Milano e Torino, cioè unendo l’Italia. È questo il suo successo, il motivo per cui, con oltre quattromilacinquecento puntate alle spalle, ha battuto i record di ascolti e di durata della televisione italiana, ed è visto da Bolzano a Pantelleria. E perciò riesce ad attrarre anche turisti a Napoli, nei luoghi dell’arte e dei panorami, e a Riva Fiorita, dov’è Villa Volpicelli (Palazzo Palladini), senza suggestionare e impaurire, e senza deformare l’immagine cittadina. Il riferimento di Saviano non è felice, perché se Un posto al sole è il bene e il male da un punto di vista neutrale, Gomorra è, per stessa definizione dello scrittore, il male dal punto di vista del male. Gomorra ghettizza Napoli, al contrario di UPAS. Cattura spettatori anch’essa, ma non sviluppa alcuna visione globale della complessità partenopea e, lasciando spazio esclusivamente a una Napoli da evitare, non la mette a fuoco.
Nell’intervista al Corriere, Saviano si difende pure dagli attacchi di chi solleva il rischio di emulazione che possono innescare i personaggi negativi della fiction Sky. Di esempi se ne potrebbero fare diversi, fino all’ultimo caso di un trans aggredito da un branco urlante frasi della Serie. Sta di fatto che fu proprio l’autore, nel suo best-seller, a scrivere il capitolo Hollywood, in cui analizzava il pernicioso fenomeno degli scimmiottamenti dei film americani a tematica criminale da parte dei boss della camorra, dimostrando di sapere già all’epoca quale fosse il potenziale effetto di simili finzioni sceniche su chi, vivendo nel male, ha viscerale bisogno di prevaricare e dominare. Andare oltre la scrittura e passare alla cinematografia avrebbe dovuto comportare un’assunzione di responsabilità.

Roberto Mancini e il bigottismo che non incanta

Angelo Forgione Maurizio Sarri dà del “finocchio” a Roberto Mancini, e finisce in squallida rissa verbale una partita di Coppa Italia tra due delle prime tre squadre del campionato. L’allenatore azzurro ha sbagliato e ha compiuto metà del suo dovere chiedendo scusa. Ciò detto, ‪‎Mancini‬, l’immenso Mancini che mi deliziava quando era calciatore, ha esagerato nel non accettarle per poi correre ad avvelenare i microfoni, alzando un polverone. Il Calcio non ha bisogno di certe tensioni. Razzismo confuso con omofobia, ma fu proprio il Mancio colui che definì «semplici sfottò» i cori e gli striscioni razzisti riservati ai napoletani durante il match Inter-Napoli del 7 Ottobre 2007 (“napoletani tubercolosi”, “colerosi”, etc.), e che incolpò i giornalisti: «iniziate a non farli vedere quegli striscioni. Siete dei falsi moralisti!», mentre il collega sull’altra panchina milanese Carlo Ancelotti lo stigmatizzava. Falso moralista è lui; ed è lui, più pericoloso del Sarri pentito, che nel Calcio avvelenato d’Italia, già abbondantemente disgustoso, non ci può stare.
Altro che lezioni britanniche! Bigottismo eletto a modello sportivo, utile magari a destabilizzare l’ambiente della capolista, in cui tutto, fin qui, è proceduto inaspettatamente a gonfie vele! Non ci caschi il Napoli! Mi è crollato un idolo della mia adolescenza, che già vacillava da quel 7 ottobre 2007.

Arbore contro la “retorica televisiva” sul Sud che ammazza il Sud

Angelo Forgione Nell’immediato dopoguerra si erano già abbondantemente diffusi gli stereotipi sui meridionali alimentati nel primo periodo unitario del Paese. Qualcosa avrebbe potuto contribuire fortemente a cancellarli, ma, al contrario, li ingigantì enormemente. Quando nel dicembre 1955, alla vigilia di quel Natale, il segnale televisivo della Rai fu esteso a Napoli, raggiungendo il Sud, il giornalista calabrese Corrado Alvaro, con un bel po’ di illusoria speranza, scrisse:

La televisione nel Mezzogiorno è un elemento di prima importanza per l’unificazione del Paese: attraverso il nuovissimo mezzo, il Sud potrà sgombrare il terreno di molti pregiudizi contribuendo a dare finalmente un panorama completo non deformato della vita italiana.

In realtà, sin dalla sua nascita, è stata proprio la televisione ad amplificare la diffusione di un’immagine eccessivamente distorta delle problematiche meridionali. Come nel caso del colera, un evento che colpì Napoli nel 1973 e avviò, tra i tanti risvolti negativi causati da una cattiva informazione, anche la denigrazione negli stadi.
Oggi tocca fare i conti con la fotografia di un Sud mafioso, sdoganata da Gomorra e altre fiction affini. Proprio con questa nuova accezione della napoletanità, della sicilianità e della meridionalità in genere bisogna oggi fare i conti, e proprio contro Gomorra (pur senza citarla) e i diversi programmi impregnati di folklore e sottocultura se la prende Renzo Arbore, ospite a Tv Talk (Rai) di sabato 12 dicembre, definendo questa diversa interpretazione del Sud “la nuova retorica”, diversa da quella del mandolino, del sole e della pizza dei decenni passati. Una retorica che attira attenzione e che quindi frutta inserzionisti pubblicitari. Una retorica spinta, necessaria per l’innalzamento dell’audience, secondo il condivisibile pensiero dello showman foggiano.

«Io porto nel mondo un aspetto della Napoli capitale della cultura. Dietro la forzatura c’è l’audience. Se si parla della camorra (attraverso  Gomorra, ndr), il prodotto si vende in tutto il mondo e ne paghiamo le conseguenze noi [napoletani]… ci fa molto piacere sapere che siamo tutti camorristi».

Vecchioni: «Sicilia isola di m…, ma è provocazione d’amore». Poi elogi a Milano e brutte rassegnazioni

Angelo Forgione Una frase violenta incastonata in una riflessione ad ampio raggio può essere più forte del senso del discorso, e perciò strumentalizzata. Quella pronunciata da Roberto Vecchioni nell’aula magna della facoltà di Ingegneria di Palermo, secondo molti, ha offeso l’orgoglio siculo e meridionale. «Sicilia, sei un’isola di merda» ha scatenato furiose polemiche sui social network. Ma cosa intendeva dire il professore della canzone? L’audio integrale parla chiaro e va analizzato per intero.
Da 150 anni qui non succede nulla. Credete che sia qua soltanto per sviolinare? No, assolutamente. Arrivo dall’aeroporto e mi tirano dietro le uova. Entro in città e praticamente ci sono 400 su 200 persone senza casco. In tutti i posti ci sono tre file di macchine in mezzo alla strada, e si passa con fatica. Questo significa che tu non hai capito cos’è il senso dell’esistenza con gli altri. Non lo sai, non lo conosci. È inutile che ti mascheri dietro al fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta, sei un’isola di merda. La mia è una provocazione d’amore. La filosofia e la poesia antiche hanno insegnato cos’è la bellezza e la verità, la non paura degli altri, in Sicilia questo non c’è, c’è tutto il contrario. E mi sono chiesto, prima di arrivare qui, se dovevo dirle queste cose a voi ragazzi. Non avete idea di cosa sia la civiltà, la colpa è vostra! Volete sviolinate? No. Io non amo la Sicilia che rovina la sua intelligenza e la sua cultura, le sue coste; quando vado a vedere Selinunte, Segesta e altri posti di questo tipo non c’è nessuno a spiegarti cosa c’è da sapere. Non amo questa Sicilia che si butta via, che non si difende. Siete il popolo più intelligente, perché vi buttate via?

Fermarsi a questo servirebbe a spegnere le polemiche su una parola fuori posto in un discorso evidentemente condivisibile per tanti versi. Ma c’è dell’altro, e lo si ascolta in seguito, quando un ascoltatore protesta.
No, non si fa così. Poi se vieni a Milano ti spiego perché… anche perché Milano ha inventato per tutto il mondo una cosa per 25 milioni di persone [l’Expo] che manco per il cazzo poteva succedere in qualsiasi altra città d’italia, questo mettitelo in testa. E tu dirai “perché hanno più soldi?” No, non sono i soldi. È la volontà!

A questo punto interviene il moderatore, di fianco, a cercare di sedare la protesta. E dice qualcosa di veramente esecrabile (e contraddittorio):
 
Vecchioni è qui perchè ci vuole stimolare a prendere coscienza di un declino irreversibile che innegabilmente c’è in Sicilia e ad essere protagonisti del cambiamento.

È dunque forte la denuncia, e va accettata, ma non si tratta certo di “provocazione d’amore” per la Sicilia. È chiaro che di sentimento ci sia veramente poco e che il tutto sia ispirato da una certa tipica e presunta superiorità di stampo milanese da esportare al Sud retrogrado. C’è la beatificazione dell’Expo delle multinazionali, degli illeciti amministrativi e delle risorse per il Sud distratte per metterlo in piedi, e poi ripulito nella sua immagine con un evidente maquillage dall’alto. Sono stati proprio i soldi la volontà motrice dell’Expo, ma Vecchioni finge di non saperlo, come forse finge di non sapere da dove nasce il degrado meridionale.
La denuncia è corretta, perché quel Sud che offende la sua Cultura, la sua Storia e la sua Civiltà va condannato, ma ci sono ambienti e ambienti per il turpiloquio e per le offese, e in quel contesto, con quel linguaggio, Vecchioni ha fatto, purtroppo, danno soprattutto a se stesso più che alla Sicilia. Spero vivamente, per il suo passato, che il cantautore fosse un po’ su di giri, come due anni fa, quando gli fu ritirata la patente per guida in stato di ebrezza e provò a giustificare al giudice l’alto tasso alcolemico nel sangue con l’assunzione di uno sciroppo per la tosse a base di alcol.
Più delle parolacce usate in un’aula magna, però, ritengo più stonati gli elogi alla Milano che insegna e le parole del moderatore. Quando un cantautore meridionale andrà alla Bocconi a dire che la Lombardia è una m… perché è ancora la Tantentopoli irredenta degli anni Novanta capiremo la differenza tra vittimismo e legittima difesa. E non si può definire irreversibile il degrado, soprattutto se poi dopo chiedi ai siciliani di farsi protagonisti del cambiamento. E se proprio dobbiamo tirar fuori una frase dal contesto, condanniamo quella del siciliano, il primo da stigmatizzare per aver comunicato a studenti e non studenti la sua rassegnazione. Neanche quella è irreversibile.