Lady Macron: «Napoli è la città più bella del mondo»

Chiacchierata partenopea a La Radiazza (Radio Marte)
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Napoli e San Pietroburgo, un legame storico da ricordare nel dolore

Angelo Forgione Un mazzo di fiori ai piedi dei Cavalli Russi di Napoli. Così abbiamo voluto dimostrare la nostra vicinanza al popolo di San Pietroburgo, città che ha un legame speciale con Napoli, evidenziato proprio da quelli che vengono comunemente ed erroneamente chiamati “cavalli di bronzo”.
L’omaggio alle vittime dell’esplosione nella metropolitana di San Pietroburgo è stato promosso da La Radiazza (Radio Marte) di Gianni Simioli e dal consigliere regionale Francesco Borrelli dei Verdi. Hanno partecipato, oltre a chi scrive, anche il patron del Gambrinus Antonio Sergio e il collega Massimiliano Rosati, il consigliere comunale Stefano Buono e il console russo Vincenzo Schiavo, che ha voluto portare i ringraziamenti per il gesto a nome della comunità russa, tra l’altro molto numerosa a Napoli.

Il luogo scelto è fortemente simbolico. I due Cavalli Russi di bronzo, raffiguranti dei palafrenieri a domare i cavalli, oggi posti di fronte al Maschio Angioino, furono donati dallo Zar Nicola I al re Ferdinando II di Borbone nel 1846, e sono copia esatta di due dei quattro scolpiti dal russo Pjotr Klodt Von Jurgensburg, precedentemente piazzati alle estremità del ponte Anickov, sul fiume Neva di San Pietroburgo. Lo Zar era stato affettuosamente ospitato a Napoli alla fine del 1845 per consentire alla malata zarina di giovarsi del clima della Sicilia. Napoli era già la culla dei migliori talenti russi della musica, della pittura e della scrittura, mentre i Napolitani Giovanni Paisiello, Tommaso Traetta e Domenico Cimarosa, nel secondo Settecento, erano stati maestri di cappella e direttori dei Teatri imperiali dell’allora capitale russa, recentemente resa neoclassicheggiante dall’architetto di origine napoletana Carlo Domenico Rossi, naturalizzato e russificato Karl Ivanovic perché figlio di una ballerina russa di scena a Napoli. Al teatro Alexandrinsky, realizzato dal Rossi con facciata molto somigliante a quella del San Carlo di Antonio Niccolini, e intitolato alla zarina, furono replicati i successi napoletani, ma il gemellaggio culturale Napoli-San Pietroburgo divenne anche commerciale, cosicché a Kronstadt, una località isolana di fronte la capitale di Russia, fu realizzata una fabbrica siderurgica identica a quella di Pietrarsa, tanto ammirata dallo Zar, mentre a Napoli giunsero grandi forniture di eccellente grano duro russo di tipo Taganrog per le eccellenti lavorazioni della pasta. Insomma, un vero e proprio ponte tra le due capitali di allora, un’amicizia che andava ricordata oggi, con San Pietroburgo colpita a morte.

Mattarella a Pietrarsa. Moretti (FS): «Ferdinando II sovrano illuminato»

Il Museo ferroviario di Pietrarsa «è un posto che lascia senza fiato». Sono le uniche parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla visita dell’ex opificio siderurgico borbonico, luogo della prima mitica tratta ferroviaria italiana Napoli-Portici e oggi sede espositiva appena ristrutturata.
A colpire di più sono state le parole del presidente della Fondazione FS Mauro Moretti, nel suo discorso al pubblico: «Ferdinando II un sovrano illuminato e lungimirante, che volle emancipare le Due Sicilie dalla dipendenza inglese e fece di Pietrarsa la Silicon Valley della tecnologia dell’epoca». Distante dai canoni narrativi della storia risorgimentale, una diversa lettura del Re che industrializzò il Regno delle Due Sicilie prima dell’invasione piemontese. E ancora: «I lavoratori di Pietrarsa, consapevoli del patrimonio industriale qui installato e della relativa superiorità tecnologica raggiunta, lottarono contro la delocalizzazione delle attività a vantaggio dell’industria del nord voluta dai sabaudi, fino alla carica dei bersaglieri che causò numerosi morti e feriti gravi».

commento a La Radiazza (Radio Marte)

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Discorso di Mauro Moretti a Pietrarsa

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servizio del TGR Campania

Stampa del Nord, volgari attacchi a Napoli (e Sicilia) in stile ottocentesco

Angelo Forgione No, non siamo nell’Ottocento ma nel Duemila, e anche da un bel po’. Le guerre le facciamo sui campi di calcio, non sui campi di battaglia, e neanche sul terreno culturale, che è sempre meno fertile. Eppure il razzismo ottocentesco di impronta scientifica, quella positivista, è ancora vivissimo. Quello che per giustificare nuovi nazionalismi e diversi colonialismi crebbe fino alla Prima guerra mondiale. Quello che indirizzò la società del Nord-Italia verso atteggiamenti anti-meridionali utili a colonizzare quel popolo di “caffoni” e “affricani” che abitava il Sud. Con una vigorosa e sprezzante doppia effe venivano apostrofati i napoletani e i meridionali in genere da chi voleva allargare i propri confini al Sud dei “beduini” e prendersene le risorse, perché per questo, da sempre, si inventano le guerre. Fomentare la divulgazione nel Settentrione di una certa visione di Napoli e del Mezzogiorno legittimava la creazione di una “questione napoletana” da risolvere con una finta rivoluzione di popolo. Milano detestava Torino almeno quanto Palermo detestava Napoli, ma le due sotto le Alpi, a differenza di quelle giù al mare, si misero insieme, tra diffidenze e ostentazioni reciproche di grandezza e priorità. E una volta compiuta l’invasione, aperta proprio dalla Sicilia, quelli che l’avevano voluta iniziarono a sdegnarla. Il piemontese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, in una corrispondenza col patriota Diomede Pantaleoni del 17 ottobre 1860 (pubblicata postuma nel 1888), scrisse: “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Fu proprio lui a dire in seguito che “Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”. Questa riflessione massonica ce l’hanno raccontata così: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, ma quello del marchese d’Azeglio non fu affatto un invito al miglioramento, come travisato con l’utilizzo strumentale dell’ultimo periodo della frase, bensì la constatazione di un limite invalicabile dell’Unità, che i sedicenti liberali non volevano affatto. In realtà gli italiani precedevano l’Italia, e dall’età paleolitica fino al 1861 avevano vissuto felicemente divisi, senza mai essere costretti alla fusione politica. Il problema, dunque, non erano gli italiani ma l’Italia, che mai avrebbe trovato un’identità condivisa. L’unico risultato, davvero disastroso, raggiunto dalla Stato alla piemontese fu l’apertura di una ferita che superava la “questione napoletana” con la “Questione meridionale”, con cancrena dagli esiti già drammatici in quegli anni, separandola dalla “Questione settentrionale”, politica e istituzionale.
Niente è cambiato. Milano e Torino continuano ancora oggi a rivaleggiare. La prima sottolinea la diuturna definizione di “capitale morale”, che nasce in quella disputa dell’Ottocento, nella gestazione del “triangolo industriale”, non come rivendicazione nei confronti di Roma, come tutti pensano, ma di quella città piemontese con cui faceva a gara a chi rappresentasse il centro alla guida del progresso italiano. Oggi, al compimento del processo di deindustrializzazione e terziarizzazione, con Milano senza rivali e con Torino convertita al turismo, la disputa è su chi delle due deve organizzare l’Expo, sul salone del libro, che la lombarda scippa alla piemontese, o sui campi di calcio, con la piemontese che ostenta il numero di scudetti conquistati e la sua egemonia in fieri. Ma quando si tratta di attaccare il nemico comune, Napoli e tutto il Sud, partendo proprio da un incontro di calcio, le due nemiche si compattano e tirano fuori manifestazioni sprezzanti, delle più volgari. Basso giornalismo, chiaro, non certo dalle più qualificate testate della potente batteria nordica, ma proprio per questo espressione dei più bassi istinti. Alt! La colpa è dei meridionali, incapaci di far fronte comune. Roma fa da sé. In Sicilia inneggiano ancora a Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Tutto il Meridione è pieno di tifosi della Juventus, dell’Inter, del Milan, legittimamente, ma molti di questi, quelli che non hanno cultura storica e pensiero individuale, sono capaci di detestare Napoli per una bieca fede sportiva, di disconoscere la storia del loro Sud, ammesso che lo sentano loro. E intanto quella che fu la Magna Grecia muore, senza lavoro, senza servizi, senza rispetto e senza soluzioni, ma pagando prodotti e servizi padani e veneti. La tecnica è sempre la stessa. L’italia pure, nella farsa infinita. E luce non si vede, per colpa del Sud.

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Addio a Pasquale Squitieri, napoletano libero

Angelo Forgione Scompare il regista Pasquale Squitieri, napoletano del rione Sanità, uomo libero e fuori dagli schemi. Tra i suoi lavori, ebbe il coraggio di raccontare, nel 1999, la colonizzazione del popolo meridionale con Li Chiamarono… Briganti!, film molto contestato e rapidamente ritirato dalle sale su pressione di certi settori occulti. In seguito, quella pellicola, nonostante l’assoluto ostruzionismo della casa produttrice, la Medusa Film, divenne scintilla vagante grazie alla viralità del web. E ancora lo è.
Nel corso dell’Ischia Film Festival del giugno 2015, Lina Sastri ed Enrico Lo Verso, protagonisti di quel cult, rimarcarono il boicottaggio subito. L’attrice disse che era stata osteggiata e oscurata da qualcuno di potente, risultando introvabile anche in versione home-cinema. Lo Verso ricordò che i manifesti e i trailer uscirono a film già bandito dalle sale. Il regista si era documentato all’archivio di Stato, ma la censura non gli concesse di continuare la sua battaglia culturale.
Squitieri fu anche il primo a contestare Saviano, in un’intervista, anche questa divenuta virale in rete, rilasciata al regista indipendente Walter Ciusa nel corso dell’edizione 2009 del Festival del Cinema di Venezia, poco dopo l’esplosione del successo di Gomorra.
Nel 2015 aveva annunciato il tema di un suo prossimo progetto. Voleva realizzare un film per raccontare lo splendore preunitario di Napoli  “lo splendore che tutto il mondo ci ha rapinato – disse – e che tutti gli artisti hanno utilizzato”. Non ha avuto il tempo di osare ancora.

Il Napoli ha perso, i napoletani hanno stravinto

tifosi_madridDa Martinafranca a Madrid, la tredicennale parabola ascendente del Napoli, rinato dal nulla, ha condotto la marea azzurra nella città del miglior club del XX secolo. La miglior tifoseria azzurra da esportazione, quella colorita, sobria e corretta, è giunta da ogni parte del mondo e ha dato gran prova di civiltà, così come quella madridista. La chiassosa marea azzurra non ha creato alcun problema nella capitale spagnola, e ha vissuto l’evento come una grande festa del calcio. E se è vero che tale dovrebbe essere la normalità è anche vero la normalità è rara nella mediocrità contemporanea.
I tifosi olandesi del Feyenoord di Rotterdam, qualche tempo fa, scesero a Roma a devastare persino i monumenti.
La Puerta del Sol è parsa piazza del Plebiscito, non solo per il comune monumento equestre a Carlo III, che sarà stato felicissimo di avere ai suoi piedi i due popoli da lui più amati. Lì, per un giorno, si è parlato castigliano e napoletano, in gran serenità. Il Santiago Bernabeu è sembrato il San Paolo quando i napoletani hanno urlato, alla loro maniera, sull’inno della Champions League. Non si cruccino troppo i reduci dalla grande giornata per la sconfitta contro i mostri sacri del football. Siano invece fieri di aver vinto la partita più importante, quella della civiltà.
Si auspica replica al 7 marzo, e sempre.

Ulisse legge Made in Naples

Angelo ForgioneUlisse, il piacere della scoperta, la fortunata trasmissione Rai di Alberto Angela, per la redazione della puntata dedicata a Napoli, ha utilizzato, tra le varie fonti, anche Made in Naples, come testimonia la storia del caffè tratta più o meno fedelmente dal relativo capitolo sul libro. Peccato però che non sia stata fatta citazione nei credits di chiusura. Poco male. L’importante è rimettere a posto la storia e anche smentire i luoghi comuni sulla specificità dell’espresso napoletano.

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