Stampa del Nord, volgari attacchi a Napoli (e Sicilia) in stile ottocentesco

Angelo Forgione No, non siamo nell’Ottocento ma nel Duemila, e anche da un bel po’. Le guerre le facciamo sui campi di calcio, non sui campi di battaglia, e neanche sul terreno culturale, che è sempre meno fertile. Eppure il razzismo ottocentesco di impronta scientifica, quella positivista, è ancora vivissimo. Quello che per giustificare nuovi nazionalismi e diversi colonialismi crebbe fino alla Prima guerra mondiale. Quello che indirizzò la società del Nord-Italia verso atteggiamenti anti-meridionali utili a colonizzare quel popolo di “caffoni” e “affricani” che abitava il Sud. Con una vigorosa e sprezzante doppia effe venivano apostrofati i napoletani e i meridionali in genere da chi voleva allargare i propri confini al Sud dei “beduini” e prendersene le risorse, perché per questo, da sempre, si inventano le guerre. Fomentare la divulgazione nel Settentrione di una certa visione di Napoli e del Mezzogiorno legittimava la creazione di una “questione napoletana” da risolvere con una finta rivoluzione di popolo. Milano detestava Torino almeno quanto Palermo detestava Napoli, ma le due sotto le Alpi, a differenza di quelle giù al mare, si misero insieme, tra diffidenze e ostentazioni reciproche di grandezza e priorità. E una volta compiuta l’invasione, aperta proprio dalla Sicilia, quelli che l’avevano voluta iniziarono a sdegnarla. Il piemontese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, in una corrispondenza col patriota Diomede Pantaleoni del 17 ottobre 1860 (pubblicata postuma nel 1888), scrisse: “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Fu proprio lui a dire in seguito che “Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”. Questa riflessione massonica ce l’hanno raccontata così: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, ma quello del marchese d’Azeglio non fu affatto un invito al miglioramento, come travisato con l’utilizzo strumentale dell’ultimo periodo della frase, bensì la constatazione di un limite invalicabile dell’Unità, che i sedicenti liberali non volevano affatto. In realtà gli italiani precedevano l’Italia, e dall’età paleolitica fino al 1861 avevano vissuto felicemente divisi, senza mai essere costretti alla fusione politica. Il problema, dunque, non erano gli italiani ma l’Italia, che mai avrebbe trovato un’identità condivisa. L’unico risultato, davvero disastroso, raggiunto dalla Stato alla piemontese fu l’apertura di una ferita che superava la “questione napoletana” con la “Questione meridionale”, con cancrena dagli esiti già drammatici in quegli anni, separandola dalla “Questione settentrionale”, politica e istituzionale.
Niente è cambiato. Milano e Torino continuano ancora oggi a rivaleggiare. La prima sottolinea la diuturna definizione di “capitale morale”, che nasce in quella disputa dell’Ottocento, nella gestazione del “triangolo industriale”, non come rivendicazione nei confronti di Roma, come tutti pensano, ma di quella città piemontese con cui faceva a gara a chi rappresentasse il centro alla guida del progresso italiano. Oggi, al compimento del processo di deindustrializzazione e terziarizzazione, con Milano senza rivali e con Torino convertita al turismo, la disputa è su chi delle due deve organizzare l’Expo, sul salone del libro, che la lombarda scippa alla piemontese, o sui campi di calcio, con la piemontese che ostenta il numero di scudetti conquistati e la sua egemonia in fieri. Ma quando si tratta di attaccare il nemico comune, Napoli e tutto il Sud, partendo proprio da un incontro di calcio, le due nemiche si compattano e tirano fuori manifestazioni sprezzanti, delle più volgari. Basso giornalismo, chiaro, non certo dalle più qualificate testate della potente batteria nordica, ma proprio per questo espressione dei più bassi istinti. Alt! La colpa è dei meridionali, incapaci di far fronte comune. Roma fa da sé. In Sicilia inneggiano ancora a Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Tutto il Meridione è pieno di tifosi della Juventus, dell’Inter, del Milan, legittimamente, ma molti di questi, quelli che non hanno cultura storica e pensiero individuale, sono capaci di detestare Napoli per una bieca fede sportiva, di disconoscere la storia del loro Sud, ammesso che lo sentano loro. E intanto quella che fu la Magna Grecia muore, senza lavoro, senza servizi, senza rispetto e senza soluzioni, ma pagando prodotti e servizi padani e veneti. La tecnica è sempre la stessa. L’italia pure, nella farsa infinita. E luce non si vede, per colpa del Sud.

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Cannavaro, Grava, Pisacane… “noi siamo Napoletani”

e Gigi Vitale pone interrogativi ai tifosi ternani su twitter

Lo scorso Novembre, Totò Di Natale si era platealmente scontrato coi suoi tifosi durante la partita Udinese-Catania reclamando maggior rispetto, anche se poi fu costretto a ricomporre la situazione. Ora è il turno dell’ex calciatore del Napoli, lo stabiese Luigi Vitale, che con un “tweet” si chiede come mai i tifosi della Ternana cantano “noi non siamo napoletani” (tecnicamente non razzista) quando in squadra militano sei calciatori napoletani, compreso quel Fabio Pisacane esempio di lealtà sportiva di cui andiamo fieri noi e la stessa Ternana Calcio. A proposito, Gianello ha avvicinato o no Cannavaro e Grava che lo hanno denunciato per falsa deposizione? La sentenza dice di si, e le sentenze vanno rispettate. E allora Cannavaro e Grava si uniscono a Fabio Pisacane in quella schiera di calciatori napoletani incorruttibili perché non corrotti da tesserati di provenienza settentrionale. I cori da stadio lasciano il tempo che trovano, ma i fatti del calcio dimostrano che non essere napoletani non è che sia proprio un vanto.

Di Natale zittisce la curva udinese per i cori anti-Napoli. Poi chiede scusa.

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Angelo Forgione – Si, dopo la questione Amandola/TRG Piemonte, il muro del silenzio che “copriva” il razzismo negli stadi (e non solo) indirizzato ai napoletani sta cadendo pezzo dopo pezzo. E così anche Di Natale, il calciatore dell’Udinese nativo della provincia di Napoli, ha detto basta ai cori dei suoi tifosi contro la sua terra e i suoi conterranei intonati anche durante la partita contro il Catania. Lo ha fatto alzando il dito al naso per dire “state zitti” alla curva dello stadio “Friuli” dopo il primo dei due goal segnati agli etnei, per poi alzare le braccia dicendo “calmatevi”, indicando poi lo stemma cucito sulla maglia per comunicare che l’uomo simbolo che difende i loro colori è un napoletano. Infine, guadagnando il centro del campo, ha più volte mandato verbalmente, ed eloquentemente, a quel paese i suoi sostenitori esultanti con bandiere della regione Friuli. Da capitano dell’Udinese e idolo dei tifosi bianconeri ha dimostrato di non accettare certe cose. Complimenti a lui!
C’è sempre da distinguere i cori razzisti da quelli volgari, ma in ogni caso Di Natale, da napoletano militante in una squadra che ha beneficiato della qualità di tanti giocatori partenopei, ha fatto bene a invitare alla coerenza e ad evidenziare la stupidità del tifo italiano, a dire la sua alla sua maniera, cioè facendo goal come fa da quando veste la maglia dell’Udinese, entrando per questo nella storia del club e rifiutando tra l’altro i trasferimenti al Napoli, alla Juventus e al Milan. E il suo messaggio è chiarissimo: “Vi fa gioire un napoletano? E allora state zitti e smettetela di insultare il mio popolo”.
Peccato però che poi il calciatore si sia scusato, o dovuto scusare, tramite una nota della società diffusa sul sito ufficiale udinese.it“Il gesto di mercoledì sera – si legge – è stato qualcosa di istintivo, fatto a caldo al termine di una gara dura, sportivamente parlando, molto nervosa e che secondo me ha avuto una risonanza maggiore rispetto a quella che meritava. Io amo Udine, la città, questa maglia e i suoi tifosi che da sempre mi hanno fatto sentire uno di loro. Devo tutto a questa Società che ha creduto in me e a questi tifosi che mi hanno sempre amato come un figlio. Mi dispiace se, mercoledì sera, qualcuno si è sentito offeso dal mio gesto e di questo chiedo scusa a tutti i tifosi friulani e alla nostra splendida curva, ma credo che la mia storia personale e professionale dimostri meglio di ogni parola quanto io tenga a questa terra e a questi colori. Per me questo è un capitolo archiviato e adesso penso soltanto ad aiutare l’Udinese ad arrivare il più in alto possibile in Italia ed in Europa e a regalare ai nostri meravigliosi tifosi le soddisfazioni che si meritano. Mandi fruts dal vostro Capitano e simpri fuarce Udin!”.
Resta il gesto di reazione spontaneo. Il resto, evidentemente, molto meno. Ed è il saluto finale in dialetto friulano che fa pensare a qualcosa di suggerito, forse imposto. Del resto, come non notare il prurito provocato ai soliti detrattori non delle curve ma di una stampa di parte che invece di sottolineare l’atteggiamento del loro uomo di punta gli hanno puntato il dito contro? Massimo Meroi del “Messaggero Veneto”, ad esempio, che nel suo articolo sulla questione ha chiuso così: “Di Natale ha sposato a vita l’Udinese, ma anche Udine e il Friuli: qui ha tanti interessi, ci continuerà a vivere anche quando la smetterà di fare gol. E se poi quando gioca a Napoli gli danno del traditore e del figlio di… sono problemi loro”.
E come non ricordare quanto accadde in estate quando alla festa in piazza per la qualificazione dell’Udinese ai preliminari di Champions si levarono cori contro i napoletani supportati dal giornalista irpino di Sportitalia Michele Criscitiello che presentava la serata in qualità di direttore della comunicazione bianconera
Ma che una nuova coscienza sia stata ormai sollecitata con un minimo successo lo si capisce anche dalla multa di 10mila euro inflitta all’Atalanta per avere i suoi tifosi intonato in due momenti del match contro il Napoli cori di discriminazione territoriale nei confronti di un calciatore avversario. Il coro inserito a referto dagli ispettori federali è “Cannavaro terùn”. C’è da aspettarsi però, da questo momento in poi, coerenza e repressione vera di cori ben peggiori, soprattutto in campi più infuocati. E che Cannavaro li senta come li ha sentiti Di Natale.

Lucio Dalla il napoletano

videoclip – Lucio Dalla il napoletano

nato a Bologna, morto a Montreux, rinato a Napoli

 

Angelo Forgione – Era un napoletano nato a Bologna Lucio Dalla. «La cicogna era cieca in quel momento, ma la prossima volta voglio nascere qua, essere napoletano a tutti gli effetti», così disse al Gran Caffè Gambrinus sette mesi prima di andarsene. Fu il suo testamento artistico, la sua dichiarazione d’amore per la terra che artisticamente ed esteticamente sentiva più sua. «Il grande onore per me è quello di aver partecipato», disse in quell’occasione, significando tutta la fierezza per aver capito Napoli e aver dato un contributo spontaneo e sentito alla valorizzazione della cultura napoletana. Dalla amava sinceramente Napoli, più volte da lui definita la città più bella del mondo.
«Quella napoletana – disse – è la musica più importante del Novecento, altro che Beatles… dobbiamo tornare a noi, e non essere provinciali, scopiazzando all’estero»
. Non erano frasi di circostanza; Dalla fu rapito dalla lingua dialettale napoletana alle Tremiti, isole geograficamente pugliesi ma foneticamente napoletane-ischitane, e poi dalla vista del Golfo, ammirato dalla stanza di Caruso a Sorrento. E perciò cambiò il suo modo di comporre musica, tendendo alla lirica. Fu una trasformazione intima ancor prima che artistica, e perciò era davvero invaghito di Napoli e dei Napoletani, ripetendolo anche ossessivamente in ogni occasione e da ogni pulpito. La gelosia della parte putrefatta del paese non lo ha accettato e ne ha insultata la morte per togliersi il sassolino dalle scarpe.
Mi piace pensare che sia rinato da qualche parte qui intorno, come tu volevi. Arrivederci, Lucio.

Busto di Totò sfrattato dal leghista mascherato

Busto di Totò sfrattato dal leghista mascherato
e intanto Napoli dimentica i suoi grandi figli

Angelo Forgione – Quanta pubblicità si è fatta il sindaco di Alassio (Savona), l’albergatore Roberto Avogadro, cacciando dai giardini comunali la statua del “principe della risata” Totò, artista nazionale che ha unito nella risata l’Italia come non ha invece fatto la politica. Contattato da Gianni Simioli su Radio Marte, Avogadro ha dichiarato che la statua non ha legami col territorio e di non essere lui un leghista, ma la verità è che non ha la tessera della Lega Nord ma leghista lo è dentro perchè lo dicono il suo passato, le sue dichiarazioni recenti e le sue azioni del presente.
Il sindaco alassino è stato eletto con la sua lista civica “A come Alassio” perchè in contrasto con alcuni suoi colleghi leghisti. Scaviamo nella recente storia di Alassio e scopriamo che Avogadro era già stato sindaco negli anni ’90, quella volta da laghista, ed è lui stesso a farci capire la sua intimità politica in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera qualche mese fa in piena campagna elettorale: «Non me ne sono andato dalla Lega – dice Avogadro – sono loro che mi hanno congelato la tessera quando ho detto che avrei fatto la lista civica. Ma assicuro che la mia sarà un’amministrazione leghista».
Dunque Totò saluta Alassio che fa una brutta figura anche con la figlia Liliana De Curtis, intervenuta all’inaugurazione del monumento voluto dalla precedente amministrazione comunale. La sua statua poteva essere spostata e non buttata in uno scantinato. Ancora una dimostrazione del degrado sociale di cui la Lega e le idee leghiste sono responsabili in un paese già eterogeneo dal punta di vista storico. Cancellato un grande Napoletano da una piazza del nord nella speranza vana di cancellarlo dalla cultura italiana.
Napoli invece, sempre povera di strade e monumenti intitolati ai propri figli, è florida di nomi che ricordano uomini del nord. Sarebbe troppo banale ora ricordare i cosiddetti “padri della patria” che già in tanti a Napoli hanno capito occupare abusivamente i nostri luoghi e la nostra storia. Quella battaglia è contro i mulini a vento, ma se pensiamo che a Napoli non esiste un monumento al grande Luigi Vanvitelli, nato a Napoli e morto a Caserta dopo aver inventato il neoclassicismo in architettura e averlo diffuso in tutta Europa, forse sarebbe il caso di riflettere; tempo fa proposi di mutuare quella di Onofrio Buccini a Caserta con un calco e metterla al posto della palma morta di Piazza Vanvitelli al Vomero, riattivando un filone culturale che Napoli ha da tempo abbandonato dimenticando se stessa e la sua grande storia, ma l’amministrazione Iervolino vi piantò un poco edificante alberello-bonsai.
A Napoli non va assolutamente seguito l’esempio leghista ma avere al contrario grande rispetto per la cultura. Cioè, non dovremmo cancellare i grandi, quantunque settentrionali, ma semmai ripristinare le gerarchie e relegare per esempio il grande Alessandro Manzoni altrove in città, e consegnare una strada panoramica e assolata di Napoli a qualche grande Napoletano della letteratura come ad esempio Giambattista Vico che, delittuosamente, non ha domicilio, così come artisti come lo stesso De Curtis la cui tomba è abbandonata o Renato Carosone se non vogliamo andare troppo indietro nella grande storia di Napoli.