Napoli punta al grande turismo con l’identità (ma non con l’arte)

Angelo Forgione «San Gennaro ha mandato i turisti a Napoli anche se non è stato fatto niente per attrarli. Ora bisogna rimboccarsi le maniche per portarceli». Lo ha detto pubblicamente lo spagnolo Josep Ejarque (FourTourism), italiano d’adozione, esperto di management turistico, incaricato dal Comune di Napoli di dirigere il comitato tecnico per la redazione del Piano Strategico del Turismo, un documento programmatico per rendere il capoluogo vesuviano una delle principali attrazioni europee. Tradotto in soldoni, la crescita turistica di Napoli negli ultimi anni è da considerarsi miracolosa, frutto della provvidenza divina, non di una precisa strategia. Da ora in avanti, però, l’amministrazione comunale seguirà le linee guida del Piano. Si chiama Napoli 2020, ed è una precisa dichiarazione d’intenti concertata con Gesac, la società di gestione dell’Aeroporto Internazionale di Capodichino, Federalberghi, Unione degli Industriali e mondo universitario, dopo tre mesi di interviste, studi e tavoli tematici che hanno coinvolto circa 250 operatori turistici.
La notizia buona è che la Città ha le idee chiare per raggiungere la quota di 2 milioni di arrivi entro il 2020 (erano 1,1 nel 2015). Si punterà solo su uno dei due tratti distintivi, sulla napoletanità, quel valore aggiunto che contribuisce alla diversità del luogo e che lo rende non globalizzato. Si farà leva sull’unicità, quella qualità che l’ICOMOS ha attribuito a Napoli nel 1995 prima dell’inclusione del suo centro storico nellla lista Unesco dei patrimoni dell’Umanità.
La notizia cattiva è che non si punterà sull’altro tratto distintivo del territorio. Napoli non cercherà di riprendersi il posto che ha avuto fino a inizio Novecento tra le maggiori città d’arte. Il Piano, infatti, non guarderà all’aspetto più profondamente culturale, come auspicato dal ministro Franceschini nelle sue recenti previsioni per Napoli, ma svilupperà esclusivamente l’immagine “folcloristica”. «Napoli non è percepita come città d’arte ma come città peculiare per personalità e napoletanità. Noi rispondiamo a ciò che il mercato turistico sta cercando», ha aggiunto Ejarque nella presentazione del Piano al Castel dell’Ovo, in occasione degli Stati Generali del Turismo. Il manager ha nel suo curriculum anche un ruolo di responsabile del Destination Management e Marketing di Torino, risultando uno degli artifici del cambiamento del capoluogo piemontese in vista delle Olimpiadi invernali del 2006, da città poggiata sull’industria a città poggiata sul turismo. Per lo spagnolo, chi visita Napoli finisce per apprezzarla molto, anche se è considerata negativamente la sua connotazione di città dei contrasti. I visitatori italiani la considerano una città affascinante e pittoresca, una destinazione unica. Gli stranieri, invece, hanno reazioni diverse: inglesi e tedeschi, a differenza dei francesi, la considerano ancora una meta di passaggio. «Ma è necessario andarsi a prendere i turisti, cercarli e convincerli. Dobbiamo inondare la rete di informazioni positive su Napoli e convincere tutti che sia una città che bisogna visitare almeno una volta della vita». È evidente che si tratti di una necessità non più procrastinabile per contrastare la cattiva fama creata dalle camorra e dal modo squilibrato di raccontare Napoli da parte dei media.
Sfogliando il Piano si apprende come i turisti vedono Napoli: una destinazione unica e irripetibile, competitiva per la napoletanità, ma poco sicura, scarsamente decorosa e insufficientemente preparata al turismo. Nessun riferimento ai monumenti, ai musei e tutto il patrimonio culturale, che potrebbe e dovrebbe contribuire in buona parte a creare attrattiva.

tratto dagli Stati Generali del Turismo (Napoli, 16/3/17)

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tratto dagli Stati Generali della Cultura (Roma, 20/12/16)

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tratto dal Congresso Culturale Meridionalista al Museo di Capodimonte (Napoli, 8/4/17)

Capodichino diventa “archeoporto”

L’Aeroporto Internazionale di Napoli diventa un “archeoporto”. Un’insolita galleria di sculture, vasi ed altri reperti, da oggi, accolgono i passeggeri in arrivo, ma anche in partenza. Chi approderà in città, in tal modo, potrò immediatamente capire in quale terra avrà messo piede, ed è quella del primo museo archelogico d’Europa (1777). Chi andrà via, sarà salutato dall’anima culturale del territorio. Un vero e proprio viaggio nella storia antica della Campania, realizzato dalla Gesac – la società che gestisce l’Aeroporto Internazionale di Napoli – , il Museo Archeologico di Napoli e altri Istituti periferici del MiBACT per mettere in vetrina il patrimonio artistico e culturale della Regione, sull’esempio del Metrò dell’Arte, ma qui classica e non contemporanea. 10 e lode!

capodichino_archeologia

Franceschini: «Napoli può tornare capitale turistica mondiale»

Angelo Forgione Dopo aver ereditato l’ottimo lavoro di Massimo Bray, Dario Franceschini, nella sua esperienza da Ministro dei Beni Culturali, si è evidentemente reso conto che Napoli si trova al centro di una macrozona turistica senza troppi rivali al mondo per offerta culturale e bellezza paesaggistica, e che questo scrigno non riesce ad attrarre quanto potrebbe. Ora che i segnali sono positivi, col turismo in crescita nel capoluogo partenopeo, dagli Stati generali della Cultura a Roma, azzarda una previsione: «Se investe in cultura, Napoli destinata a tornare una delle capitali del turismo mondiale».


Il Ministro ha usato il verbo tonare, perché sa che Napoli, meta del Grand Tour di un tempo per i motivi ai quali lui stesso ha fatto allussione («per una serie di ragioni che non sto qui ad elencarvi e che sono abbastanza evidenti»), ha condiviso il primato del turismo nostrano e straniero con Roma, Firenze e Venezia fino al periodo delle guerre, quando l’Italia era il primo paese nel mondo per richiamo turistico. I bombardamenti l’hanno ferita molto più delle altre, e un altro gravissimo colpo gliel’ha dato la cattiva informazione sul colera del 1973, vera colpevole dell’allontanamento dei turisti dalla città. Proprio la tivù, insieme agli altri media, ha contribuito a far uscire Napoli dalla percezione collettiva delle città costituenti il polo culturale italiano. La marcia, lentissima e faticosissima, è ripresa solo nel 1994, col G7, e non a caso, un anno dopo, l’Unesco ha inserito il suo intero Centro Storico nella lista dei patrimoni dell’umanità. Poi ancora un brutto colpo intorno al 2010, con la crisi dei rifiuti. Ma Napoli l’indomita si è rialzata di nuovo, e Franceschini, che in questi anni ha toccato con mano i tesori e le bellezze partenopee, sa che può tornare ad essere meta assoluta del turismo internazionale.
Dunque, ne approfitto per ricalcare un passo del mio libro Made in Naples:

In Italia, in Europa, nel mondo, c’è uno scrigno abbandonato. Dentro vi è custodita una città romantica quanto Parigi, colorata quanto Barcellona, aristocratica quanto Londra, eterna quanto Roma, accogliente quanto Berlino, colta quanto Vienna, sorprendente quanto Istanbul. E, cosa non dappoco, più buongustaia di tutte. Se solo i napoletani scoprissero che quello scrigno è sotto i loro piedi e se ne riappropriassero, abbandonando l’oblio di sé stessi, diventerebbero, in men che non si dica, il popolo più beato al mondo!

Nalbero, le polemiche e i veri scempi

Angelo Forgione Qualche polemica di troppo sulla struttura piramidale a sembianze d’abete installata temporaneamente sul lungomare di Napoli. File chilometriche per entrarvi e salire in cima, a 40 metri di altezza, da dove si può osservare uno dei panorami più belli del mondo da un punto insolito. Si tratta di “acceleratore economico-turistico”, in una Napoli che continua, e continuerà, a raccontare i suoi presepi e la sua cultura, ma che ha bisogno anche di agitarsi per assecondare il nuovo impulso turistico. Poi, a marzo, il simbolo pop del Natale napoletano 2016, sparirà.

Qualcuno lo ha definito baraccone psichedelico, qualcun altro lo ritiene uno scempio che deturpa il meraviglioso lungomare. Vero che di giorno è brutto, e che maggior cura si poteva avere per rivestirlo di verde. Ma non giunge da nessuna parte il lamento per le vere oscenità permanenti della città, gli sfregi perpetrati alla bellezza incomparabile che il mondo riconosce alla baia di Napoli. Chi, ad esempio, si lamenta più del grattacielo di via Medina? Non mediocre esempio di architettura ma abominevole schiaffo al panorama, piazzato lì, sulla linea di costa, tra il Vesuvio e la collina del Vomero, a mettere discordanza e sproporzione nell’ambiente urbano del centro.

grattacieloCi si abitua a tutto, anche al brutto, quando questo è imposto e diventa normalità. Mi piacerebbe sapere cosa si è fatto, tra il 1954 e il 1957 laurino, mentre brillavano le luci della seggiovia del Vesuvio, per scongiurare quel pugno nell’occhio che veniva brutalmente sferrato dalla Società Cattolica di Assicurazioni di Verona, quei 33 piani che si innalzavano oltre i 100 metri e deturpavano una delle mitiche cartoline di Napoli, quella dal Vomero. Non era forse quello il patrimonio universale che le leggi borboniche del primo Ottocento difendevano dell’edilizia sui versanti panoramici delle strade collinari?
Io, al più scandaloso edificio che abbia mai insultato la bellezza di Parthenope, e che mi rovina le foto, non mi ci abituo.
Bisogna detestare questo. Bisogna detestare la recinzione di Mendini alla Villa Comunale e tutte le volgarità croniche, non un albero di ferro che l’anno prossimo sarà a portar turismo e soldi altrove.

De Magistris: «Olimpiadi a Napoli». Barcellona esempio anche per chi ride.

demagistris_olimpiadiAngelo Forgione C’è una città, Roma, la cui sindaca è in procinto di mettere il veto alla candidatura alle Olimpiadi del 2024, attirandosi le antipatie di tutto quel mondo intrecciato della politica e dell’impresa che a un’occasione del genere non vorrebbe dover rinunciare. C’è un’altra città, Napoli, il cui sindaco apre all’utopia dei Giochi Olimpici del 2028, suscitando perplessità e squallidi commenti di personaggi facili alla più zotica ironia sulla città, gli olimpionici del tiro al bersaglio partenopeo.
Virginia Raggi, dicendo no ai circa 1.700 milioni di euro pronti per far partire la macchina olimpica, frenerà l’indebitamento non solo comunale ma anche l’opportunità di rilancio della Capitale, perché le Olimpiadi sono una coperta corta e questo portano a chi li ospita. I Giochi sono motivo di rigenerazione territoriale ma finiscono col diventare uno spreco di risorse pubbliche e un ottimo affare solo per le speculazioni private, che in Italia, terra di corruzione diffusa, sono dietro l’angolo. Tutte le edizioni successive a quella del 1984 hanno visto i costi superare le stime di spesa e comportato una perdita netta per le amministrazioni pubbliche locali e nazionali. La candidatura ad ospitare i Giochi è dunque una scelta di precisa priorità, che è quella di rinnovamento a caro prezzo.
Ma se quello romano sarebbe più un rilancio di immagine internazionale di una capitale in difficoltà amministrativa, non c’è nessuna città italiana più bisognosa di rinnovamento urbano come Napoli. In tal senso, l’esempio massimo, quello che dovrebbe far sbiancare loro, gli olimpionici del tiro al bersaglio partenopeo, viene da Barcellona, l’unica città spagnola ad aver ospitato l’evento. Nel 1992 non fu la più grande capitale Madrid ad accogliere il mondo dello sport ma la metropoli catalana. E qui calza perfettamente la boutade di Luigi De Magistris, oltre la quale si deve bandire il vuoto qualunquismo e aprire invece una riflessione su quanto ha fatto proprio Barcellona più di un ventennio fa. Quella città era praticamente nelle stesse condizioni di Napoli, arenata in un preoccupante vuoto di modernità, bisognosa di riconversione industriale e afflitta dai problemi urbanistici ereditati da decenni di dittatura franchista. La politica locale lanciò una sfida apparentemente impossibile, in un momento pure particolare. La candidatura fu infatti avanzata nel 1981, cioè soltanto due anni dopo le prime elezioni democratiche di Spagna. In quel momento, gli enti locali potevano contare su pochissime risorse economiche, che mai avrebbero potuto attuare il cambiamento necessario. Andò a finire che, sostenuti da Juan Antonio Samaranch, ex politico locale e fresco presidente del Comitato Olimpico Internazionale, i soggetti governativi catalani si imposero alla politica nazionale e riuscirono a trascinarla nel sostegno alla trasformazione urbana del secondo centro spagnolo. Fu una scommessa, vinta nei presupposti, anche se a caro prezzo. Il turismo, pressoché inesistente, cominciò ad aumentare due anni prima dell’evento mondiale, solo perché il nome della città iniziò a circolare sui media, e fu l’inizio di un percorso che condusse Barcellona ad essere tra le mete preferite in Europa, con tutto ciò che ne consegue in termini di economia cittadina e occupazione nel settore. La città dovette affrontare il grave problema della sicurezza e quello dell’impreparazione del settore ricettivo, proprio come Napoli, che si rilancia oggi in modo parziale e poco strutturale. Con assoluta mancanza di visione prospettica, gli operatori alberghieri pensarono di poter far tranquillamente fronte all’aumento della domanda nei soli quindici giorni di Giochi, contando anche sulle strutture della Costa Brava. E invece da lì dovettero necessariamente far crescere l’offerta, partecipando alla crescita del PIL, unica grande risorsa cittadina al cospetto dell’avanzata finanziaria di Madrid.
I tre chilometri di lungomare barcellonese che si apprezzano oggi non c’erano, come non ci sono a Napoli da quando, nell’Ottocento, è stata cancellata la lunga spiaggia di Chiaja che attirò i viaggiatori del Grand Tour da tutt’Europa. I catalani hanno restituito il mare alla città demolendo fatiscendi edifici industriali e realizzando una costa fruibile. La cittadella olimpica fu edificata dove fino ad allora c’erano solo vie ferroviarie e decadenti opifici del XIX secolo. Fu posto fine al completo stato di abbandono del vecchio porto e della montagna di Montjuïc, strutturando un complesso piano di localizzazione di impiantistica sportiva.
Certo, furono fatti anche degli scempi in nome della modernità speculativa, e tanti se ne vedono in giro per la città. Ad esempio, per un porto turistico rilanciato alla grande si paga il prezzo di due orribili torri, la Mapfre e la Arts nel quartiere di Sant Martì, che deturpano la già piatta linea di costa, oltre ad essere in rosso di gestione. Non è il solo problema creato allora. I prezzi delle case, dal 1986 al 1992, aumentarono di quasi tre volte, costringendo molti abitanti ad allontanarsi dalla città. Ma nel complesso fu l’Olimpiade di Barcellona l’esempio universale di come sfruttare l’evento per migliorare lo spazio urbano. Semmai qualcuno abbia riso per la proposta di candidatura – dubito che vi siano in Spagna gli olimpionici del tiro al bersaglio catalano – si sarà certamente nascosto in seguito.
«Le Olimpiadi hanno aiutato a far entrare il nome di una cittá nell’ideale collettivo universale», affermò Juan Carlos Montiel, direttore generale di Barcelona Regional, l’azienda pubblica creata dopo i Giochi Olimpici per dare continuità al movimento innescato. Barcellona si pose all’attenzione del mondo e venne anche il Forum Mondiale della Culture del 2004, con ulteriore – e anche qui contraddittorio – sviluppo urbano, ben lontano dall’edizione che Napoli non ha saputo e potuto sfruttare nel 2012.
L’UNESCO tutela Napoli in quanto città unica e sempre fedele alla sua identità, e l’allontana dal tipico paragone mediterraneo con Barcellona, che oggi è paradossalmente l’esempio cui guardare. Senza una politica locale forte e una nazionale che voglia un rilancio vero per il capoluogo partenopeo, questo resterà lontanissimo dai flussi turistici e dalla normalità sociale della città spagnola, dove anche la sicurezza è migliorata con la riqualificazione urbana. Al netto dei gravi problemi di occupazione, Napoli ha oggi la stessa problematiche della Barcellona pre-olimpica del 1981, ma anche potenzialità decisamente maggiori per patrimonio culturale e storico. È per questo che una eventualità olimpica non sarebbe affatto peregrina, e non andrebbe affatto derisa, e neanche cavalcata populisticamente, trattandosi di unica opportunità contemporanea per un veloce rilancio urbano. Quartieri vecchi andrebbero rifatti ex-novo, oltre ai più cronici problemi di Bagnoli e Napoli Est; il lungomare dovrebbe riscoprirsi e riappropriarsi della sua spiaggia cancellata; il turismo dovrebbe esplodere come l’antica capitale di cultura europea meriterebbe. E questo può accadere solo con un evento davvero globale che consenta immissione di capitali e, possibilmente, investimento controllato. A questo serve un’Olimpiade, e del resto questo è quello che ha capito Torino nel 2006, quando nel 1998 ha trovato il modo di avviare il necessario processo di deindustrializzazione e di uscire dalle sabbie mobili di un’ormai esaurita economia cittadina sviluppata con e grazie alla Fiat. Pur con grave indebitamento, la città sabauda, dal 2006, ha trovato nel turismo post-olimpico la sua seconda rinascita. Se poi pensiamo ai più recenti giochi di Rio de Janeiro, vengono in mente le immagini della bellezza orgorafica e paesaggistica carioca, paragonabile nel mondo solo a quelle di Napoli e Istanbul.

Il ‘Premio Fonseca’ e la commemorazione neogiacobina

Angelo Forgione Anche quest’anno, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli, insieme all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, propone per il 20 agosto la cerimonia di commemorazione dei martiri del 1799, intrecciandola alla seconda edizione del Premio Pimentel Fonseca “simbolo dei diritti umani e di libertà”, dedicato all’impegno e al coraggio delle donne che svolgono la professione di giornalista.
Anche quest’anno, dopo il confronto con l’assessore Nino Daniele dello scorso settembre, ribadisco con convinzione che è giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napolitana, ma ciò andrebbe fatto ricordando anche le vittime del popolo. La “rivoluzione” partenopea non fu promossa dal popolo napoletano bensì dalle milizie francesi, che rubavano soldi e opere d’arte alla Città. I saccheggi di monete nascondevano il bisogno parigino di danaro dettato dalle mancate entrate a partire dalla grande Rivoluzione del 1789. Persino l’Ercole Farnese fu imballato e approntato per andare a Parigi, fortunatamente invano. La Fonseca sapeva, tant’è che sul giornale ‘Monitore napoletano’, da lei diretto, denunciò le ruberie degli “amici” d’oltralpe, tra cui la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro commessa dal comandante della piazza di Napoli Antonio Gabriele Venanzio Rey. I tesori confluivano a Livorno, da dove prendevano la strada di Marsiglia e, attraverso il Rodano, la Saona e il sistema dei canali fluviali, giungevano fino alla Senna di Parigi. Lei e tutti i repubblicani napoletani stettero a guardare.
Il terribile esercito francese, il più forte d’Europa, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie agli amici della Fonseca, che da Castel Sant’Elmo aprirono il fuoco alle spalle degli irriducibili napoletani intenti ad assaltare il Palazzo Reale. Popolo che si riprese la città dopo neanche sei mesi di astrattezza politica e immobilismo giacobino, contando migliaia di vittime. I giacobini napoletani avevano perso la copertura dal potente esercito francese, via dall’Italia dopo gli affanni di Napoleone in Egitto.
Fu vera rivoluzione? Macché! Fu un colpo di stato. È rivoluzione un evento politico agitato dal popolo che muta radicalmente le abitudini, un processo in cui le forze sociali spingono in una direzione precedentemente inesistente e obbligano le strutture governative a rompersi per contenere la nuova forma. La vera rivoluzione fu quella dei sanfedisti, una feroce controinsurrezione popolare per porre fine al momentaneo potere aristocratico e per ripristinare lo status quo. Il perpetuarsi nel tempo della definizione di “rivoluzione” per esaltare il colpo di stato di un’agiata e colta minoranza napoletana sobillata da qualche straniero venuto da Copenaghen (nel mio prossimo libro farò i nomi e spiegherò gli intenti; ndr), è frutto di un esercizio storicistico operato da certe sfere dell’intellighenzia napoletana, ancora oggi vincolata all’ideale massonico risorgimentale.
Il popolo è sovrano, a quanto pare, e quello napoletano non si schierò coi giacobini ma col Re, nato a Napoli e napoletanissimo, quando comprese che quelli non portavano democrazia ma sottraevano ricchezze e intendevano cancellare usi e costumi locali. Dunque, ricordiamo pure le centinaia di decapitazioni tra la borghesia partenopea ma anche le dimenticate migliaia di morti tra il popolo napoletano… in nome dei diritti civili e della libertà. Finché continueremo a raccontare la storia a metà, a metà resteremo divisi, e mai costruiremo quella coscienza di popolo che manca. Se a rendersene responsabile è il Comune di Napoli, non è proprio cosa lieve.

(nell’immagine, tratto dal mio libro Made in Naples, una delle tante lettere che il generale Championnet scrisse da Napoli al ministero dell’interno del Direttorio di Parigi, pubblicata nel 1904 nei Souvenirs du général Championnet)

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A Napoli muoiono i partiti e gli elettori. De Magistris non faccia ammazzare il porto e il turismo.

Angelo Forgione De Magistris bis! Vittoria schiacciante, ed era ampiamente prevista. Ribadita la vittoria di cinque anni fa, quando già l’astensionismo aveva connotato il ballottaggio d’andata con Lettieri. Allora votò il 50% dei napoletani, dieci punti sotto la media nazionale. Al ritorno, cinque anni dopo, la percentuale è drammatica: neanche il 36% è andato alle urne, e ciò significa che il sindaco confermato è espressione di un napoletano su quattro. Non si può non rilevare che De Magistris ha perso circa ottantamila voti rispetto a cinque anni fa, quando a dargli la preferenza furono in 264.730 elettori, contro i 185.907 di oggi. Nulla toglie al vincitore, e però la città dimostra di essere non solo indolente e disinteressata ma sempre più sfiduciata e incapace di riscontrare nelle figure in competizione un’idea di amministrazione. Molto ha contato anche una compagna elettorale avvelenata e priva di contenuti, sfociata nella mancanza di confronto, di cui invece la cittadinanza avrebbe avuto assoluto bisogno per un coinvolgimento collettivo, smorzato anche dalle reti nazionali, che a Napoli hanno dedicato un posto di secondo piano, talvolta cancellandola.
De Magistris ha doppiato Lettieri per manifesta inconsistenza dello sfidante e di quelli che lo hanno affrontato al primo turno, e ci è riuscito per diversi motivi. Tre i più incisivi. Punto uno: il sindaco ha saputo raccogliere il sentimento identitario e autonomista crescente. Punto due: nel centro di Napoli è sparita la grande immondizia. Punto tre: a Napoli stanno tornando i turisti. Tanto è bastato per ribadire la supremazia sugli avversari, ma non per il rilancio della città, che è ancora lontano, e resta anche un’incognita sotto lo scontro con il Governo nazionale. Ed è proprio qui che l’ex magistrato si gioca il secondo tempo della sua partita locale, perché tre importanti nodi urbanistici vanno sciolti velocemente, e passano proprio per Palazzo Chigi. Il porto, Bagnoli e Napoli Est. Il porto prima di tutto, il primo per le merci d’Italia e uno dei principali per passeggeri, la prima azienda della Campania, un fulcro di sviluppo della città, che però perde terreno e traffici rispetto agli altri scali italiani e quelli del Nord-Africa a causa del mancato dragaggio dei fondali, ovvero la rimozione dei fanghi che non consentono l’approdo delle più grandi navi merci, ma anche della mancanza di raccordo con la rete ferroviaria nazionale per lo smistamento su ferro. Per non parlare della mancanza di elettrificazione, che costringe le imbarcazioni pesanti a tenere i motori accesi durante l’ormeggio e a inquinare l’area urbana a ridosso. Se non si porrà presto rimedio al problema della profondità dello scalo portuale si andrà incontro anche alla perdita delle navi da crociera. Bagnoli e Napoli Est poi, aree di ruderi industriali interessate da una riconversione ferma anch’essa al palo da decenni. Insomma, un immobilismo che sta paralizzando l’economia della città, al quale De Magistris dovrà provare a richiedere soluzione veloce pur nel suo conflitto in atto contro il premier Renzi e quello annunciato contro le tecnocrazie, le oligarchie e i poteri forti d’Europa. Tocca a lui sbattere i pugni sul tavolo per sollecitare Roma a sbloccare le situazioni. E poi bisognerà mettere mano al recupero monumentale e architettonico. Il piano per il Centro Storico Unesco, prima di tutto, con gli stanziamenti rimasti nel cassetto e riprogrammati. La restituzione alla città della Galleria Umberto, abbandonata e degradata, cui dare il decoro che Milano riesce a garantire, accelerando coi restauri (di tutti i monumenti cittadini) col freno al mano tirato, e studiando un regolamento per l’omogeneità delle insegne degli esercizi commerciali, come nel caso esemplare del capoluogo lombardo. Il recupero della Villa Comunale e della Riviera di Chiaja, spazio preso in ostaggio da una discutibile linea metropolitana che ha sfigurato i luoghi e anche qualche storico palazzo. Il restyling del lungomare pedonalizzato, che necessita di una risistemazione turistica. L’incremento del turismo e il miglioramento dell’accoglienza dovrà essere il vero obiettivo del primo cittadino, perché è quella la vera risorsa di Napoli. Complici i timori internazionali, i flussi turistici verso il Vesuvio sono in crescita. La città ha raddoppiato gli incassi della tassa di soggiorno versata dai turisti, che però non vengono reinvestiti interamente per il miglioramento dei servizi turistici della città, come avviene altrove. Con il solo 30%, il Comune di Napoli è all’ultimo posto nella classifica italiana per reinvestimento dei ricavi turistici. Nelle casse di Palazzo San Giacomo ci sono circa 4,5 milioni di euro che il sindaco deve reindirizzare in buona parte sul settore dal quale provengono, anche perché l’offerta alberghiera della città è quasi satura e si prospetta la necessità di creare nuove strutture ricettive. Non meno importante, il potenziamento della comunicazione, davvero carente per una città che non riesce a dire al mondo che i suoi musei sono tra i più ricchi e importanti d’Europa, che in città ci sono tre dipinti di Caravaggio, la Collezione Farnese, il Tesoro di San Gennaro, tanto per dire, e un’offerta complessiva impareggiabile. E poi ci sono le periferie da attenzionare, troppo trascurate rispetto ai quartieri centrali, la raccolta differenziata da incrementare, la pulizia ordinaria delle strade, la sicurezza da migliorare, lo stadio da rifare, e diversi altri problemi cui mettere mano davvero. È questo il lavoro da fare, a testa bassa, in una città che vuol essere a suo modo autonoma e tornare artefice del suo cammino, ma che deve necessariamente fare i conti con un governo settentrionalista. Per ora Napoli si conferma capitale dell’astensionismo. È un dato allarmante che perde peso solo perché la città in cui risultano in coma i partiti e pure gli elettori non è ritenuta prioritaria nel panorama politico nazionale. Riuscirà il sindaco autonomista a ridarle centralità? A proposito, il PD si salva a Milano e a Bologna, ma perde la prima, la terza e la quarta città d’Italia, di fatto in mano all’antipartitismo. Il partito della rottamazione sembra avviarsi, con tutta la vecchia politica, allo sfasciacarrozze. Una bella soddisfazione per De Magistris, sulle cui minacce di incontinenza in molti hanno forse troppo ironizzato.